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RICERCA
 
INDICE

 

III - 2002 / 2 - luglio-dicembre

Schedario


Sara Beccaria
Associazioni laicali a enti monastici tra XI e XIII secolo in area subalpina: conversi, oblati, renduti, prebendari, richieste di sepoltura e di partecipazione ai benefici monastici.
Una ricerca sul campo,
Tesi di dottorato di ricerca in Storia medievale,
Università degli studi di Torino, 2001


Indice

PREMESSA

0.1 SITUAZIONE STORIOGRAFICA DI PARTENZA
0.1.1 I conversi
0.1.2 Altre forme di associazione laicale

0.2 MODELLI DI RIFERIMENTO
0.2.1 Riferimenti relativi ai conversi
0.2.2 Riferimenti relativi ad altri gruppi laicali

0.3 IL MIO LAVORO
0. 3. 1 Obiettivi
0. 3.2 Impostazione
0. 3. 3 Fonti
0. 3. 4 Metodo

0. 4 INTERROGATIVI CHE GUIDANO LA RICERCA

1 LA DIOCESI DI ACQUI

1.1 CENNI DI STORIOGRAFIA MONASTICA: UN INTERESSE RECENTE

1.2 I MONASTERI DELLA DIOCESI DI ACQUI NEL QUADRO DEL MONACHESIMO SUBALPINO: UN CONFRONTO DIRETTO TRA BENEDETTINI E CISTERCENSI

1.3. I CISTERCENSI: TIGLIETO
1.3.1 La "cifra" della prudenza e della gradualità
1.3.2. Le articolazioni di una comunità "estesa"
1.3.3 L'istituto conversuale: un'introduzione tardiva e un impiego "parsimonioso"
1.3.4. Le altre tipologie di associazione laicale

1.4 LE FONDAZIONI CISTERCENSI FEMMINILI: SANTA MARIA DI BANNO E SANTA MARIA DI LATRONORIO
1.4.1 Un'eccezionale capacità di presa sul laicato
1.4.2 Il pieno successo dell'istituto conversuale

1.5 IL MONACHESIMO BENEDETTINO: SANTA GIUSTINA DI SEZZADIO
1.5.1 La concorrenza del nuovo monachesimo
1.5.2 La fortuna delle forme di associazione tradizionali
1.5.3 Un tentativo di imitazione del modello cistercense

1.6 IL MONACHESIMO VESCOVILE. SAN PIETRO E SANTA MARIA DI ACQUI
1.6.1 Una non sopita capacità di attrazione devozionale
1.6.2 Una lettura tradizionale dell'istituto conversuale

2. DIOCESI DI VERCELLI

2.1 CENNI STORIOGRAFICI: UNA RICERCA "A PELLE DI LEOPARDO"

2.2 INQUADRAMENTO MONASTICO: UNA STORIA PRESTIGIOSA E UN PANORAMA VARIEGATO

2.3 SANTA MARIA DI LUCEDIO: AFFERMAZIONE DELL'ISTITUTO CONVERSUALE
2.3.1 Tiglieto e Lucedio: rinnovamento e tradizione
2.3.2 Una comunità "estesa"?
2.3.4 Atti di dedizione
2.3.5 L'istituto conversuale
2.3.5.1 Il numero
2.3.5.2 Le attività: analisi quantitativa
2.3.5.3 I conversi nella grangia di Gazzo
2.5.3.4 I conversi presenti nell'abbazia
2.5.3.5 I conversi in "Grecia"
2.3.5.6 Competenze e abilità particolari

2.4 SAN GENUARIO DI LUCEDIO: TENTATIVI DI RIPRESA
2.4.1 San Genuario in crisi patrimoniale: l'attaccamento al modello di gestione tradizionale
2.4.2 Segnali di revisione della composizione comunitaria
2.4.3 Forme tradizionali di associazione monastica

2.5 SANTA MARIA DI ROCCA DELLE DONNE: UN ESEMPIO DI MONACHESIMO BENEDETTINO TRADIZIONALE AL PASSO CON I TEMPI
2.5.1 Un modello economico ibrido
2.5.2 Rinnovamento della forza lavoro
2.5.3 Immagini della comunità
2.5.4 Rocca delle Donne di fronte alle esperienze monastiche del suo tempo

2.6 IL MONACHESIMO CLUNIACENSE: OSSERVAZIONI SPARSE

2.7 OSSERVAZIONI CONCLUSIVE

3 DIOCESI DI TORINO: IL SALUZZESE

3.1 CENNI DI STORIOGRAFIA MONASTICA: UN'AREA AD ALTA DENSITÀ DI STUDI.

3.2 INQUADRAMENTO MONASTICO. VECCHIO, NUOVO MONACHESIMO E CONTRASTATI RITORNI ALL'ANTICO

3.3 SANTA MARIA DI STAFFARDA E SANTA MARIA DI CASANOVA A CONFRONTO: TEMPI E MODI DI SVILUPPO
3.3.1 Analisi quantitativa
3.3.2 Analisi qualitativa: Santa Maria di Staffarda
3.3.2.1 La strutturazione in grange: un processo precoce e rapido
3.3.2.2 L'organizzazione della grangia
3.3.2.3 Il grangerio: durata della carica e criteri ispiratori della politica abbaziale
3.3.2.4 I conversi a Staffarda: dalla periferia al centro
3. 3.3 Analisi qualitativa: Santa Maria di Casanova
3.3.3.1 La strutturazione in grange: un processo tardivo e sui generis
3.3.3.2 L'organizzazione della grangia
3.3.3.3 Il grangerio: durata della carica e strategia abbaziale nell'organizzazione degli operatori economici
3.3.3.4 I conversi nella sede abbaziale
3.3.4 Staffarda e Casanova: i conversi al lavoro?

3.4 SANTA MARIA DI RIFREDDO
3.4.1 Tra "vecchio" e "nuovo": una gestione patrimoniale ibrida
3.4.2 Gastaldi e altri rappresentanti dell'abbazia: la fase precistercense
3.4.3 I conversi: una prerogativa cistercense?
3.4.4 La fase cistercense: i conversi
3.4.5 La fase cistercense: gastaldi e altri rappresentanti dell'abbazia
3.4.6 Osservazioni finali. Santa Maria di Rifreddo: un modello di funzionamento più tradizionale del monachesimo tradizionale

3.6 SAN DALMAZZO DI PEDONA
3.6.1 Una fotografia della comunità claustrale
3.6.2 Scarti di percezione

3. 7 SANTA MARIA DI CARAMAGNA
3.7.1 L'incontro con gli enti cistercensi
3.7.2 Un impiego inedito della forza lavoro conversuale

3. 8. SAN PIETRO DI SAVIGLIANO
3.8.1 I primi tempi: una comunità "non estesa"
3.8.2 La soggezione a San Michele della Chiusa: San Pietro si stringe intorno al suo abate
3.8.3 L'ingresso di San Pietro nella congregazione fruttuariense: la comunità continua a essere refrattaria agli stimoli
3.8.4 San Pietro e la concorrenza del nuovo monachesimo

3. 9 SANTA MARIA AL MOMBRACCO
3.9.1 Un ente certosino di seconda generazione?
3.9.2 Modificazioni dello schema tripartito della gerarchia di perfezione
3.9.3 Il funzionamento della comunità
3.9.4 I conversi al lavoro?

3. 10 OSSERVAZIONI CONCLUSIVE

4. DIOCESI DI TORTONA

4.1 CENNI DI STORIOGRAFIA MONASTICA TORTONESE: UN CAMPO DI STUDI RICCO DI PROMESSE

4.2 VECCHIO E NUOVO MONACHESIMO: DUE MODELLI CONTRAPPOSTI

4.3 SANTA MARIA, POI SANT'ALBERTO DI BUTRIO: LA DIALETTICA TRA VECCHIO E NUOVO MONACHESIMO
4.3.1 Origini, sviluppo e declino della fondazione
4.3.2 Tra vecchio e nuovo monachesimo
4.3.3 Consistenza e ruolo delle associazioni laicali

4.4 I MONASTERI URBANI: SAN MARZIANO, SANTA EUFEMIA, SANTO STEFANO E SAN PAOLO DI TORTONA: IL "VECCHIO" MONACHESIMO DI FRONTE AL RISVEGLIO LAICALE
4.4.1 La parabola storica delle fondazioni urbane tortonesi
4.4.2 I legami con il retroterra laicale: chiusure, resistenze e opportunità mancate
4.4.3 Segnali di apertura al "nuovo" monachesimo: l'affermazione dell'istituto conversuale nelle chiese dipendenti

4.5 RIVALTA SCRIVIA, SANTA MARIA DEL PORALE, SANTA MARIA DI VESOLA: IL "NUOVO" MONACHESIMO: LE ORIGINI
4.5.1 San Giovanni di Rivalta: le origini
4.5.2 Il segno profondo di Ascherio di Rivalta: un quasi-monaco alla guida di San Giovanni?
4.5.3 L'affiliazione cistercense: premesse e implicazioni
4.5.4 Santa Maria di Vesola: da una genesi contrastata all'inefficace "rimedio" di un'affiliazione cistercense
4.5.5 Santa Maria del Porale: un percorso meno accidentato

4.6 GLI SVILUPPI
4.6.1 I conversi ai tempi di Ascherio: una presenza silenziosa
4.6.2 Dopo l'adesione all'ordine cisterncense: l'affermazione dell'istituto conversuale
4.6.3 I conversi: "popolazione" delle grange e dell'abbazia
4.6.4 Impiego e ruolo della forza conversuale
4.6.5: Mobilità dei conversi

5 DIOCESI DI ASTI: IL COMITATO DI BREDULO

5. 1 CENNI DI STORIOGRAFIA MONASTICA: LO SCARTO TRA LO STATO DEGLI STUDI E LO STATO DELLE FONTI

5. 2 INQUADRAMENTO MONASTICO. VECCHIO E NUOVO MONACHESIMO: UN INCONTRO SUI GENERIS

5. 3 SANTA MARIA DI POGLIOLA
5. 3. 1 I conversi al lavoro?
5. 3. 2 La partecipazione conversuale alla vita dell'abbazia: alcuni numeri
5. 3.3 L'organizzazione delle grange. I grangeri artefici della fortuna cistercense?
5. 3. 4 "Eccezioni alla regola"
5. 3. 5 I conversi: una partecipazione corale alla vita economica di Pogliola
5. 3. 6 L'identità conversuale: una sezione trasversale della società
5. 3.7 Alla base di una strategia: l'assenza di mediatori conversuali

5. 4 SANTA MARIA DI PESIO E SANTA MARIA DI CASOTTO
5. 4. 1 Analisi quantitativa: i conversi perni dell'amministrazione certosina
5. 4. 2 Analisi qualitativa: le mansioni: monaci , conversi e salariati: un ordine tripartito
5. 4. 3 Il reclutamento conversuale: una base sociale allargata

5. 5 SAN BIAGIO DI MOROZZO E LE ALTRE DIPENDENZE FRUTTUARIENSI
5.6 OSSERVAZIONI CONCLUSIVE

6 DIOCESI DI NOVARA

6.1 CENNI DI STORIOGRAFIA: UN'AREA "FORTE"

6.2 INQUADRAMENTO MONASTICO: UNA STORIA PRESTIGIOSA ALL'INSEGNA DELLA STATICITÀ

6.3 SAN LORENZO DI NOVARA: UN ENTE SENZA GROSSE AMBIZIONI
6.3.1 San Lorenzo di fronte alla maturazione del desiderio laicale di partecipazione attiva alla vita monastica
6.3.2 San Lorenzo e l'istituto conversuale

6.4 SAN LORENZO E SAN BARTOLOMEO DI NOVARA: CIRCOLAZIONE DI MODELLI DI FUNZIONAMENTO

6.5 SAN PIETRO DI CAVAGLIO MEDIANO: UNA MODESTA APERTURA VERSO IL MONDO LAICALE

6.6 SAN SALVATORE DI CASALVOLONE: TRA VECCHIO E NUOVO MONACHESIMO

7 DIOCESI DI IVREA

7. 1 CENNI DI STORIOGRAFIA MONASTICA: UN'AREA SOTTOVALUTATA

7.2 INQUADRAMENTO MONASTICO: DA UNO SVILUPPO TARDIVO E PERIFERICO A UNO SPLENDORE SOVRAREGIONALE

7.3 SANTO STEFANO DI IVREA: ARROCCAMENTO A UN IDEALE ELITARIO O APERTURA A UNA RICHIESTA "POPOLARE"? UNA RISPOSTA PARZIALE ATTRAVERSO L'ESAME DELLE FORME DI PARTECIPAZIONE LAICALE
7.3.1 La problematica ricostruzione della "natura" dell'ente
7.3.2 Un ente elitario ma non statico
7.3.3 Le forme tradizionali di associazione laicale
7.3.4 L'istituto conversuale: una presenza sporadica in un ente dall'anima aristocratica

7. 4 SAN BENIGNO DI FRUTTUARIE E LE SUE DIPENDENZE
7.4.1 Un'esperienza eccentrica
7.4.2 Le celle
7.4.3 Moltiplicazione e diversificazione degli insediamenti
7.4.4 Attriti e fenditure nell'edificio dell'ecclesia fruttuariense
7.4.5 I conversi nell'ecclesia fruttuariense: una presenza "periferica" ma rilevante

7.5 OSSERVAZIONI CONCLUSIVE

8 IL NUOVO MONACHESIMO E I CONVERSI

I. Certosini

8. 1. IL LESSICO, SPIA DI UNA COMUNITÀ MONASTICA PRIVA DI COMPARTIMENTI STAGNI

8.2 LO STATUS GIURIDICO. "UNA FORMA DI VITA MONASTICA PROPRIA DEI LAICI"

8.3 COINVOLGIMENTO CONVERSUALE NEGLI OBIETTIVI ECONOMICI DELL'ORDINE

8..4 LA BASE SOCIALE DEL RECLUTAMENTO CONVERSUALE: CORREZIONE DI UNO STEREOTIPO ATTRAVERSO LA RICERCA SUL CAMPO

8.5 LE MANSIONI CONVERUSALI
8.5.1 Analisi quantitativa
8.5.2 Analisi qualitativa. Ascesa e declino del gruppo conversuale (secoli XII-XIV) L'esempio della certosa di Santa Maria di Pesio
8.5.3 Analisi qualitativa: i conversi e l'amministrazione dell'ordine

II I Cistercensi

8. 1 CERTOSINI E CISTERCENSI NELLE BOLLE DELLA CANCELERIA PONTIFICIA: SPECIFICITÀ E DENOMINATORI COMUNI

8.2 TRADIZIONE STORIOGRAFICA E PROSPETTIVE DI RICERCA. CISTERCENSI E CERTOSINI: ANALOGIE E DIFFERENZE NELL'ADOZIONE DELL'ISTITUTO CONVERSUALE.

8.3 CERTOSINI E CISTERCENSI "TRA IDEALI E REALTÀ"

8.4 I CISTERCENSI AL LAVORO
8. 4.1 ll lavoro monastico
8.4.2 I conversi al lavoro?

8.5 LE MANSIONI CONVERSUALI.
8.5.1 Analisi quantitativa
8.5.2.1 Analisi qualitativa. Presenze eccellenti
8.5.2.2 Magistri grangiae, sindaci, factotum dell'amministrazione monastica: modelli di organizzazione a confronto

8.6 LA PROFESSIONE DEI CONVERSI

9 CONCLUSIONI

9.1 ORIGINE, FUNZIONE E RUOLO DEI CONVERSI NEGLI ORDINI NUOVI
9.1.1 Base sociale del reclutamento conversuale
9.2.2 La vocazione conversuale
9.1.3 Attività conversuali
9.1.4 Ai vertici dell'amministrazione monastica. I conversi: magistri grangiae ed esattori di censi, affitti e decime

9.2 CERTOSINI E CISTERCENSI DI FRONTE ALL'ISTITUTO DEI CONVERSI: DENOMINATORI COMUNI E SPECIFICITÀ
9.2.1 I nuovi ordini di fronte all'istituto dei conversi
9.2.2 I nuovi ordini di fronte alle associazioni laicali tradizionali

9.3. I CONVERSI NEL MONACHESIMO TRADIZIONALE
9.3.1 Il prevalere delle dinamiche subregionali
9.3.2. L'arroccamento delle fondazioni vescovili su una percezione aristocratica di monachesimo
9.3.3 Il monachesimo rurale
9.3.3.1 La vicinanza di un ente cistercense: suggerimenti in materia di organizzazione del lavoro
9.3.3.2 Enti monastici benedettini al di fuori dello spazio di irradiazione del monachesimo rinnovato
9.3.4 I conversi e le prime riforme monastiche
9.3.4.1 Fruttuaria: un'interpretazione sui generis dell'istituto conversuale
9.3.4.2Cluny in "Lombardia". Un monachesimo "minore"

9.4 "VECCHIO" E "NUOVO" MONACHESIMO
9.4.1 L'irriducibilità alle semplificazioni correnti
9.4.2 Il monachesimo benedettino: chiusura verso le nuove forme di associazione laicale?
9.4.3 Modificazioni dello schema tripartito di perfezione

9.5 CONTRIBUTI AL COMPLETAMENTO DEL DIBATTITO


Abstract

1) Organizzazione del lavoro

Il lavoro di tesi di dottorato è nato dall'esigenza di verificare sul campo i più recenti aggiornamenti storiografici sulle associazioni laicali, sui conversi in primis. Fino a metà degli anni Sessanta del nostro secolo prevalgono i contributi di studiosi ecclesiastici e di formazione cattolica che tendono a circoscrivere tematicamente il campo dei loro interrogativi e a orientare la ricerca in senso attualistico e militante. A partire dalla metà degli anni Sessanta, Jacques Dubois e Michael Toepfer inaugurano una ricerca a tutto campo libera da pregiudizi ideologici e da ipostasi storiografiche. La revisione stenta tuttavia ad affermarsi in sede di storia generale dove continua a prevalere la retorica dell'umile lavoratore.

Di qui la struttura del mio lavoro: un'analisi regionale che offra in primo luogo una verifica sul campo dei risultati ottenuti in sede storiografica per la categoria conversuale e un vero e proprio assaggio per le altre categorie laicali; che costituisca in secondo luogo un accertamento delle dinamiche territoriali in modo da chiarire anche in una prospettiva "di associazione laicale" le relazioni tra "vecchio" e "nuovo" monachesimo.

La struttura del lavoro è dunque "complessa" Giustappone infatti all'analisi tematica quella territoriale. La prima parte del lavoro, articolata in 7 capitoli in funzione dell'ordinamento diocesano subalpino, prende in considerazione tutte le fondazioni monastiche di cui sia rimasta traccia documentaria, appartenenti al vecchio come al nuovo monachesimo e ne esamina le dinamiche: concorrenze, suggerimenti, condizionamenti, resistenze e collaborazioni. La seconda parte divisa in 2 capitoli sulla base delle due principali opzioni del "nuovo" monachesimo, cistercense e certosina, tiene in considerazione tutti gli enti appartenenti ai due ordini al fine di ricostruire le caratteristiche del gruppo conversuale e degli altri gruppi laicali.

La suddivisione in due parti oltre che dalla pluralità di obiettivi è giustificata dalle natura della materia. Gli ordini nuovi introdussero l'istituto dei conversi e ne regolarono la presenza anche da un punto di vista normativo. Prescindendo dalle specificità dei singoli enti è dunque possibile individuare un converso "tipo" ed esaminarne le caratteristiche. Il monachesimo tradizionale recepì l'istituto dai nuovi ordini: alcune fondazioni lo accolsero, altre lo rifiutarono, alcune ne sfruttarono a fondo le potenzialità, altre non le compresero. Non è pertanto stato possibile individuare un "converso benedettino" da giustapporre a quello cistercense e certosino. Se per gli ordini certosino e cistercense si è scelta la via della sintesi, per il monachesimo benedettino tradizionale si è privilegiata quella dell'analisi.

2) Interrogativi che hanno guidato la ricerca

Mi sono in primo luogo interrogata sul contributo che il gruppo conversuale fornì alla crescita materiale e spirituale del nuovo monachesimo.

Si trattò di un apporto esecutivo, come ancora oggi sostiene una storiografia "tradizionale", o di un impiego di intraprendenza, capacità ed esperienza come la più recente storiografia in materia ha suggerito? In altri termini, i conversi si dedicarono all'umile lavoro dei campi e al pascolo del bestiame o si impegnarono nell'amministrazione patrimoniale e nella gestione della manodopera delle aziende agricolo pastorali degli ordini nuovi?

Che ruolo occuparono i conversi all'interno della gerarchia comunitaria? Furono equiparati o subordinati al gruppo monastico? In che misura parteciparono alla vita spirituale degli ordini di appartenenza?

Nello stabilire ruolo e funzioni del converso nel nuovo monachesimo mi sono domandata se fosse possibile distinguere diversità di atteggiamento tra cistercensi e certosini. In che modo gli uni e gli altri si posero verso il nuovo gruppo conversuale? E rispetto alle altre categorie laicali, vale a dire oblati, renduti, prebendari, ereditate del monachesimo tradizionale?

In terzo luogo mi sono domandata quale ripercussione il modello di associazione laicale cistercense esercitò sul monachesimo tradizionale. Per rispondere a questa domanda ho tenuto conto delle variabili locali: in particolare della vicinanza ad un ente rinnovato e di eventuali dinamiche intermonastiche.

Mi sono infine riproposta di esprimere una valutazione dei rapporti tra vecchio e nuovo monachesimo alla luce della disposizione verso la partecipazione laicale alla vita delle comunità, tanto verso le antiche forme di associazione laicale quanto verso il nuovo istituto conversuale. È possibile, seguendo le indicazioni della più recente storiografia monastica, accorciare le distanze tra vecchio e nuovo monachesimo anche dal punto di vista delle associazioni laicali? Valutato questo, è comunque possibile, anche sotto questo rispetto, cogliere le peculiarità dei due mondi monastici?

3) I risultati raggiunti

- Certosini e cistercensi di fronte alla vocazioni laicali

Dall'analisi sono emerse le differenze tra i due ordini "nuovi" relativamente alle associazioni laicali. Sia i cistercensi sia i certosini legarono ampiamente le fortune economiche dell'ordine all'esperienza e alle capacità dei conversi. Il ruolo dei conversi fu anzi più rilevante presso i secondi che presso i primi. Ciò è comprovato in primo luogo dai dati del coinvolgimento conversuale nella gestione economica delle case. In secondo luogo dalla precocità di tale coinvolgimento. I certosini previdero ab origine la divisione del "convento" in due comunità. Viceversa i cistercensi annessero solo più tardi il gruppo conversuale, segno questo di un adeguamento a un modello rivelatosi efficace più che di un'originaria vocazione dell'ordine. La rilevanza che il gruppo dei conversi acquisì nelle certose può essere ricondotta alla peculiare vocazione eremitica dell'ordine. I conversi cui era affidata l'opus manuum permisero ai monaci di attendere liberamente all'opus Dei. Presso i cistercensi il rispetto della clausura fu assai meno rigoroso. Accanto ai conversi continuarono infatti ad operare i monaci: in alcuni casi, come a Santa Croce di Tiglieto o a Santa Maria di Rifreddo, il contributo conversuale fu del tutto secondario.

- Le associazioni laicali nel monachesimo benedettino tradizionale

In che misura il mondo benedettino tradizionale si dimostrò ricettivo nei confronti delle nuove richieste di una partecipazione più consapevole alla vita laicale e materialmente più impegnativa? Una risposta univoca non è possibile. Alcuni degli enti monastici considerati - S. Benigno di Fruttuaria e San Genuario di Lucedio per citare alcuni esempi - si dimostrano aperti alla sperimentazione di nuove forme di partecipazione laicale; in altri, come a Santo Stefano di Ivrea e in genere nelle fondazioni vescovili cittadine - sembrano invece prevalere lo spirito di conservazione e l'impermeabilità verso le nuove proposte. L'introduzione di nuove forme di adesione alla comunità monastica appare la risultante di più variabili: le pressioni del retroterra laicale, la collocazione geografica - più o meno vicina rispetto a un ente monastico rinnovato, la creazione di nuove reti di enti a difesa o di resistenza rispetto alla concorrenza monastica, l'attaccamento a una cultura religiosa di cui si riconosce il prestigio, l'autorevolezza di modelli di funzionamento consolidati (o semplicemente la loro forza d'inerzia), la capacità di adattamento, il senso di identità e di radicamento di un ceto dirigente in una tradizione monastica, lo stato di salute dell'ente, le energie residue, e forse, nei casi in cui risulti verificabile, la disposizione dei singoli abati e il peso delle personalità. Solo l'analisi situazione per situazione all'interno di contesti subregionali può dare risposte soddisfacenti in materia. La prassi pare infatti refrattaria a ogni forma di semplificazione teorica, per quanto utile a livello di trasmissibilità e fortunata a livello di durata.

- La figura del converso

Dall'analisi condotta è infine risultato evidente che non si può legare del tutto l'istituzione conversuale al "nuovo" monachesimo e al suo rinnovamento nella conduzione patrimoniale, come sostenuto dai più recenti studi in materia. I conversi non erano infatti soltanto i responsabili delle grange o capi d'atelier ma anche gli amministratori o semplici aiutanti nella gestione monastica, anche tradizionale. Essi costituivano una sorta di passe-partout che si adattava a molteplici situazioni.


Autore

Sara Beccaria (Torino, 1968) all'interno del percorso universitario ha sviluppato una precisa scelta medievistica, con un orientamento in storia religiosa. Si è laureata in Storia medievale nell'Università di Torino sotto la guida di Giuseppe Sergi, con una tesi sull'istituto dei conversi tra il secolo XI, momento della sua genesi, e il secolo XIII, periodo della sua repentina decadenza, da cui ha ricavatoil saggio I conversi nel Medioevo: un problema storico e storiografico, in "Quaderni Medievali", 46 (1988).  Ha successivamente svolto il dottorato di ricerca in storia medievale presso l'Università di Torino sempre sotto la supervisione del professor Sergi, nell'ambito del quale sono nate alcune pubblicazioni: Primi sondaggi sui conversi delle certose subalpine, in Certose di montagna, certose di pianura. Contesti territoriali e sviluppo monastico, a cura di S. Chiaberto, Borgone di Susa 2002; Scelte di perfezione: attrazione devozionale e sociale di Santa Maria di Pesio fino alla metà del secolo XIV, in All'ombra dei signori di Morozzo: esperienze monastiche riformata ai piedi delle Marittime (XI-XIV secolo), in corso di stampa. Attualmente stra traducendo una parte dell'opera di H. Keller, Istituzioni, società e cultura nel Medioevo comunale, per la casa editrice Einaudi.

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