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RICERCA
 
INDICE
II - 2001 / 1 - gennaio-giugno

Schedario


Andrea Gamberini,
La città assediata. Comunità cittadina e signorie del contado a Reggio in età viscontea (1371-1404),
Tesi di dottorato di ricerca in Storia medievale,
Università degli Studi di Milano, 2000.


Indice

Abbreviazioni
Nota introduttiva

Parte I
La comunità cittadina

1.1 Visto dalla comunità cittadina
1.1.1 Le relazioni pericolose: la città e il suo podestà
1.1.2 Le rivendicazioni della città e le sue strategie
1.1.3 Fra centro e periferia: la giustizia del podestà
1.1.4 La comunità urbana, le signorie del contado, le Parti

1.2 Il principe e la città: un rapporto davvero preferenziale?
Tre ambiti, una risposta.
1.2.1 Offici e officiali
1.2.2 Una riforma senza contropartite
1.2.3 Le scelte del principe

1.3 Governo e società locali
1.3.1 Consigli e consiglieri: al governo del Comune
1.3.2 Un’oligarchia aperta

Parte II
Le signorie del contado

2.1 «Sigonorotti de homini e de castella»
2.1.1 Domini e Chiesa. Alcuni percorsi signorili
2.1.2 Il piccolo Stato signorile e il grande Stato regionale: una circolazione di modelli
2.1.3 Pratiche di governo non statuali. Il potere del dominus castri

2.2 Il paradosso del feudo
2.2.1 Una società ancora feudale
2.2.2 Contratti feudali e patti di aderenza

2.3 Parentela e solidarietà
2.3.1 Niccolò e Boccadoro. Una faida domestica e i suoi protagonisti
2.3.2 Dinamiche del conflitto e solidarietà della parentela

2.4 «Hec sunt opera Reginorum nobilium»
2.4.1 Identità guelfe e identità ghibelline
2.4.1.1 Ghibellini da sempre: i da Sesso
2.4.1.2 I Roberti di San Martino
2.4.1.3 I Boiardo
2.4.2 I Canossa e la costruzione della parentela. Strategie a confronto
2.4.2.1 I Canossa di Bianello. Nel segno di Gabriotto
2.4.2.2 I Canossa di Gesso. L’endogamia come sopravvivenza
2.4.3 Polvere di stelle
2.4.3.1 I da Bismantova
2.4.3.2 I signori della Montagna: i Dallo
2.4.3.3 I della Palude
2.4.3.4 I Vallisnera
2.4.4 Tra Parma e Reggio: i da Correggio
2.4.4.1 I signori di Guardasone
2.4.4.2 I signori di Cavriago
2.4.4.3 I signori di Correggio, Fabbrico e Campagnola
2.4.4.4 I signori di Casalpo
2.4.5 Milites e usurai. I Gonzaga di Bagnolo e Novellara
2.4.6 Tra l’aquila e la vipera: i Manfredi
2.4.7 I signori dell’acqua: i da Roteglia
2.4.8 I Fogliano
2.4.8.1 I signori di Gesso
2.4.8.2 Cives e milites. Un problema di legittimità e le astuzie dei signori di Dinazzano
2.4.8.3 I signori di Scandiano e Levizzano
2.4.8.4 I signori di Saltino e Fogliano
2.4.8.5 I signori di Baiso

Nota alle fonti
Testi citati


Abstract

Le difficoltà legate allo studio dell’apparato istituzionale visconteo, alle pratiche di governo trecentesche sono ben note a chi abbia dimestichezza con questi temi di ricerca. La distruzione pressoché completa dell’archivio dei Visconti costituisce un difficile ostacolo, che fin dai primi del secolo, con il progetto editoriale del Repertorio Diplomatico Visconteo, si era cercato di aggirare attraverso la valorizzazione delle fonti conservate nella “periferia” del dominio. Ricerche e sondaggi portarono in breve ad identificare in Reggio uno dei centri più ricchi di fonti viscontee e la città divenne in breve ambito privilegiato per lo studio della Signoria milanese. Riprendere oggi temi e questioni in parte già frequentati dalla storiografia, significa soprattutto restituire centralità a quei soggetti politici - la comunità cittadina e le signorie del contado - che la trionfalistica ascesa dello Stato signorile aveva relegato al ruolo di comparse: significa, in altre parole, non solo indagare gli spazi di autonomia che ancora conservano, ma soprattutto ricostruire le forme della dialettica col principe, l’interazione e i condizionamenti reciproci. Per conseguire questo risultato si è pensato di assumere la prospettiva dei protagonisti locali e di articolare la ricerca in due parti, nelle quali dar conto degli obiettivi e dei percorsi di affermazione di ciascuno di essi.

La città. Di piccole dimensioni, che l’endemica presenza della peste, le carestie e soprattutto le continue guerre che si combattevano alle porte di casa avevano concorso a spopolare, Reggio appariva alla fine del Trecento come una città in pieno declino. Una crisi che non era solo demografica e economica, ma che era soprattutto politica. I modesti risultati conseguiti dal Comune urbano nel controllo dell’episcopato, infatti, avevano consentito la sopravvivenza di molte enclaves signorili, sempre pronte a disinvolte alleanze con quei potentati che di volta in volta nel corso del Trecento si affacciarono sul Reggiano. All’avvento di Bernabò a Reggio, una vera e propria corona di signorie cingeva come d’assedio la città, coprendo, i 7/8 dell’episcopato. Forti delle loro basi patrimoniali e castrensi nel contado, molti lignaggi signorili erano saldamente radicati in città: qui possedevano case e palazzi, controllavano istituzioni ecclesiastiche, godevano di un seguito in qualche caso consistente. Ciò che, tuttavia, non riusciva loro era l’esercizio di un controllo profondo e capillare sulla vita politica locale, sull’attività dei Consigli. Vanamente, infatti, si ricercherebbero in essi le tracce di una presenza formalizzata di Squatre o Partes, cioè di quei raggruppamenti fazionari che nelle vicine Parma e Piacenza proprio nei nuclei di potere signorile avevano i loro referenti. Quello che l’élite di governo reggiana sembra non avere smarrito è infatti il senso di un interesse collettivo della civitas: un interesse inconciliabile con quello dei domunatus del contado. Ben chiare nella mente dei maggiorenti reggiani apparivano le responsabilità dei lignaggi signorili nell’appropriazione di risorse materiali e fiscali, nell’organizzazione di una rete di mercati rurali concorrenti con quello urbano, nelle continue interruzioni dell’approvvigionamento idrico, nella mancata realizzazione di un canale navigabile fino al Po… Ripetutamente sollecitato ad intervenire, il principe si mostrò inerte e la comunità cittadina venne allora elaborando una nuova strategia, alternativa e parallela a quella che passava per i consueti canali di comunicazione col dominus (presentazione di capitoli, invio di legazioni, attivazione di legami di patronage). Non al centro, ma in periferia la civitas provò a giocare la sua partita contro le signorie del contado, confidando non nella benevolenza del principe, ma in quella dei suoi rappresentanti a Reggio. Complici il cronico indebitamento degli officiali signorili (che trovava una sollecita risposta proprio da parte dei maggiorenti reggiani) e una tradizione ancora viva che portava a considerare il rector civitatis non un corpo estraneo da isolare (come spesso capita di vedere nel Quattrocento), ma come il difensore degli interessi municipali, un sodalizio assai stretto si creò ben presto fra la comunità cittadina e i rappresentanti locali del Visconti. Con esiti che divennero manifesti soprattutto sul terreno giudiziario, quello scelto dalla civitas per portare il suo attacco alle giurisdizioni separate del contado. Lo studio di alcune vicende processuali ha infatti evidenziato le collusioni fra la comunità cittadina e il suo podestà, sempre pronto ad appellarsi ad escamotages procedurali e a sottigliezze interpretative (e talora anche a vere e proprie forzature) per sostenere le ragioni della civitas, anche a discapito dei mandati viscontei.

Le signorie del contado. L’avvento della dominazione viscontea nel Reggiano non coincise, nonostante i toni enfatici della storiografia d’inizio secolo, con il principio di un processo di disciplinamento del particolarismo signorile. Con crescente successo sia Bernabò, sia Gian Galeazzo si adoperarono per creare delle coordinazioni coi potentati locali, per legarli alla propria politica, riservandosi, ove il rapporto di forze lo consentiva, le più alte prerogative giurisdizionali. E tuttavia, se si volesse tracciare un bilancio di trent’anni di reggimento visconteo, si dovrebbe constatare non solo il permanere di ampie sacche totalmente esenti, ma anche la vitalità dei dominatus più piccoli, che se pure avevano dovuto rinunciare all’esercizio del mero e del misto imperio, sopravvissero indenni alla parentesi di governo milanese. Tanta longevità trova probabilmente una spiegazione nella storia politica del Reggiano, in quel carattere di terra di confine che ne segnò la fisionomia per tutto il Trecento e che costituì l’humus ideale per i nuclei di potere signorile, sempre pronti a giocare di sponda fra potentati concorrenti. L’ascesa di Gian Galeazzo, la serie dei suoi successi militari e le voci sempre più insistenti intorno alle sue mire regali, portarono in breve ad un allargamento della compagine dei fautori del Visconti, tanto che alla sua morte solo pochi irriducibili (i Roberti e i Boiardo) erano rimasti sul fronte estense. Ma nonostante la crescita dei Visconti e del loro potere, la politica verso i lignaggi signorili fu sempre improntata a grande cautela. Non solo non ci furono azioni di forza contro le castellanie del contado, ma la stessa veste data alle coordinazioni politiche, con la larga diffusione del trattato di aderenza e con la totale assenza di legami vassallatici, sembra riflettere la capacità negoziale dei nuclei di potere signorile, poco propensi ad accettare rapporti considerati troppo stringenti (il feudo) ed inclini, semmai, a siglare accordi che nei contenuti come nella durata presentassero tratti di maggior flessibilità (l’aderenza). E forse proprio in questo sta il paradosso del feudo in area reggiana: è il grande assente nei legami fra centro e periferia, fra il principe e le signorie del contado, ma raccorda localmente ampi settori della società, costituendo anzi uno dei più efficaci collanti della solidarietà dominus/homines. Non è qui il caso di ripercorrere oltre le vicende del potere signorile, le strategie di affermazione dei nobili lignaggi del contado. Basti anticipare solo un altro aspetto che la ricerca ha inteso indagare. Negli ultimi tempi una crescente attenzione è stata riservata a quelle pratiche infragiudiziali - quali paci, arbitrati, faide - che ancora alla fine del medioevo tanta parte avevano nella conduzione e nella risoluzione dei conflitti. Gli scontri che opposero le agnazioni signorili del Reggiano sono allora diventati il banco di prova per misurare aspetti quali la solidarietà all’interno della parentela, i meccanismi di allargamento del conflitto, il funzionamento del sistema vendicatorio: in una parola, i cardini stessi della faida. Con esiti non proprio consonanti con quelli prodotti da certi settori dell’antropologia e della storiografia.

Due parole, infine, anche sul principe. Malgrado i tratti della politica viscontea possano essere ricostruiti, sia pure di riflesso, seguendo le vicende della civitas e delle signorie del contado, non sarà inutile richiamare qui alcuni aspetti. Lo studio dei trentatré anni di governo milanese ha consentito di evidenziare un costante sforzo di accentramento amministrativo, avviato sotto Bernabò e culminato nelle riforme di Gian Galeazzo. Ma al di là delle geometrie istituzionali, è forse qualcosa di più profondo a costituire il filo rosso della politica viscontea a Reggio: qualcosa che rimanda alla natura stessa del rapporto principe/città. Quel legame preferenziale fra il dominus e la comunità cittadina che è stato spesso evocato per altri contesti territoriali e in cui si è vista la cifra stessa della costruzione politica visconteo sforzesca, non sembra trovare alcun riscontro per il Reggiano. E non certo perché siano mancati provvedimenti in favore della civitas: misure anche di grande significato (come quelle tese a favorire il rilancio del lanificio cittadino) furono anzi varate proprio dai Visconti. Quando però se ne misuri non solo il costo economico, ma anche quello politico la valutazione si fa differente. Inclini ad accogliere le petizioni urbane quando queste non sovvertivano i delicati equilibri locali, i signori di Milano si facevano improvvisamente rigidi quando il tenore dei capitoli chiamava in causa i diritti (veri o presunti) dei signori del contado. Vaso di coccio fra vasi di ferro, la comunità cittadina non aveva la forza negoziale per competere con i dominatus del contado, al cui favore i Visconti non esitavano a sacrificare le ambizioni urbane. Se dunque un referente del principe si volesse individuare, non in città, ma nel contado bisognerebbe volgere lo sguardo, tra quelle parentele nobiliari cui i Visconti accordarono la propria benevolenza, nella consapevolezza che la costruzione dello Stato passava attraverso il raccordo con i principali poli di organizzazione politica sul territorio.


Autore

Andrea Gamberini (Milano, 1970) si è laureato in Storia presso l’Università degli studi di Milano, dove ha conseguito il Dottorato di ricerca in Storia medievale nell’estate 2000. Nell’a.a. 1997/98 ha ottenuto il diploma di “Perfezionamento in discipline filosofiche e storiche” presso l’Università Luigi Bocconi di Milano. I suoi interessi di ricerca sono rivolti principalmente alla storia delle istituzioni ecclesiastiche e politiche nel tardo medioevo, con particolare attenzione alla lombardia viscontea.

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