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INDICE

 

III - 2002 / 1 - gennaio-giugno

Schedario

Primo Giovanni Embriaco,
I vescovi di Albenga e gli sviluppi signorili nella Liguria occidentale (secoli XI-XIII),
Tesi di dottorato di ricerca in Storia medievale,
Università degli Studi di Torino, 2001.


Indice

Premessa

Capitolo primo
La documentazione albenganese: caratteristiche e problemi

Capitolo secondo
L’XI secolo nel Ponente ligure: i riflessi di un assetto politico-istituzionale in trasformazione

I protagonisti del mutamento
1. Il regno
- Il patrimonio fiscale
- Gli interventi regi
2. Le aristocrazie d’ufficio
2.1 I conti di Ventimiglia
- Le strutture familiari
- La politica dinastica e patrimoniale
- Relazioni e strategie politiche
- Circoscrizione, presenze patrimoniali e sviluppi giurisdizionali
2.2 I marchesi arduinici
2.3 I marchesi aleramici
3. Le chiese
3.1 I vescovi di Ventimiglia
3.2 I vescovi di Albenga
3.3 I vescovi di Savona
Conclusioni

Capitolo terzo
Il configurarsi del potere vescovile alla luce degli sviluppi del XII secolo

1. L’affermazione cittadina
2. La presenza marchionale
3. L’incastellamento del territorio e lo sviluppo signorile
4. I vescovi di Albenga
- Le strutture di potere
- Beni e diritti
Conclusioni

Capitolo quarto
Il Duecento: tra crisi e nuovi potenziamenti

La convenzione del 1225
Il Pedemonte e la valle di Oneglia
L’Ingaunia orientale
Funzionariato e strutture di potere
Diritti signorili e prerogative comunali
Conclusioni

Bibliografia
Tavole fuori testo


Abstract

L’argomento si presentava stimolante per una serie di motivi; innanzitutto si sentiva l’esigenza di uno studio che riunendo, e rivisitando, le conclusioni della precedente storiografia su singoli problemi o argomenti, affrontasse in una visione d’insieme l’esame dell’evoluzione giurisdizionale del Ponente ligure durante i secoli centrali del medioevo. In secondo luogo è stata scelta di proposito come oggetto principale dell’indagine una chiesa vescovile allo scopo di verificarne il ruolo all’interno di questo processo: risultava infatti oltremodo interessante confrontare i risultati di tale analisi con il nucleo di assunti che sulla signoria rurale si è venuto formando negli ultimi decenni, soprattutto in considerazione del fatto che la recente letteratura sugli sviluppi signorili dell’Italia nord-occidentale ha riguardato soprattutto l’evoluzione e l’affermazione delle famiglie di tradizione funzionariale o di alcuni gruppi consortili.

In quest’ottica un altro motivo di interesse era verificare il "potenziale di peculiarità" che dall’esterno sembrava fornire la collocazione del Ponente ligure, area di cerniera fra Tirreno e mondo padano, fra Regno Italico e Provenza: accertare quindi se e in che modo le rappresentazioni della Liguria occidentale- elaborate da alcune, classiche, indagini, che insistono sulla sua funzione di terra "di confine" e di incontro fra diversi modelli politico-culturali- riflettano concrete caratterizzazioni sul piano istituzionale.

Naturalmente premessa indispensabile era una attenta disamina delle fonti: ciò ha permesso di delineare un quadro di insieme sulla produzione documentaria albenganese in grado di fornire risposte sufficientemente esaurienti non solo sui processi di formazione, accumulo e dispersione del materiale, ma anche sui meccanismi connessi alla redazione di documenti falsi o interpolati e sulla loro circolazione.

In via preliminare è inoltre parso opportuno contestualizzare la situazione albenganese nel panorama più ampio dell’intero Ponente in modo da disporre di utili termini di confronto e rendere espliciti per il periodo successivo i riferimenti agli altri protagonisti del fenomeno signorile e allo sfondo territoriale in cui si trovavano ad operare; la natura della documentazione dell’XI secolo ha di fatto imposto un’analisi incentrata sulla "presenza" del regno e sull’azione messa in campo dalle dinastie di tradizione funzionariale (conti di Ventimiglia, marchesi arduinici e aleramici) e dai tre vescovati di Ventimiglia, Albenga e Savona.

Si è così evidenziato come, sullo sfondo del declino dell’influenza regia, assumessero crescente rilievo le differenziazioni locali, opportunamente riflesse dal diverso grado di tenuta delle circoscrizioni di tradizione pubblica (comitati, marca) e dei distretti ecclesiastici (diocesi, pivieri).

In questo quadro il vescovato albenganese, pur potendo contare su una base patrimoniale e giurisdizionale solida, subisce a fine secolo i contraccolpi della crisi che colpisce il regno e l’organismo marchionale arduinico, istituzioni nella cui orbita si sviluppa l’attività dei presuli durante i decenni successivi all’anno Mille.

Nel XII secolo l’affermazione della città come protagonista economico e politico comporta un doppio ordine di conseguenze: permette ai vescovi di rafforzare la propria influenza, proiettandola anche sul contado, ma crea nel contempo un rivale interno nella persona del comune cittadino; di fatto, su uno sfondo di accertata collaborazione lungo buona parte del secolo e con esempi di sovrapposizione istituzionale in alcuni frangenti, è l’autorità comunale a reggere le fila del governo sulla città e a cercare di estenderle con continuità su un districtus assai ampio, ma in contrazione a fine secolo nella parte occidentale.

In questo contesto i vescovi sono spinti a consolidare e strutturare in senso signorile le presenze extraurbane localizzate nella zona orientale della piana di Albenga, nell’area dell’Ingaunia orientale e, ad ovest, in valle d’Oneglia; su questo terreno, oltre che con minori gruppi consortili, i poteri urbani devono confrontarsi con i conti di Ventimiglia e i marchesi del Vasto, eredi della tradizione di governo arduinica, che, dopo un periodo di appannamento nei decenni centrali del secolo, ritornano alla ribalta della scena politica alla fine degli anni sessanta.

L’epoca federiciana sembra in effetti un momento importante: come è noto, l’azione di Federico I in Italia, sorretta da un effettivo "progetto" di riaffermazione dell’autorità regia e di riorganizzazione amministrativa del Regno Italico, viene a contatto, ed è essa stessa espressione, di una realtà culturale e politica che sta elaborando ampie riflessioni sui fondamenti del potere e nel contempo ne sperimenta sul campo una multiforme gamma di soluzioni. La politica del Barbarossa, in un primo tempo, sembra rimettere in gioco linee di tendenza e posizioni acquisite, ma il suo smacco in realtà ne provoca la definitiva affermazione.

Nonostante la documentazione non abbondante e il mutamento subito nella seconda metà del XII secolo dalla terminologia e dalla prassi notarile (le fonti, a parte gli Annali Genovesi, sono costituite essenzialmente da carte private) sconsiglino affermazioni troppo recise, l’età postfedericiana pare in effetti rappresentare il momento cruciale in cui i vescovi di Albenga, ma anche altri poteri, fanno pienamente i conti con le problematiche e le possibilità fornite dall’affermazione su scala locale; nei decenni precedenti sono infatti evidenti il rilievo e il prestigio rivestiti dall’episcopio a cui si accompagna una forte volontà egemonica, ma anche le carenze di strutturazione e articolazione che riguardano l’apparato vescovile.

A fine secolo, in sostituzione del regno, l’elemento perturbatore "esterno"- ma con crescente livello di coinvolgimento locale con il trascorrere del tempo- è rappresentato dal comune di Genova: una serie di patti conclusi tra il 1199 e il 1200 vincola alla politica genovese i principali centri costieri del Ponente, ad eccezione, per il momento, di Ventimiglia, ma con l’inclusione, al primo posto, di Albenga. Durante il Duecento la pressione genovese si intensifica e nel 1251 la città ingauna viene definitivamente assoggettata dal punto di vista commerciale e politico; ma sono proprio i presuli provenienti da famiglie genovesi o, in un primo momento, gravitanti nell’orbita ecclesiastica di Genova a realizzare forme più stabili e strutturate di dominazione locale.

L’attenzione dei vescovi si focalizza sul comprensorio dell’Ingaunia orientale che negli anni trenta del secolo, facendo leva sul controllo diretto dei centri incastellati di Toirano, Pietra e Giustenice e sul legame con importanti famiglie locali e urbane, è concepito come un’entità giurisdizionale coerente e viene amministrato attraverso un’articolata struttura funzionariale al cui vertice sta il vicario vescovile: appaiono evidenti sia la valenza territoriale del dominatus sia la rivendicazione e l’effettiva detenzione da parte dei presuli di un’ampia gamma di prerogative signorili a cominciare dall’"alta giustizia".

Gli anni quaranta in cui la città è retta da un governo che, in funzione antigenovese, è diretta emanazione del partito filosvevo incrinano la costruzione vescovile, ma dopo la morte di Federico II si verifica una pronta ripresa con un altro vescovo genovese, Lanfranco, sia pure in un contesto mutato; infatti, con la cessione nel 1263 dei beni vescovili di Loano tramonta l’edificio di una signoria unitaria comprendente l’intera Ingaunia orientale, ma per tutti gli anni sessanta e settanta le posizioni vescovili si mantengono forti a Toirano e Pietra, centri che confermano la loro funzione di capoluogo delle dominazioni incentrate sulle rispettive vallate del Varatella e del Maremola.

Considerazioni diverse vanno fatte sull’evoluzione degli altri due dominatus vescovili, il Pedemonte e la valle di Oneglia; nel primo caso la signoria, a causa della vicinanza con la città che comporta la costante minaccia di un inglobamento nella compagine urbana (di fatto concretizzatosi solo nel 1314), presenta una perdurante instabilità del quadro giurisdizionale e territoriale; a tal proposito sono significative alcune clausole del patto stipulato nel 1225 fra comune e vescovo: esse verranno richiamate a più riprese in occasione delle controversie dei decenni successivi e stabiliscono per gli uomini del Pedemonte il giuramento della compagna cittadina e il dovere, come per gli altri cives, di attendere alla manutenzione delle strade e dei ponti urbani.

Quanto ad Oneglia e alla sua valle, nel Duecento non c’è per i vescovi la concorrenza del comune cittadino, ma l’area diventa progressivamente eccentrica rispetto agli interessi e alla capacità di interevento dell’episcopio; inoltre la signoria onegliese, stretta fra le presenze marchionali e comitali, localizzate nell’alta valle e lungo il ramo occidentale del torrente Impero, e quella genovese sulla costa, stabilitasi al seguito dell’acquisizione di Porto Maurizio nel 1228, subisce i contraccolpi dei rapporti spesso conflittuali fra questi poteri. La vendita nel 1298 del dominatus onegliese sembra in effetti la logica conclusione di una dominazione in crisi, ma la spiegazione di quest’esito va articolata; c’erano in effetti dei problemi interni e in alcuni centri la signoria vescovile appare in chiaro regresso, ma sulla dismissione pesano soprattutto fattori esterni: innanzitutto la crisi di liquidità del vescovato che va crescendo di intensità nel corso del secolo per diventare molto grave negli anni ottanta, ma anche, avvertibile tra le righe, la strumentalizzazione di questi problemi, dovuta alle contingenze politiche del momento che inducono il Papato, per rafforzare i legami con Genova, a "spingere" per la vendita in favore dei Doria.

La "crisi" del Duecento va dunque sezionata per aree e per cause; il confronto con altri esempi di signorie ecclesiastiche del Ponente e con alcuni casi piemontesi consente di mettere in luce per il comprensorio dell’Ingaunia orientale, zona per la quale disponiamo della documentazione più ricca, la concreta volontà da parte dei vescovi di costruire una signoria territoriale compatta, a cui si accompagna un apprezzabile grado di realizzazione, funzionamento e stabilità del dominatus. Queste acquisizioni appaiono di sicuro rilievo se confrontate con altri casi contemporanei in cui si registrano al contrario la rinuncia tout court a pretese d’ordine signorile o varie forme di regressione su base fondiaria e personale da precedenti dominazioni a connotazione territoriale.


Autore

Primo Giovanni Embriaco (Ceriana, IM, 1962) si è laureato in Lettere classiche presso l’Università di Genova e ha conseguito il Dottorato di ricerca in storia medievale presso l’Università di Torino nel 2001. I suoi interessi sono principalmente rivolti allo studio dei reciproci rapporti fra territorio, potere e insediamenti nell’area dell’Italia nord-occidentale e in particolar modo della Liguria durante i secoli centrali del medioevo. Tra le sue pubblicazioni: I monaci di San Dalmazzo di Pedona e la storia religiosa della valle Argentina, in "Bollettino della società per gli studi storici, archeologici ed artistici della provincia di Cuneo", 112 (1995/1), pp. 5-20; L’organizzazione ecclesiastica della cura d’anime nelle campagne del Ponente durante l’Alto Medioevo, in D. Gandolfi - M. La Rosa (a cura di), Dall’antichità alle crociate. Archeologia, arte, storia ligure-provenzale, Atti del Convegno, Imperia, 5-6 dicembre 1995, Bordighera, 1998, pp. 77-87; Pietra ligure: da "villa" fiscale a "castrum" vescovile (sec. XI-XIII), in "Serta antiqua et mediaevalia", V, Società e istituzioni del Medioevo ligure, Roma, Bretschneider, 2001, pp. 1-22.

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