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INDICE
I - 2000 / 1 - maggio-dicembre

Schedario


Marco Folin,
Il sistema politico di un antico Stato italiano: i ducati estensi nella prima Età moderna (1452-1598),
Tesi di dottorato di ricerca in Storia,
Scuola Normale superiore di Pisa, 2000.


Introduzione

Secondo un consolidato schema interpretativo di impronta teleologica, nell’Italia del Rinascimento lo sviluppo della storiografia umanistica sarebbe coinciso con il rapido declino della cronachistica cittadina: la percezione più marcata del “passato in quanto passato”, l’uso innovativo delle fonti documentarie, la ricerca più attenta di cause e nessi esplicativi avrebbero presto congiurato a far dimenticare la vecchia concezione del lavoro storico propria dei cronisti medievali.
In realtà, anche solo a scorrere gli indici e gli inventari dei manoscritti delle biblioteche italiane, ci si rende conto che quasi ovunque nella Penisola, lungi dall’essere il lacerto marginale di un’antiquata visione del mondo, l’approccio annalistico rimase uno dei principali canoni storiografici di riferimento per lo meno sino alla fine del XVII secolo - sia pur con varie e significative differenze di luogo e di tempo. Vi si ricorreva usualmente non solo per registrare gli eventi contemporanei, ma anche per rielaborare quelli passati; e questo non solamente nell'ambito della memoria privata, nei libri di famiglia, ma pure nella sfera assai più delicata - perché vi pesavano complesse e consapevoli istanze ideologiche - della storia cittadina di 'pubblico' interesse. Certo, nel corso del Cinquecento i trattatisti dell'ars historica distinguevano ormai correntemente tra cronache e annali da una parte e storia dall'altra, caricando queste distinzioni di una forte pregnanza valutativa; ed è senza dubbio vero che le cronache moderne, rimaste nella maggior parte dei casi manoscritte, abbiano avuto una circolazione assai più limitata delle storie umanistiche stampate a volte in diverse edizioni. Tuttavia, la duratura diffusione delle cronache come forma di narrazione storica privilegiata non può essere rubricata come residuo culturale, se è vero che esse venivano scritte e lette in ambienti anche assai colti, e dove comunque si conoscevano e frequentavano altri generi storiografici: ancora ai primi del Settecento, ad esempio, fu lo stesso Muratori a commissionare a uno dei propri assistenti delle Memorie della città di Modena in forma annalistica dalle origini ai suoi giorni[1]. Si pone così il problema di indagare le ragioni profonde di questo lungo successo di genere, decifrandone le matrici culturali, ridisegnandone le coordinate spazio-temporali, rintracciando i nessi specifici che legavano le diverse opzioni storiografiche a precise dinamiche politiche e sociali.
In questa prospettiva il caso degli Stati estensi - dove la produzione di cronache cittadine rimase straordinariamente ricca sino alla fine dell’Antico Regime - può fornire qualche spunto di riflessione di interesse probabilmente più generale. A Ferrara, Modena e Reggio, nel corso dell’Età moderna posero mano alla redazione di una cronaca autori anche molto diversi gli uni dagli altri per collocazione sociale, cultura, curiosità e orientamenti politici; un dato però li accomunava tutti, ed era l’orizzonte ideologico di carattere fondamentalmente municipalistico, se non campanilistico, che ne indirizzava la scrittura. Chi si accingeva a raccontare la storia della propria città in forma annalistica, riallacciandosi consapevolmente all’opera dei cronisti medievali, lo faceva generalmente con il deliberato intento di proporre una visione della storia che gravitava tutta intorno all’antica e continua centralità, nelle vicende cittadine, degli istituti municipali e delle famiglie che da tempo immemore li gestivano. In questo, celebrando quel confuso ma palpabile insieme di tradizioni, riti, abitudini e pregiudizi che connotavano l’identità urbana, egli si faceva portavoce di quei gruppi d’interesse che per i motivi più vari mal tolleravano il processo di integrazione politica in un ordinamento regionale e i cambiamenti di equilibrio che ne derivavano a livello locale. Costante, in questi testi, è la polemica nei confronti dei favoriti del principe, degli uomini nuovi arricchitisi all’ombra della corte scavalcando le gerarchie precostituite, quasi irridendo ai tradizionali codici di comportamento; ricorrenti le lamentele sullo smarrimento delle buone vecchie consuetudini del passato, sulle lacerazioni dello status quo ante provocate dalle riforme ducali, sulla triste volubilità delle cose umane, per cui famiglie e valori un tempo riveriti erano ora dimenticati da tutti.
Non si deve però credere che quest’orizzonte intimamente conservatore fosse patrimonio esclusivo di un gruppo piuttosto che un altro, o che vi si riconoscessero i timori e le speranze di un’unica fascia sociale: al contrario, si trattava di un armamentario duttilissimo, dietro a cui si potevano celare istanze profondamente eterogenee. A Ferrara, ad esempio, nella prima Età moderna l’ordinamento urbano rimaneva la struttura portante della vita associata: il principe stesso si presentava e probabilmente si percepiva soprattutto come Signore cittadino eletto dal corpo del comune, ben più che come sovrano di un dominio territoriale. Così, a cavallo fra Quattro e Cinquecento alcuni dei più cospicui diari cittadini poterono essere compilati in seno alla stessa cancelleria estense, come parte di un programma di propaganda dinastica che solo molto più tardi si sarebbe decisamente indirizzato verso canoni genealogici. È proprio in questa flessibilità del genere cronachistico che se ne possono cogliere tutte le potenzialità ideologiche, di volta in volta messe al servizio di interessi e obiettivi diversi, in certi casi opposti, che trovavano nelle memorie patrie - così vetuste eppur così presenti, intarsiate com’erano sulle facciate di chiese, palazzi e monumenti che scandivano le vie della città - un inesauribile repertorio di segni tramite cui esprimere e legittimare ansie, pulsioni e desideri del presente.
È stato detto che i gruppi sociali si definiscono soprattutto in relazione al proprio passato, “ma non a quello che hanno veramente, quanto piuttosto a quello che gli storici costruiscono loro” [2]: da questo punto di vista le cronache estensi costituiscono un sintomo, e una traccia, dei profondi conflitti ideologici che travagliavano le élites cittadine alla ricerca di identità. Nella duratura diffusione delle cronache, nell’orizzonte municipalistico che le caratterizzava, possiamo così vedere uno dei tratti distintivi, e di lungo periodo, della cultura politica che era riuscita a imporsi negli Stati estensi della prima Età moderna, ampiamente condivisa da disparati gruppi di sudditi e dagli stessi consiglieri del principe. Una cultura politica, sia detto per inciso, che non sarebbe scomparsa con il lento declinare delle cronache, ma che verso la fine dell’Antico Regime sarebbe tracimata in altri generi narrativi come le descrizioni di città, le guide turistiche, i repertori eruditi, riaffiorando poi in tutta la sua forza nella seconda metà dell’Ottocento, nel movimento di resistenza all’unificazione amministrativa della Penisola che proprio a Modena aveva una delle sue roccaforti [3]. Le stesse Deputazioni locali di Storia Patria - che non a caso profusero grandi energie nell’edizione di cronache e statuti cittadini - ne erano intrise, sotto la retorica risorgimentale: ma si toccano qui problemi che esulano ampiamente dall’ambito estense, a riprova del rilievo ben più generale dei temi ora accennati.

In un saggio recente un politologo americano ha visto nella creazione delle regioni italiane nel 1970, e nel loro “rendimento istituzionale” successivamente diversissimo, un caso emblematico di come alcuni fattori culturali incardinati nel passato di una data area geografica possano influenzarne le dinamiche politico-amministrative: di qui la necessità, per comprendere appieno il funzionamento dei sistemi politici, di tener conto del contesto culturale in cui questi ultimi vengono ad esplicare la propria azione [4].
È possibile trasferire questi spunti di ricerca all’Italia della prima Età moderna? Certo, in riferimento alle variegate formazioni politiche del tempo, dove i centri urbani mantenevano “tutti gli orgogli [e molti dei privilegi] dell’antico Stato”, non solo o non tanto di ‘regioni’ si dovrà parlare, bensì prevalentemente di distretti e contadi cittadini [5]; e d’altro canto non andranno neppure trascurati altri contesti analitici di scala molto più ampia - i circuiti di scambio commerciale e finanziario, le reti di relazione che si ramificavano dalla curia romana… - che intrecciandosi saldamente con le dinamiche territoriali concorrevano a plasmare le società e le economie locali. Per altro, in un paese così diversificato come l’Italia d’Antico Regime, il ‘contesto’ da considerare dovrebbe includere anche e soprattutto fattori d’ordine geografico-ambientale, frutto della lunga interazione fra una data società e il paesaggio da essa abitato e manipolato nel corso dei secoli. Con queste avvertenze, le indicazioni della politologia non sembrano così lontane da un’esigenza più volte dichiarata nella storiografia italiana degli ultimi anni: quella di inquadrare i processi di costruzione statale della prima Età moderna nella loro dimensione territoriale, recuperando cioè fra i fattori esplicativi dei processi politici la “materialità del territorio con i suoi connotati geografici, economici, sociali” - e, si può aggiungere, culturali [6].
Anche a questo proposito gli Stati estensi possono offrire una casistica significativa. Fra Quattro e Cinquecento, ad esempio, in ogni provincia del dominio le comunità rurali costituivano una delle cellule primarie di organizzazione sociale istituzionalmente riconosciuta: in quanto tali, a livello locale esse assolvevano ovunque al medesimo ruolo di fulcro dell’ordinamento statale. In concreto, però, sotto una trama formalmente omogenea si celavano realtà diversissime. Nel contado della capitale, come nel Polesine di Rovigo e nella Romagna estense, l'impaludamento e le frequenti inondazioni dovute al dissesto idrografico della regione comportavano una scarsa produttività del suolo e soprattutto una drammatica incertezza dei raccolti. In quest’area risiedeva una popolazione fluttuante, poverissima, che migrava a seconda delle stagioni o delle immunità fiscali di volta in volta concesse dal duca al tale o al tal altro luogo: ne risultavano degli insediamenti estremamente fragili e disgregati, composti in parte rilevante da braccianti e contadini sradicati, pronti a trasferirsi alla prima occasione favorevole. Tutto ciò si rifletteva sulla vita politica delle comunità, che era labile e conflittuale come non mai. Pure nei villaggi abbarbicati sulle montagne dell'Appennino tosco-emiliano i raccolti erano a malapena sufficienti alla sussistenza; ma qui il pilastro dell'economia locale era costituito dalla piccola proprietà contadina, cui si poteva accompagnare l'allevamento, e la transumanza stagionale rappresentava un’importante valvola di sfogo che consentiva di superare i momenti di ristrettezza alimentare. A differenza che nel Ferrarese, in questo eco-sistema si erano quindi formate delle comunità molto chiuse, regolate dalle norme non scritte del vicinato e/o della parentela, coese nel rivendicare i loro diritti sulle rispettive “comunaglie”, e insomma caratterizzate da una forte identità di corpo.
Di questi squilibri si trova traccia anche nella distribuzione topografica degli statuti rurali approvati dagli Estensi nel corso del Quattrocento, reperibili in gran copia nell’area occidentale del dominio (indizio di comunità solide e istituzionalmente radicate), e invece abbastanza rari, evidentemente esemplati su quelli del capoluogo, nell’area ferrarese-romagnola. Radicate nella morfologia del paesaggio, queste differenze si erano poi accentuate nel corso di vicende storiche spesso divergenti: lo mette in luce il caso delle concessioni a titolo di feudo rilasciate dalla Camera ducale, che nelle varie provincie del dominio venivano a sancire - pur sotto uno medesimo nome e con analoghe procedure formali - rapporti completamente diversi a seconda delle consuetudini locali. Nel Modenese e nel Reggiano, infatti, l’invasione longobarda nel corso del Medioevo aveva portato a un’ampia diffusione dell’istituto del dominatus loci: in queste zone l’investitura feudale del “merum et mixtum imperium” era divenuta il principale strumento tramite cui dinastie di Signori rurali si erano viste legittimare il loro prepotere locale; e non a caso fu solo alla fine del Cinquecento che i duchi di Ferrara cominciarono con una certa liberalità a vendere giurisdizioni e annessi titoli nobiliari nei contadi di Modena e Reggio. Ben diversa la situazione nel Ferrarese, dove il presidio bizantino aveva difeso l'assetto territoriale tardo-antico fondato su una stretta soggezione economica, politica e giurisdizionale del contado al capoluogo urbano. Qui la mancata occupazione longobarda si era tradotta in un'assenza quasi assoluta di consuetudini signorili nel distretto: il feudo era di fatto assimilato a un contratto d'affitto agrario, tarda rielaborazione dell'antica enfiteusi bizantina. Di conseguenza nell’area orientale dello Stato gli Estensi poterono concedere migliaia di investiture ‘feudali’, propiziando la costituzione di estese reti clientelari, senza tuttavia veder con ciò minimamente intaccate le proprie prerogative giurisdizionali.
Nel dominio, insomma, convivevano tradizioni politiche assai antiche - risalenti in certi casi all'Alto Medioevo - che per lo meno per tutto il Cinquecento continuarono a caratterizzare non solo l’organizzazione interna delle provincie, ma l’ordinamento dello Stato nel suo complesso, variegando le relazioni che venivano a instaurarsi fra il principe e le élites locali. E da questo punto di vista il caso estense non sembra che mettere in luce degli aspetti ampiamente diffusi in quegli aggregati straordinariamente compositi che erano i domini regionali della prima Età moderna.

Negli Stati italiani di Antico Regime è assai raro incontrare iniziative di trasformazione radicale degli apparati pubblici nella loro globalità. Di solito, ci si trova piuttosto di fronte a operazioni isolate, seppur potenzialmente incisive, per lo più non coordinate fra loro: piccoli aggiustamenti circoscritti a singoli ambiti politico-amministrativi, spesso introdotti in via eccezionale come provvedimenti d’urgenza e solo in seguito accreditati come riforme permanenti dell’edificio statale - più per inerzia che in base a chiare volontà d’indirizzo. Ad ogni momento della loro storia gli ordinamenti statali non si presentano come sistemi uniformi, organici, articolati per funzioni definite secondo un coerente disegno d’insieme; essi sembrano invece aggregati compositi e discordi, frutto di stratificazioni empiriche istituite sotto il premere delle contingenze. D’altra parte, non era solo nei momenti di crisi che lo Stato si reggeva su continuità gattopardesche: continuità di norme e istituti, ma anche e soprattutto di uomini, abitudini, rendite di posizione intorno a cui prosperava tutto un sottobosco di interessi [7]. Così, creati a distanza di tempo - in certi casi di secoli -, in contesti e con obiettivi diversissimi se non contraddittori, espressione di istanze, logiche, poteri disparati se non antagonisti, gli apparati pubblici venivano a essere animati da tradizioni culturali e pratiche amministrative spesso divergenti a seconda delle rispettive origini storiche. Non erano differenze da smussarsi necessariamente nel corso degli anni, queste, che al contrario potevano perpetuarsi a lungo fra le maglie larghe delle istituzioni di Antico Regime, alimentando rivalità, tensioni, frustrazioni, ma al tempo stesso invischiandole in estenuanti conflitti di competenza. Il problema, nel descrivere queste dinamiche, è precisamente quello di porne in rilievo il carattere composito senza ingabbiarlo in griglie interpretative anacronistiche: senza leggerne cioè l’eterogeneità connaturata come un vizio d’origine, bensì come il tratto distintivo di un sistema politico poco integrato al suo interno, che solo recentemente aveva assunto dimensioni regionali. In questa prospettiva, a un approccio ‘struttural-funzionalista’, di matrice sostanzialmente giuspubblicistica [8], se ne potrebbe preferire uno genealogico, attento a indagare l’evoluzione degli apparati tenendo conto delle loro matrici costitutive, a partire dal presupposto che il ruolo, i compiti, gli obiettivi per cui un officio era stato concepito continuassero a riflettersi sull’attività di chi lo ricopriva, pur in contesti affatto mutati, anche a distanza di decenni.
Sottoposto a questo tipo di lettura, l’ordinamento politico estense risulta fondato sulla concorrenza di magistrature di nuova creazione principesca e di altre di più antica ascendenza comunale: le prime emanazioni tutte più o meno dirette della domus signorile, le seconde coincidenti in buona parte con il sistema delle cariche municipali delle città soggette, già compiutamente sviluppato ben prima dell'arrivo dei marchesi poi duchi. Non era certo un dato circoscritto agli Stati estensi: com’è noto, quasi ovunque il passaggio di sovranità dal Comune alla Signoria non si tradusse in riforme istituzionali profonde, ma essenzialmente nella riserva al principe del diritto di nominare gli officiali cittadini, di cui venivano lasciati immutati i regolamenti normativi, gli ambiti di competenza, i circuiti di reclutamento, i modi di retribuzione. Così, nel dominio estense gli organi emanati direttamente dal principe - la cancelleria, la Camera, le masserie periferiche e gli incarichi di “commissario” in certe giurisdizioni - costituirono a lungo un corpo estraneo e non del tutto integrato rispetto alle cariche di origine comunale: non a caso, se ne trovano rarissime menzioni negli statuti cittadini “riformati” nel Quattro e nel Cinquecento, con il risultato di moltiplicare i già endemici conflitti di competenza fra i diversi rami dell’amministrazione ducale.
Da un lato abbiamo l’apparato degli offici in senso stretto, il cui orizzonte di riferimento restava la Res publica cittadina e che rimanevano in gran parte sotto la tutela del patriziato urbano, nel cui interesse venivano esercitati; e dall'altro lato il sistema delle cariche create ex novo dal principe, ricoperte da persone che rispondevano unicamente all’arbitrio di quest’ultimo e che solo gradualmente vennero ad assumere funzioni direttive di governo. ‘Officiali’ e ‘commissari’: in questa antinomia si può forse cogliere una delle cifre di fondo della storia delle istituzioni estensi nell’Età moderna. Una cifra ben più generale e diffusa, per altro, se è vero che la medesima distinzione è stata rintracciata in molte altre formazioni politiche italiane di origine urbano-comunale, tanto da costituire un possibile fattore di comparazione fra gli Stati regionali della Penisola e le grandi monarchie dell’Europa continentale.
Ponendo mente alle diverse matrici costitutive degli organi di governo, dunque, ci si rende conto che la dialettica fra principe e sudditi, fra sovrano e corpi territoriali, permeava ogni struttura dello Stato [9]. Fagocitando le magistrature preesistenti, il sistema politico creato dagli Estensi nel corso del Quattrocento si era in parte modellato su di esse, sì da accoglierne le istanze, le vischiosità, le idiosincrasie, anzi spesso rafforzandole fornendo loro nuove legittimazioni. Lo si è appena riscontrato su altri piani, del resto: negli Stati regionali della prima Età moderna il peso politico dei corpi locali non solo non diminuì, ma anzi per certi versi aumentò; e da questo punto di vista è certo molto significativo che in prima linea fra gli estensori di cronache municipali - ideologicamente connotate come si è detto - non vi fossero anonimi cittadini emarginati dalla vita politica, bensì officiali ben inseriti negli apparati di governo, che così mettevano in mostra tutte le fratture culturali che dividevano i servitori del principe.

Com’è noto, nella prima Età moderna i principi italiani si diedero a promuovere imprese di magnificenza con impegno e profusione di energie se non inediti certo maggiori che in passato. Sarebbe riduttivo leggerne gli ambiziosi programmi solo in termini di ‘propaganda’; tuttavia, in quanto strumento tradizionalmente riconosciuto di espressione delle virtù civili del sovrano - fattore di discrimine fra tirannide e ottimo principato -, queste operazioni non erano mai esenti da istanze di prestigio e affermazione politica [10]. Come ancora Botero sintetizzava alla fine del Cinquecento, la “riputazione” del principe costituiva uno dei maggiori elementi di solidità degli Stati, ed essa derivava in misura non indifferente anche dall’“edificazione [di] città preclare” e dalla fondazione di “chiese magnificamente fabbricate e dotate” [11]. Per questo nei programmi di prestigio di Nicolò V e Ludovico Gonzaga, di Ercole I d’Este e Alberto III Pio, di Federico da Montefeltro e dei due Francesco Maria Della Rovere, l’abbellimento della capitale svolgeva un ruolo cruciale.
In ossequio a un’inveterata consuetudine disciplinare, le imprese di magnificenza urbana patrocinate dai principi del Rinascimento sono state studiate prevalentemente da storici dell’arte e/o dell’architettura, che ne hanno analizzato soprattutto le opzioni progettuali e gli esiti edilizi, decifrandone linguaggi e ideologie, ricostruendo le implicazioni sottese a determinate scelte costruttive, riconoscendo in questo o in quel disegno la mano del tale o del tal altro architetto. Sono questioni e interrogativi mai del tutto svincolati da giudizi di valore sulla qualità architettonica degli edifici, sulla coerenza interna dei progetti, sulla cura dei dettagli costruttivi, sulla cultura messa in gioco dall’architetto e dal committente. Tutta l’interpretazione ruota così intorno alla bontà o meno del singolo intervento edilizio; e viceversa viene spesso trascurato o comunque tralasciato in secondo piano il contesto urbano in cui queste operazioni si svolgevano e a cui si rivolgevano. Le cose si potrebbero guardare anche altrimenti, però: considerando cioè le imprese dei principi del Rinascimento come l’esito di compromessi continui fra la volontà del sovrano e le istanze per nulla passive dei sudditi, che in quest’ambito più che mai - per le implicazioni economiche e di prestigio che li coinvolgevano direttamente - conducevano un dialogo serrato con i detentori del potere, rielaborandone i progetti e influenzandoli in proporzioni anche molto significative. In questa prospettiva, non tanto di un singolo architetto si dovrà andare in cerca - principe o meno che sia [12] -, ma di un equilibrio sottile e dinamico fra esigenze diverse, che interagivano modificandosi a vicenda, le cui tracce non si potranno seguire solo nelle stanze dei bottoni.
Chi fu l’’autore’ del grande ampliamento di Ferrara che va sotto il nome di “Addizione erculea”? Il principe, che si dilettava di architettura e che amava metter parola nei cantieri che andava spesso a visitare personalmente, che volle il progetto a dispetto di ogni ostacolo e lo perseguì sempre con grande impegno e profusione di spese? L’umanista che gli stava accanto, consigliandogli letture e punti di riferimento, legittimando i suoi disegni con il proprio sapere, teorizzando il ruolo dell’architettura come strumento di governo e l’importanza della “recercha de memorie antiche” come guida all’attività del sovrano? Oppure fu l’oscuro officiale alle Munizioni, che metteva in pratica le intuizioni dei committenti, trovando il modo di concretizzarle, organizzando i cantieri, istruendo la manodopera, curando l’esecuzione dei dettagli? O non furono piuttosto i cittadini arricchiti all’ombra della corte, che colsero l’invito del duca a nobilitare il nuovo quartiere residenziale investendo energie e sostanze per costruirvi palazzi magnifici, degni di una capitale rinnovata? Ciò che è certo, è che questo intreccio di ambizioni, passioni, speranze fallì: perché gran parte della cittadinanza guardava perplessa e sfiduciata il grande dispendio di fondi pubblici in un momento di drammatiche difficoltà per lo Stato; perché tutte le attività economiche rimasero concentrate lì ov’erano da sempre, vicino al porto fluviale e alla piazza del mercato; perché le vecchie famiglie patrizie non abbandonarono le magioni e i luoghi in cui vedevano incarnata la loro egemonia secolare. Furono tracciate delle strade, aperta una piazza, costruite alcune case: ma la “Terra nuova” nel suo complesso rimase in gran parte disabitata.
Di lì a poco più di un secolo gli Estensi furono scacciati da Ferrara e costretti a trasferirsi in una cittadina di modeste dimensioni, priva di qualunque rilievo monumentale al di fuori del duomo e di qualche palazzo nobiliare. A Modena, tuttavia, avvenne quello che non era stato possibile nel precedente capoluogo: intorno ai cantieri ducali - aperti nei paraggi del castello, delle mura e di pochi altri siti relativamente periferici - fu tutto un sorgere di iniziative edilizie private che nel giro di un paio di decenni cambiarono profondamente il volto della città. Nessun grande progetto d’insieme, nessun programma organico di abbellimento urbano, un gruppo dirigente senza dubbio inferiore - sul piano culturale come su quello economico e imprenditoriale - rispetto all’entourage che circondava Ercole I. In questo caso, tuttavia, le istanze di prestigio del sovrano si erano felicemente incontrate con le esigenze di distinzione dei patrizi cittadini: l’aristocrazia modenese riconobbe nell’arrivo del duca e nell’emulazione delle sue imprese edilizie un’imperdibile opportunità per ostentare i propri privilegi di ceto.
Ferrara alla fine del Quattrocento, Modena ai primi del Seicento: due vicende specifiche, che però possono rappresentare emblematicamente due rapporti possibili fra il principe e i sudditi in materia di usi della città. Da una parte vi è un tentativo di imporre dall’alto un modello di sviluppo funzionale alla politica di magnificenza del sovrano, fallito per la mancata collaborazione delle élites cittadine; dall’altra una serie di iniziative di più corto respiro, non necessariamente inquadrate in un programma unitario, ma tali da alimentare nei sudditi dei comportamenti emulativi diffusi, che li portavano a far propri i valori suggeriti dalle operazioni del principe. Ciò che emerge, in entrambi i casi, è un ordine di problemi ben più complesso di quello compreso da una prospettiva di ricerca centrata esclusivamente sul binomio opera/autore.
Ma tutte le osservazioni sin qui avanzate in tema di sviluppo urbano non potrebbero essere estese, mutatis mutandis, anche agli altri ambiti in cui il bisogno di “riputazione” dei principi del Rinascimento cercò di esplicarsi? Nel campo della letteratura come in quello dell’organizzazione ecclesiastica, nel campo delle arti figurative come in quello dei riti civici, non sarebbe forse opportuno valutare l’esito dei programmi di magnificenza promossi dai detentori del potere non solo per i risultati spettacolari cui essi diedero luogo, ma anche considerandone l’eco suscitata in una società politica straordinariamente interattiva, sempre pronta a decretare con le proprie reazioni il successo o meno di qualsiasi impresa culturale? Alcune iniziative del principe non incontrarono che indifferenza o addirittura ostilità; altre furono accolte con grande partecipazione dai sudditi, solerti nel commissionare opere analoghe e disposti a farsi coinvolgere nel lancio di vere e proprie ‘mode’, moltiplicando come in un labirinto degli specchi le immagini e i messaggi di magnificenza proposti dal sovrano. Non nacque così nella seconda metà del Quattrocento la voga delle medaglie celebrative coniate sul modello di quelle degli imperatori romani, portata in auge dalle commissioni a Pisanello da parte dei monarchi italiani, ma ben presto diffusasi in diversi gruppi sociali fra chiunque desiderasse celebrare, e in un certo modo ostentare, la propria ascesa recente? E che dire del passaggio di determinati temi iconografici a sfondo dinastico-genealogico dai cicli di affreschi che ornavano luoghi e palazzi pubblici alle decorazioni di case private e cappelle di famiglia, parallelamente al diffondersi del gusto per le ‘genealogie incredibili’ che accomunava in un’unica passione auto-legittimante i sovrani e le loro élites [13]? O della circolazione di certi argomenti di dibattito - il duello, l’onore, la cavalleria… - fra i letterati di corte e più in generale fra ogni dotto della Respublica literarum? Sono tutti temi e strumenti, questi, di cui non serve sottolineare le forti implicazioni ideologiche, se non direttamente politiche. Tenendo a mente le battaglie assai aspre che vi si combattevano intorno, a volte molto esplicite nei testi a noi pervenuti, le strategie culturali dei principi del Rinascimento possono quindi divenire una fonte di informazioni eccezionalmente ricca sul grado di progettualità e di consapevolezza con cui i diversi attori che si muovevano sulla scena degli antichi Stati italiani vivevano il proprio ruolo, le proprie aspirazioni, i propri timori.

Negli ultimi anni è stato da più parti proposto, seppur spesso implicitamente, che nel corso del XV secolo gli ordinamenti politici italiani abbiano maturato caratteri relativamente stabili e duraturi, strutturali, così che di fatto il Quattrocento costituisca un periodo privilegiato per indagare le “origini dello Stato” nella Penisola [14].
L’esempio estense sembra suggerire una scansione cronologica più articolata: certo, durante il XV secolo si svilupparono istituti di governo, prassi politico-amministrative, rapporti di potere (per altro in parte già precedentemente sperimentati), che poi sarebbero rimasti in vita sino alla fine dell’Antico Regime. Così, da un punto di vista strettamente istituzionale, il sistema degli offici, la geografia delle circoscrizioni, le stesse competenze dei giusdicenti ducali non sarebbero molto mutati nei secoli a venire. Tuttavia, a partire dagli anni delle Guerre d’Italia gli Stati del duca di Ferrara furono teatro di tali e tante trasformazioni sociali da snaturare del tutto - pur senza che ciò si manifestasse in alcuna riforma amministrativa - l’ordinamento politico ereditato dal tardo Medioevo. Se ne ha una chiara percezione studiando la composizione della società politica estense, vale a dire quel mondo eterogeneo costituito dai “detentori di quote - spesso di piccoli frammenti - dell’autorità pubblica elargita dal sovrano e dai corpi territoriali” [15]. Prendiamo il caso degli officiali di nomina ducale: se intorno alla metà del Quattrocento il principe inviava nei centri soggetti soprattutto patrizi ferraresi, un secolo e mezzo dopo i podestà estensi provenivano in gran parte dal dominio e in proporzione crescente erano originari del contado. Ma non fu solo l’estrazione sociale dei giusdicenti a cambiare, in questo lasso di tempo. Se per tutta la seconda metà del Quattrocento gli officiali laureati in legge erano stati pochissimi - la maggior parte di loro, secondo gli usi dell’aristocrazia locale e probabilmente in virtù di un preciso criterio di reclutamento, aveva infatti ricevuto una formazione letteraria di stampo umanistico -, tutto il contrario avveniva cent’anni dopo, quando la preparazione giuridica era divenuta il principale canale d’accesso all’esercizio di cariche estensi nel territorio. Evidentemente, se alla fine del Medioevo la carica di podestà rimaneva abbastanza prestigiosa, e dunque appetibile per le élites della capitale, a cavallo fra Cinque e Seicento essa non era più ritenuta che un impiego subordinato, indegno di persone di alto rango. D’altra parte, quel carisma personale e familiare che alla fine del Medioevo rimaneva un ingrediente necessario dell’autorevolezza degli officiali agli occhi dei sudditi sarebbe in seguito stato sostituito - con il consolidarsi della dominazione estense - da altri titoli di affidabilità, fra cui in primo luogo la competenza tecnica.
Da questi dati, tuttavia, non è possibile indurre conclusioni generali circa un allargamento complessivo del bacino di reclutamento dei servitori del principe: in altri ambiti si registrano infatti trasformazioni di segno affatto diverso, se non opposto. È il caso, ad esempio, degli ambasciatori inviati come residenti presso le principali corti italiane ed europee, che ancora intorno alla metà del Quattrocento costituivano un gruppo eterogeneo, il cui unico comun denominatore era un rapporto di contiguità con gli ambienti della cancelleria, e che già nei primi anni del secolo successivo erano invece venuti a formare un corpo distinto e ben definito, composto in prevalenza da gentiluomini e nobili titolati. Quello che si delinea nel passaggio fra Medioevo ed Età moderna, insomma, non sembra solo - e neppure tanto - un processo di crescita e potenziamento degli offici di governo, quanto piuttosto un processo di progressiva definizione dell’identità di chi li ricopriva, tramite una maggiore codificazione dei requisiti d’accesso alle cariche e una tendenziale polarizzazione delle diverse carriere entro binari più separati che in passato.
Usando gli strumenti dell’analisi prosopografica [16] per radiografare altre componenti della società politica estense nello stesso torno di tempo si possono riscontrare cambiamenti altrettanto profondi: nonostante le analogie formali, ad esempio, i feudatari quattrocenteschi non avevano nulla in comune con quel centinaio di uomini che negli anni della Devoluzione comprarono una contea o un marchesato nei contadi di Modena e Reggio. I primi, che spesso risiedevano nel feudo da generazioni, vantavano un solidissimo radicamento nel territorio, tanto da poter sfidare apertamente i rappresentanti locali del duca; i secondi gravitavano invece intorno a poli di tutt’altro genere, sparsi di solito in un’area molto ampia che poteva spaziare dalla capitale ad altre corti italiane ed europee. Molti non erano neppure sudditi della dinastia; di estrazione urbana e patrizia, per loro l’acquisto di una giurisdizione significava soprattutto il possesso di un titolo nobiliare e una sicura fonte di reddito: i rapporti che allacciavano con i sudditi e con lo stesso sovrano erano evidentemente assai diversi da quelli intrattenuti dagli eredi dei domini loci di longobarda memoria.
E cosa dire dei consigli municipali, che nell’arco di un secolo e mezzo - nelle città come nelle principali terre della Bassa - mutarono radicalmente caratteri e composizione, conoscendo una progressiva chiusura di ceto in linea con quanto andava accadendo negli Stati contermini? Unica eccezione fu la capitale, dove l’ingombrante presenza della dinastia e delle sue corti aveva a tal punto indebolito le strutture comunali da rendere impossibile lo sviluppo di una compiuta nobiltà di reggimento. Anche l’anomalia ferrarese, però, sarebbe stata ben presto sanata all’arrivo dei pontefici, che per prima cosa avrebbero istituito in città un “consiglio centumvirale” in cui i primi ordini dell’aristocrazia potessero finalmente veder sanciti i propri privilegi anche da un punto di vista giuridico.
Tutti questi fattori concorrono a definire dei rapporti di potere completamente diversi rispetto a quelli su cui si reggevano le società tardo-medievali: anche se fra Quattro e Cinquecento il quadro istituzionale era rimasto sostanzialmente inalterato, gli attori che si muovevano al suo interno, le logiche, i comportamenti, gli obiettivi di chi gestiva e usufruiva delle istituzioni erano cambiati così profondamente che l’intero sistema politico estense sembra animato da tensioni del tutto inedite. Ma se questo è vero, allora bisogna sottolineare che assai difficilmente i processi di cui sopra riuscirebbero a essere colti nello spazio di pochi anni o pure di una singola generazione: per quanto necessario per comprendere le dinamiche di potere nel loro intreccio minuto, un approccio esclusivamente microanalitico rischia di perdere di vista il rilievo prospettico dei propri risultati se prescinde dal lungo periodo come orizzonte di riferimento. Per aprirsi alla storia della società nel suo complesso, insomma, la storia delle istituzioni politiche dovrebbe da questa mutuare anche l’attenzione verso i tempi lunghi del mutamento.

La ricerca si è sviluppata intorno a queste ipotesi di lavoro, nel duplice obiettivo di descrivere l’assetto di uno degli Stati regionali meno noti e studiati della Penisola, e di prospettare un modello di organizzazione politica tale da poter essere comparato a livello italiano. Un modello per certi versi specifico - specifiche erano la configurazione geografica del dominio, la sua posizione di intercapedine fra Stati più potenti, la fisionomia dei gruppi che vi lottavano per emergere -, ma per altri versi assai diffuso nell’Italia centro-settentrionale, fondato com’era in buona parte sulle preesistenti strutture di governo di matrice comunale, sulla concessione ai corpi territoriali di ampie autonomie in materia di gestione delle risorse locali, sulla pretesa infine dei sovrani di porsi al vertice della società soggetta più tramite catene clientelari che per mezzo di radicali riforme istituzionali.
I limiti cronologici, 1452-1598, sono dettati in prima istanza da ragioni documentarie, in quanto le serie archivistiche che più si sono utilizzate nel corso della ricerca cominciano a essere conservate con regolarità dagli anni Cinquanta del Quattrocento, di fatto interrompendosi bruscamente con il trasferimento della capitale a Modena un secolo e mezzo dopo. Tale delimitazione del campo d'indagine è però suggerita anche da motivi più sostanziali: in questo caso più che mai i cambiamenti nella prassi archivistica non sembrano che riflettere trasformazioni più profonde a livello di pratiche politico-amministrative e più in generale di modi di intendere le attività di governo. È quanto appunto pare avvenire intorno al 1452, quando, dopo cinquant'anni di ininterrotto ampliamento territoriale sancito dall'investitura di Borso a duca di Modena e Reggio, gli Estensi e i loro consiglieri sembrano porsi con particolare consapevolezza il problema di consolidare lo Stato adeguandone le strutture e i parafernali alla nuova dignità della dinastia e al ruolo di primo piano da essa conquistato nel sistema degli Stati italiani. Quanto alla scansione finale, essa coincide con la Devoluzione di Ferrara ai pontefici, quando - caso forse unico nella storia della Penisola - i duchi scacciati dalla capitale a cui avevano legato la propria identità riuscirono in un paio di mesi (ma a che prezzo?) a trasferire corte e clientele in un'altra città del dominio, adattando alle mutate condizioni politiche l’antico sistema di potere ereditato dagli avi, e proseguendo a governare sino all’Unità d'Italia.
Un lasso di tempo abbastanza ampio, dunque, dettato dalla convinzione già dichiarata che solo sul lungo periodo si possano cogliere alcune trasformazioni strutturali dei sistemi politici. Beninteso, non era possibile dare pari approfondimento all’intero arco temporale e tematico considerato. Ci si è concentrati soprattutto su due periodi: la seconda metà del Quattrocento, specialmente gli ultimi trent’anni del secolo quando, esauritasi ormai la spinta espansiva della dinastia, Ercole I d’Este incanalò in un grandioso programma di prestigio i timori e le frustrazioni provocati da una situazione internazionale sempre più minacciosa; e i decenni a cavallo del secolo successivo, quando le intime debolezze del sistema statale estense furono portate alla luce dalla politica aggressiva e spregiudicata dei papi romani.
Da Borso ed Ercole I ad Alfonso II e Cesare d’Este, un dato si impone all’osservatore: quello della natura pervicacemente, irriducibilmente municipalistica del sistema di governo tramite cui i Signori di Ferrara riuscirono a imporre la propria autorità sul territorio. Sul piano delle ideologie che trasparivano dalle pagine dei cronisti come su quello delle tradizioni locali che animavano le diverse aree del dominio, sul piano dell’ordinamento istituzionale degli offici come su quello delle imprese di magnificenza promosse dai sovrani, v’è un fattore di fondo che ricorre: il permanere nella composita costituzione politica estense di forti interessi di corpo, orientati prevalentemente - ma non solo - verso il mantenimento dei privilegi delle aristocrazie cittadine. All’ombra dello Stato queste ultime continuarono a rafforzarsi nel corso della prima Età moderna, imprimendo il loro marchio conservatore al volto del potere.
Per una breve stagione, la crescita del prestigio dinastico dovuta all’ampliamento del dominio, la propizia temperie internazionale, la legittimazione umanistica delle ambizioni ducali e l’eclissi dei consorzi feudali avevano concorso a creare la sensazione che attorno alla corte degli Estensi potesse maturare un nuovo modo di governare, teso non più solo alla tutela dei poteri precostituiti, ma anche alla possibile eversione delle gerarchie tradizionali da parte di chiunque avesse la capacità e la spregiudicatezza per mettere in pratica dei progetti innovativi. Di questo clima approfittarono uomini mossi da valori percepiti come inediti e disgregatori degli antichi equilibri; ne furono espressione splendida, per quanto già segnata dal presentimento del tramonto, le opere artistiche e architettoniche commissionate nella cerchia di Ercole I. Vennero allora inaugurati processi di trasformazione che non si sarebbero più arrestati: l’ingresso dei sudditi del dominio nelle file del personale politico estense e la frequenza di matrimoni ‘misti’ negli ambienti di corte (fra famiglie di diverse estrazione geografica e sociale) sono sintomi sicuri della progressiva seppur lenta integrazione delle élites locali in una società politica regionale. Non altrimenti potrebbe spiegarsi la capacità di reazione della dinastia nei momenti di crisi - nel 1482-84 contro Venezia, nel 1509-27 contro i papi - quando ben più delle armi solido presidio dello Stato fu il consenso dei sudditi, interessati a preservare l’integrità sovracittadina del dominio.
A uno sguardo attento, tuttavia, i segni di cedimento non mancano, lungo tutto il Cinquecento: cominciarono i patrizi modenesi e reggiani, che al momento di tornare sotto la dominazione estense ne approfittarono per rinegoziare i loro privilegi giurisdizionali, fiscali, economici, sui rispettivi contadi. Ma fu soprattutto nella capitale che ampie fasce dell’aristocrazia presero a prendere progressivamente le distanze dal progetto politico impersonato dalla dinastia: fossero i costi della competizione internazionale che gravavano soprattutto su Ferrara e il suo distretto, compromettendone le già provate risorse economiche, fosse il fastidio di fronte alla politica clientelare extra-urbana degli Estensi, che finiva per penalizzare i notabili cittadini, sta di fatto che nel corso della seconda metà del Cinquecento si verificò una vera e propria diaspora di nobili ferraresi fra i servitori e i sostenitori dei duchi. Alla fine, dopo la morte di Alfonso II, Cesare fu abbandonato dai sudditi al suo destino: e fu così che una serie di circostanze relativamente imprevedibili - la sterilità di un uomo, il risentimento di una donna, l’azzardo di chi sedeva sulla cattedra di Pietro - fecero crollare senza colpo ferire un sistema politico che nella sua storia aveva superato prove potenzialmente ben più difficili.


Note

[1]Cfr. A. Minghelli, Memorie della città di Modena dalle origini al 1700, BE, Ms It 518 (alpha G.5.9), c. 1r, dove si può leggere di mano di Muratori la nota seguente: “Memorie della città di Modena raccolte da Antonio Minghelli mio aiutante nella Biblioteca di Sua Altezza Serenissima e stese per ordine mio”.

[2] Guenée, Storia e cultura storica, p. 17; su questi temi in generale, rimangono sempre fondamentali gli studi di Hobsbawm sul “senso del passato”, alcuni dei quali sono stati recentemente riuniti in Hobsbawm, De historia; ma cfr. almeno anche Id., The Social Function of the Past; e Id.-Ranger, L'invenzione della tradizione.

[3] Sul municipalismo italiano nell’Ottocento, cfr. ora Schiera, Presentazione, e la bibliografia ivi citata.

[4] Cfr. Putnam, La tradizione civica.

[5] Cattaneo, La città, p. 149. Sul peso delle strutture municipali di governo sull’organizzazione del territorio negli Stati italiani della prima Età moderna, cfr. i vari studi raccolti in Chittolini, Città, comunità e feudi; e Varanini, Governi principeschi. Quanto al tema delle regioni e della ‘regionalizzazione’ economica della Penisola, cfr. Fasano Guarini, Stato e città, e la bibliografia ivi citata.

[6] Cfr. Fasano Guarini, Centro e periferia, p. 170.

[7] In tema di continuità dello Stato, particolarmente stimolanti rimangono gli spunti di Pavone, La continuità dello Stato; e Id., Ancora sulla continuità.

[8] Cfr. Costa, Lo Stato immaginario; e Fioravanti, Stato (storia).

[9] In proposito, cfr. le considerazioni di Bizzocchi, Stato e/o potere.

[10] Sulla teoria della magnificenza nel tardo Medioevo, cfr. Green, Galvano Fiamma.

[11] Cfr. Botero, Della ragion di Stato, p. 436.

[12] Si fa qui riferimento alle discussioni svoltesi al convegno su Il principe architetto, recentemente organizzato dal Centro Leon Battista Alberti (Mantova, ottobre 1999).

[13] In proposito, cfr. Bizzocchi, Genealogie incredibili; sui cicli di affreschi di tema dinastico-genealogico nelle dimore nobiliari italiane, cfr. Kliemann, Gesta dipinte.

[14] Cfr. le osservazioni di Petralia, “Stato” e “moderno”, in riferimento agli atti del convegno di Chicago del 1993 (Chittolini-Mohlo-Schiera, Origini dello Stato; ma altrettanto significativi sembrano i seminari di Pisa e San Miniato del 1996 e 1997 - cfr. rispettivamente Gli officiali negli Stati italiani; e Connell-Zorzi, Lo Stato territoriale).

[15] Cfr. Castelnuovo, Ufficiali e gentiluomini, p. 30; in proposito, cfr. anche Lazzarini, Fra un principe e altri Stati, p. 90.

[16] Uso qui il termine ‘prosopografia’ nell’accezione illustrata in Leverotti, Diplomazia e governo, pp. 9-10; e in Lazzarini, Fra un principe e altri Stati, pp. 2-4.

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