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INDICE

 

III - 2002 / 1 - gennaio-giugno

Schedario

Antonella Ghignoli,
Documenti e proprietà altomedievali.
Fondamenti e problemi dell'esegesi storica delle fonti documentarie nello specchio della tradizione delle carte pisane dei secoli VIII-XI
,
Tesi di dottorato di ricerca in Storia medievale,
Università degli Studi di Firenze, 2002.


Indice

Introduzione

Parte prima
Il secolo longobardo

I. ALLE ORIGINI
1. Questioni ‘longobarde’ e scrittura delle cartole
2. Una prassi documentaria ‘romana’ tardoantica
3. Le parole delle proprietà
4. Tradizione e attualità, cartole e notai

II. PISA
1. Formule romane per vendere
2
. Donare e avere
3
. Due vescovi per un testamento
4
. "Lavoriamo su frammenti"
5.
Una città in tredici carte: Pisa e i longobardi

Parte seconda
Documenti e proprietà dei secoli IX-XI

III. LIBELLARIO NOMINE
1. Prima del livello
2. Inizio di una tradizione
3. Aderenza a una realtà
4. Ad mandatum venire, iustitiam facere, iudicium audire et adimplere. Per un’altra lettura

IV. ACQUISTI, ALIENAZIONI E CARTE NEL SECOLO X
1. Il silenzio della tradizione
2. Una carta caratteristica
3. Il nuovo documento
4. Pratiche di scrittura all’alba del Mille

V. IL SECOLO XI, IL SECOLO DELLE PROMESSE
1. Quali promesse
2. Carte di promessa e carte di vendita
3. Un testo fuori e dentro le carte: il tenore
4. Pratiche dello scrivere e nuovi ruoli

Epilogo

APPENDICE
I. Cronologico delle carte conservate negli archivi di Pisa avanti il 1100
II. Consistenze e confronti
1. Consistenze per tipi, 720-1150
2. ‘Altro’: analisi
III. Per le cartole dell’età longobarda
1. ‘Strutture tradizionali’ nelle cartole venditionis e nelle cartole donationis di Pisa
2. Forme di cartole per i placita e le convenentie
3. Le diverse mani di due vescovi diversi: Iohannes II e Iohannes III

Sigle e abbreviazioni bibliografiche
Indice


Abstract

Questo che viene presentato è un lavoro di esegesi delle fonti storiche, esercitata su particolari fonti documentarie: le carte notarili altomedievali.

Il documento notarile è fra gli oggetti specifici d’indagine d’una scienza che ha ormai più di tre secoli di tradizione disciplinare: le edizioni e gli studi dei diplomatisti hanno contribuito a creare una visione più critica di questo testo. La riflessione storiografica, per parte sua, non vede ormai più nei ‘documenti’, intesi in senso generale, solo pure fonti per cui accedere direttamente a quel ch’è stato: semmai le paragona a "vetri deformanti" ed è disposta ad accogliere come conoscenza che implica ‘storia’ l’"analisi della distorsione specifica di ogni fonte" 1.

Tutto ciò riesce a raggiungere con una luce diversa anche l’angusto angolo dei problemi di storia in cui stanno chiusi i documenti notarili dell’altomedioevo italiano. Esso stenta, tuttavia, ad assumere compiuta dignità di problema 2. Considerazioni storiografiche di ampio respiro lo hanno coinvolto e preso ad oggetto, ma pur sempre nell’ottica di una problematica della cultura scritta medievale tout court, cogliendone generalmente solo certi caratteri strutturali macroscopici, dedotti dall’analisi delle consistenze numeriche, della tradizione e dei suoi tramiti, e riducendo le assunzioni dei risultati delle indagini specifiche su di esso a quella scansione charta / instrumentum, che effettivamente segna un momento forte di passaggio da una civiltà medievale della scrittura e del diritto ad un’altra.

Per il resto, i quasi cinque secoli di storia – dalla fine del secolo VII al principio del XII – sembrano restituire un’immagine unica nel nostro specchio – il ‘documento altomedievale’ – e due impressioni opposte ma solo in apparenza: "esasperante uniformità" da una parte 3 e variabilità nel complesso irrimediabile, dall’altra. Ancor forse più esasperante quest’ultima: una nebulosa di espressioni, parole o, come si dice, clausole, che rende di fatto normale abdicare a una conoscenza diversa da quella che legge il documento singolo (o gruppi di documenti ‘singoli’) per trarne i ‘dati certi’: i nomi – di persone e oggetti –, i fatti – l’azione giuridica o altro di rilevante – e le reciproche relazioni essenziali date dal loro ‘trovarsi nel documento’: prima e principale fra tutte, la relazione univoca con la sua data. È la presenza ricorrente di questi dati che, se fa apparire il documento altomedievale esasperatamente monotono, gli dà però anche l’apparenza di qualcosa di non problematico, e rende una sua disponibilità numerosa la condizione rassicurante per intraprendere la ricerca su qualsiasi oggetto. Mentre di fronte al suo testo, sia che si polverizzi in espressioni di latino sgrammaticato sia che si addensi in una serie più ordinata di formule, non sono rari due atteggiamenti. Il primo è quello di non essere interessati a prenderlo in considerazione per il pulviscolo e per l’ordinarietà anonima delle ‘clausole’, e soprattutto perché i dati certi che se ne possono ricavare sono sufficienti e non hanno dato problemi. Il secondo è quello per cui si è portati a condurre (se i dati certi non ‘tornano’) una lettura esegetica che sa oscillare anche fortemente: da un’interpretazione delle ‘intenzioni’ del notaio (oltre, quindi, le parole scritte o al di sopra delle clausole), a un’interpretazione letterale del suo dettato (anche se in contrasto col senso complessivo), a una lettura tipo-strutturalista, a un’altra che invece preferisce, e mette in chiave principale, il minimo elemento, l’avverbio, il colore di una parola. Ma perché può oscillare così? Su quale base scegliamo le chiavi interpretative? Siamo sempre consapevoli del fatto che stiamo facendo una scelta, siamo consapevoli di scartare un’altra possibilità ? Quante volte sarà capitato di attingere nelle nostre argomentazioni a un principio, per altro di profondo buon senso, del tipo ‘il notaio non scrive nulla a caso’, che sentiamo fondato su qualcosa di vero e di accettabile (su verità antropologiche, verrebbe da dire, e universali, in cui hanno a che fare il valore della scrittura, della conservazione). Eppure quante volte ci sarà capitato di rimanerne al fondo insoddisfatti, quando solo a questo si assegna il compito di risolvere una impasse altrimenti non eliminabile, di saltare con un glissato da un passaggio d’una argomentazione al successivo, altrimenti inarrivabile, o di concludere così inappellabilmente un giudizio. Perché si rimane insoddisfatti? Fondamentalmente perché quel principio evocato rimane da solo, viene come a calarsi dall’esterno, dal mondo di concetti generali: il notaio (uno scrivane longobardo così come un notarius sacri palatii del 1012, o di uno ‘sempre’ sacri palatii del 1112) o il valore dell’atto dello scrivere contribuiscono a esonerare tutte le parole dall’essere casuali. Saremmo forse meno insospettiti da quel salto, da quel glissato, da quella conclusione, se fosse in termini del tipo: ‘è improbabile che in questo punto il notaio adottasse una variante rispetto a ... perché...’, oppure ‘questa novità nel testo può considerarsi significativa perché ...’. In altre parole, se al posto di una sentenza di buon senso sì, ma assoluta, astorica, ci fosse una valutazione relativa, ovvero semplicemente storica. Ma questa implicherebbe che l’oggetto ‘documento altomedievale’ è un oggetto conosciuto.

Tale conoscenza non è certo né lo scopo (a nessun verrebbe in mente di postulare una conoscenza esatta come traguardo) né purtroppo l’involontario risultato del lavoro che presentiamo. Col quale si è cercato piuttosto di mettere alla prova la possibilità di cercarla, quella conoscenza. Vengono messi alla prova diversi strumenti critici che i documenti hanno sollecitato in colei che li ha, con quest’intento, esaminati. Gli stessi documenti hanno indotto a ragionare ora intorno alla singola carta ora intorno al complesso delle carte, come fenomeno da conoscere storicamente. L’operazione porterà ineludibilmente a scoprire falle e mancati affondi, dal momento che quegli strumenti e i problemi che li originano sono spesso richiamati da ambiti scientifici che hanno tradizione propria e diversa: la paleografia, la filologia diplomatica, la storia del diritto, della documentazione giuridica, la linguistica, la storia. Ma proprio in questo senso è stata scorta un’esigenza d’indagine storica e quindi, si spera, una prima utilità di questo lavoro.

Non esiste un punto di attacco preciso, per un’esegesi. È il problema che lo storico rincorre, a dare l’avvio. Questo fondamentale principio di metodo potrebbe forse far apparire quest’indagine minata al fondo da contraddizione e debolezza di impostazione per l’essere decontestualizzata da un problema storico. Eppure non lo è: il problema storico che è sempre presente, qui, è la carta altomedievale.

Questo lavoro offrirà più "problemi" che "fondamenti dell’esegesi storica", consistendo questi, alla fine, in quei pochi criteri basilari di spirito critico che i testi scritti, in genere, richiedono. E anche i fondamenti vengono in ogni caso messi alla prova, e se necessario condotti a riprendere la dimensione di problemi di fronte a un testo scritto del tutto particolare, quale appunto è la carta. Problemi di storia.

Se dovessimo definire la natura di questo lavoro, diremmo che si tratta di una ‘prima presa visione’ dell’oggetto. La tradizione documentaria che la sopporta, e che abbiamo scelta, è quella di Pisa. I grossi numeri e l’ideale omogeneità della loro distribuzione nei secoli, come si capisce, non sono stati criterio di scelta. Paradossalmente potremmo dire che la tradizione delle carte di Pisa si presentava sufficientemente discontinua per una palestra di problemi: carte come massi erratici fra l’VIII e il X secolo e, poi, compatte congerie di tipi negoziali, monotonissimi, che non danno a prima vista nulla da cercare in sé se non persone e luoghi, e date da legare a questi.

La stessa tradizione, una volta acquisita e meditata da vicino, ha suggerito di seguire un certo itinerario di problemi, che la struttura del volume riflette. L’averlo intrapreso ha comportato il mancato imbocco di strade laterali, che pure già in questa prima campagna di studio sono state scorte e anche battute in parte. Si tratta di un itinerario primo dunque che – comunque sia giudicata la capacità di percezione in chi l’ha intravisto, scelto e seguito – sarà funzionale se non altro alla più chiara individuazione di ulteriori problemi, alla più chiara consapevolezza dell’esistenza di soluzioni diverse rispetto a quelle che vengono qui proposte. Un inizio era pur necessario.

I caratteri originali che abbiamo creduto di individuare nei testi e nel ruolo dei loro scrivane, hanno indotto a collocare le cartole longobarde in una Parte prima, distinta da una seconda in cui si tratta delle carte dei secoli successivi. Una distinzione che non è uno iato; nondimeno era fondato marcarla. In questa parte, nella sezione in cui abbiamo cercato di fissare quei caratteri (cap. I: Alle origini) ma soprattuto in quella in cui si leggono cartole longobarde di questa città (cap. II: Pisa), si noterà un comportamento non esattamente mantenuto, poi, nella seconda. L’atteggiamento di indugio, quasi, su ogni singola carta non è automaticamente richiesto dall’esiguità del numero né tanto meno dall’idea, preconcetta, che la carte longobarde siano più ‘difficili’ delle altre. In quel contesto era più fitta la rete di suggestioni della stessa storiografia, e a più livelli, e obbligava a confronti più serrati e puntuali. Il nodo di passaggio fra la prima e la seconda parte è discusso nel capitolo III (Libellario nomine), dove è oggetto di esegesi il complesso dei livelli che costituisce da una parte la novità della tradizione (dunque apparente) del secolo IX rispetto al precedente, ma nel quale era anche da tentare di cogliere l’aspetto storicamente, a nostro avviso, più difficile. Benché i livelli appaiano, per il numero rilevante, protagonisti nella tradizione documentaria del X secolo, oggetto d’attenzione per questo periodo è stato invece il fenomeno delle carte di alienazione dei laici, ragionando sui suoi numeri e sul significato di certe sue forme caratteristiche (cap. IV: Acquisti, alienazioni e carte nel secolo X). Mentre è intorno a un tipo singolare – non negoziale – di carta, la carta promissionis, che è dedicata la prova sul secolo XI che chiude il lavoro (cap. V: Il secolo XI, il secolo delle promesse).

Un cenno infine sul titolo, Documenti e proprietà, dove ‘proprietà’ è un plurale, esattamente come ‘documenti’: perché la lezione di un maestro di storia 4 ci è stata continuamente e insistentemente ripetuta da queste nostre carte. Inoltre, se è vero che abbiamo individuato nella carta altomedievale il nostro problema storico, esso ci si presenta intrinsecamente stretto nel nodo che lega il documento al potere sulle cose. Il documento viene originato per stringere quel nodo. Il taglio sulle proprietà, non è sullo stesso piano degli altri, assolutamente legittimi ma in un certo senso secondari (nel senso che vengono ‘dopo’), che potrebbero essere adottati volendo studiare ‘documenti e nobiltà’, ‘documenti e cultura materiale’, ‘documenti e alfabetismo’ e così via. La tradizione del documento giuridico altomedievale è una tradizione immobiliare. Quando i nostri archivi cesseranno d’avere questo connotato esclusivo sarà iniziato un altro medioevo dei documenti: vedremo come già quelle promesse del secolo XI sono sintomo di movimenti veloci di carte, formalmente ancorate a res immobili ma ormai scritte solo per permettere al denaro di spostarsi.

Questo lavoro ha una Appendice fondamentalmente strumentale: brevi testi e semplici elenchi che era necessario avere sotto mano, ai quali capita di rinviare nel testo. Solo nella sua terza sezione (Appendice III. 1) la strumentalità cede il passo, ma appena e di poco, a una istanza di ricerca perché in essa si è voluto dare una prova, parzialissima ma concreta, di che cosa i nostri occhi leggono quando scorrono il testo di una carta longobarda: un reticolo fitto di richiami antichi ancora vivi o già morti ed esistenti solo nella forma, che abbiamo voluto definire ‘strutture tradizionali’ inquadrando in un certo modo il problema della loro presenza nei testi del secolo VIII. Un’esperienza analoga, non la vive la nostra mente leggendo le carte carolinge e poi ottoniane.

Chiude questo volume l’indice della sola bibliografia citata nel testo, che naturalmente non copre tutto ciò che abbiamo tenuto presente per affrontare questa prova. Non vi si trovano per esempio alcuni lavori fondamentali, che hanno sostenuto la sua concezione e permesso il suo procedere con ammaestramenti continui che abbiamo tenuto in conto, sempre, di fondamenti veri. "... les règles de la critique du témoignage ne sont pas un jeu d’erudits ...": 5 questo, in particolare, speriamo di non averlo tradito mai.

1 C. Ginzburg, Rapporti di forza. Storia, retorica, prova, Milano 2000, p. 49.

2 Il mancato contatto con la lezione storicistica veniva per esempio individuato non tanti anni fa come causa di inevitabile ristagno degli studi sui documenti privati anche fra gli stessi diplomatisti: G. Nicolaj, Sentieri di diplomatica, "Archivio storico italiano", CXLIV (1986), disp. III, pp. 305-331.

3 P. Cammarosano, Italia medievale. Struttura e geografia delle fonti scritte, Roma 1991, p. 65.

4 P. Grossi, La proprietà e le proprietà nell’officina dello storico, in Id., Il dominio e le cose. Percezioni medievali e moderne dei diritti reali, Milano 1992, pp. 603-665.

5 M. Bloch, Critique historique et critique du témoignage, "Annales", 1950, 5, p. 8 (pubblicato postumo; risalente al 1914).


Autore

Antonella Ghignoli ha studiato sotto la guida di Silio Scalfati all’Università di Pisa, dove si è laureata con lode in Storia nel 1988, presentando una tesi in Paleografia e Diplomatica. Borsista e assistente volontaria presso la cattedra di "Quellenkunde und historische Hilfswissenschaften" dell’Università di Lipsia dal 1989 al 1990, è stata docente di storia e materie letterarie nella scuola pubblica superiore italiana dal 1993 al 1996 abilitata in seguito a concorso ordinario (1992). Nel 1996 è entrata nel ruolo, in seguito a concorso pubblico, di collaboratore d’area tecnico scientifica presso il Dipartimento di Storia e Culture del Testo e del Documento, Facoltà di Conservazione dei Beni Culturali, dell’Università della Tuscia di Viterbo. È stata infine dottoranda di ricerca in Storia medievale presso l’Università degli studi di Firenze dal 1997 al 2001. Dal novembre 2001 è ricercatore confermato in Archivistica presso la Facoltà di Conservazione dei Beni Culturali dell’Università della Tuscia di Viterbo.

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