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INDICE

 

III - 2002 / 1 - gennaio-giugno

Schedario

Laura Baietto,
Una politica per le città.
Rapporti fra papato, vescovi e comuni nell'Italia centro-settentrionale da Innocenzo III a Gregorio IX,

Tesi di dottorato di ricerca in Storia Medievale,
Università degli Studi di Torino, 2002.


Indice

Introduzione

Parte I.
Nascita di una politica comunale pontificia e raccordo fra papato, vescovi e comuni nell’età di Innocenzo III

1. La prassi di intervento sui comuni: un mondo da combattere, un mondo da pacificare.

1.1 Tipologia dei conflitti e strumenti sanzionatori negli interventi pontifici per la difesa della libertas ecclesiae
1.1.1 Piacenza e Parma responsabili dell’assalto a un legato
1.1.2 Il conflitto fra vescovo e comune a Novara
1.1.3 La riscossione delle decime a Vercelli: un caso elevato a modello
1.1.4 Il conflitto fra il comune di Treviso e gli episcopati di Feltre, Belluno e Ceneda

1.2 Il modello di intervento del 1203 e il ruolo del giuramento nella risoluzione dei conflitti
1.2.1 Conflitti sulla tassazione del clero a Bergamo e Modena
1.2.2 I conflitti giurisdizionali fra il comune di Faenza e la chiesa di Ravenna

1. 3 Lotta all’eresia
1.3.1 La Vergentis, il ruolo delle autorità secolari e l’"eresia della disobbedienza"
1.3.2 Eresia e politica imperiale
1.3.3 i comuni e la collaborazione nella lotta all’eresia: Viterbo, Rimini, Faenza, Firenze, Prato, Treviso

1.4 Pacificazioni cittadine
1.4.1 La mediazione del vescovo Sicardo a Cremona

2. Riformulazione del rapporto papato-vescovi attraverso la condotta dei presuli nei confronti dei comuni

2.1 Un nuovo strumento della politica pontificia: i visitatores Lombardiae
2.1.1 I vescovi come collaboratori di fiducia del papa

2.2 I casi di deposizione di vescovi
2.2.1 L’inchiesta sul vescovo di Novara
2.2.2 Il vescovo di Ivrea "insufficiens et inutilis"
2.2.3 Il vescovo di Asti "dilapidator notissimus et prodigus dissipator"
2.2.4 La richiesta di rinuncia del vescovo di Verona
2.2.5 Il conflitto con il comune e la sospensione dall’amministrazione dei beni ecclesiastici del vescovo di Piacenza
2.2.6 La deposizione del vescovo di Albenga

 

Parte II.
Dalla prassi alla fissazione della teoria: il grande programma di Innocenzo III

3. Il programma di Innocenzo III e i concetti di riferimento: plenitudo potestatis, vicarius Christi, libertas ecclesiae

3.1 "Plenitudo potestatis" e "vicarius Christi"

3.2 "Libertas ecclesiae"

4. La riorganizzazione del diritto come base dell’azione politica

4.1 La riforma del diritto nel IV concilio lateranense

4.2 L’appello e la giurisdizione delegata: razionalizzazione dei mezzi di prova e delle procedure
4.2.1 L’abbandono dell’ordalia e la sistemazione del procedimento inquisitorio
4.2.2 La definizione procedurale della scomunica
4.2.3 La battaglia contro gli appelli capziosi e le "eceptiones frivolas"

5. Legittimazione e definizione dei poteri del papa sui vescovi

5.1 I casi alla base della costruzione teorica

6. La riforma del clero centrata sui vescovi come condizione necessaria per la riforma della "societas" nel IV concilio lateranense

6.1 Preparazione e costumi del clero

6.2 Potenziamento delle strutture portanti incentrate sui vescovi
6.2.1 Definizione delle istituzioni e delle gerarchie
6.2.2 Collegamento dei diversi livelli della gerarchia
6.2.3 Chiarimento dei funzionamenti delle strutture ecclesiastiche

7. Il ruolo dei comuni cittadini nel progetto generale di Innocenzo III

7.1 I comuni e la libertas ecclesiae

7.2 I comuni e la crociata

7.3 I comuni e la lotta all’eresia

 

Parte III.
Lo scontro con la complessità e il sopravvento della politica: Onorio III e Gregorio IX

8. Onorio III: l’adattamento del modello e la collaborazione dell’impero

8.1 Le costituzioni imperiali del 1220 e del 1224

8.2 Il papato fra impero e comuni (1226-1227)

9. L’intervento diretto sui comuni del legato Ugolino accanto alle azioni di Onorio III

9.1 L’interazione del papato con il comune diviso
9.1.1 Le pacificazione fra milites e populus a Milano
9.1.2 La pacificazione fra milites e populus a Piacenza
9.1.3 Lo scioglimento delle società a Perugia
9.1.4 Brescia: eretici contro cattolici?
9.1.5 Conflitti interni a Ferrara
9.1.6 Lo scioglimento delle società pavesi ad opera di Federico II

9.2 La pacificazioni intercittadine inserite nel progetto della crociata: la Lombardia e il conflitto Pisa-Lucca

9.3 L’azione contro i podestà: Modena, Lucca, Pisa

9.4 Le pretese della giurisdizione pontificia e delegata: la gestione della procedura
9.4.1 La lite fra il vescovo di Bobbio e i comuni di Bobbio e Piacenza
9.4.2 La causa fra il comune di Treviso e i vescovi di Feltre e Belluno
9.4.3 Ferrara e l’usurpazione della Massa Fiscalia
9.4.4 Il conflitto fra comune e vescovo a Parma
9.4.5 La lite fra il comune di Cremona e il monastero di S. Sisto

9.5 Interventi sugli statuti: Firenze, Modena, Padova, Rimini
9.5.1 Difficoltà di comprensione dei fondamenti giuridici del comune: gli esempi di Padova e Bergamo

10. Gregorio IX: l’età del realismo politico

10.1 Un capovolgimento di prospettiva: dall’alleanza con l’impero all’alleanza con i comuni lombardi "ribelli"

10.2 L’azione sui comuni "dall’interno"
10.2.1 Piacenza: dall’eresia alla strategia delle alleanze
10.2.2 Bergamo: pacificazione fra fazioni e pars ecclesiae
10.2.3 Bologna: il conflitto fra vescovo e comune e la pacificazione di Giovanni da Vicenza
10.2.4 Mantova: l’assassinio del vescovo
10.2.5 Padova e Treviso: il miraggio della pacificazione della Marca
10.2.6 Pisa e Lucca: la chiesa di Lucca vittima dei conflitti intercittadini
10.2.7 Usurpazione della libertas ecclesiae: Reggio, Brescia, Venezia, Tortona

11. I conflitti su due livelli: statuti contro la libertas ecclesiae e districtus vescovile

11.1 Conflitti e collaborazione fra episcopato e comune ad Ivrea
11.1.1 Interventi papali e imperiali nel conflitto fra il comune e Oberto "episcopus et comes"
11.1.2 L’"abusiva consuetudo" della tutela comunale della sede episcopale vacante
11.1.3 Il conflitto fra vescovo e comune per gli "statuti iniqui" (1234-1236)

11.2 I rapporti fra episcopato e comune e la pressione esercitata dalle forze popolari a Vercelli
11.2.1 L’inserimento del papato nel conflitto fra comune e vescovo a Vercelli: i due piani del conflitto e le misure di Gregorio IX
11.2.2 L’esito della vicenda: Gregorio di Montelongo e l’alleanza fra il comune e il papato

 

Conclusioni: problemi di interazione e comprensione fra papato e istituzioni comunali

Bibliografia
Fonti inedite e fonti edite
Studi


Abstract

 

Il pontificato di Innocenzo III segna una cesura cronologica importante nei rapporti fra papato vescovi e città. Se infatti i conflitti fra comuni ed episcopato sono strutturali, in quanto entrambi rivendicano diritti e poteri su città e territorio, questo stato di tensione, presente fin dalla prima metà del secolo XII, risulta amplificato a partire dai primi anni del Duecento, quando le istituzioni comunali procedono verso un progressivo chiarimento delle proprie posizioni politiche e adottano strumenti più elaborati per perseguire i propri scopi. Sul fronte delle istituzioni ecclesiastiche, a partire dalla riforma del secolo XI, ma soprattutto da Innocenzo III in poi, il papato si pone sempre più come vertice di un mondo ecclesiastico gerarchizzato e culminante in Roma, sia sul piano politico, sia su quello giurisdizionale, il che conduce necessariamente a una più cogente definizione del rapporto fra papato e vescovi, i quali rappresentano sempre più chiaramente il tramite di intervento del papato sulla realtà locale. I comuni, giunti con il governo podestarile a un alto livello di consapevolezza di sé quali organismi politici strutturati, capaci di autodeterminarsi, dotandosi di un ordinamento istituzionale complesso, reagiscono a questo programma in maniera ambigua e tormentata: costretti da un lato a subire l’offensiva pontificia contro gli statuti contrari alle libertà ecclesiastiche e dall’altro protesi a limitare le prerogative ecclesiastiche in materia giurisdizionale e fiscale.

È chiaro dunque che il problema dei rapporti vescovo-comune in questa fase non è separabile da quello papato-vescovi. A partire da Innocenzo III la volontà di inquadramento da parte del papa sull’episcopato è tale da influenzare necessariamente il rapporto che quest’ultimo intrattiene con il comune. A sua volta questa considerazione pone il problema dei rapporti fra papato e comuni. Il presente lavoro si interroga proprio su quest’ultimo nesso, che di per sé non può essere affrontato senza considerare i due precedenti. La domanda che ha dato origine a questo studio si pone pertanto nei seguenti termini: che tipo di percezione reciproca elaborano il papato e i comuni, in un momento in cui entrambi sono attraversati da intense trasformazioni interne e si trovano ad agire in un contesto che li costringe a relazionarsi l’uno agli altri? Il piano di rapporti che si è scelto di indagare è quello politico-istituzionale e a questo livello di interazione il confronto fra il papato e il mondo comunale risulta caratterizzato in termini conflittuali. L’analisi degli episodi di scontro fra la chiesa e le città permette di mettere in luce le pretese di entrambi e la percezione dell’altro, che risulta formulata sulla base dell’immagine politica e ideologica che le due istituzioni hanno di se stesse.

Se il problema dei rapporti fra vescovi e comuni ha attratto l’attenzione della storiografia soprattutto in relazione alla fase precomunale e di prima affermazione del comune, minor fortuna ha avuto il tema in relazione al secolo XIII, periodo per il quale è in genere data per scontata un’ormai definitiva emancipazione del comune dall’episcopato. La saldatura del problema dei rapporti fra episcopato e comune con il papato ha avuto ancor meno fortuna storiografica, eccezion fatta per alcuni contributi, limitati a una sola realtà cittadina e per lo più agli anni di pontificato di Innocenzo III. Le relazioni fra papato e comuni infine, sono state affrontate nella maggior parte dei casi in collegamento ad altri temi, quali i rapporti papato-impero e la repressione dell’eresia, mentre raramente hanno costituito l’oggetto di studi a sé stanti. Marcel Pacaut ha affrontato il problema in un suo articolo alla fine degli anni Sessanta. Il lavoro ha il merito di porre la questione ma non costituisce un vero e proprio punto di partenza, in quanto risulta poco legato all’analisi della documentazione. I primi passi verso una descrizione dei conflitti fra comuni e istituzioni ecclesiastiche, con ampio coinvolgimento del papato si sono compiuti più di recente, seppure sempre limitatamente al pontificato di Innocenzo III. Nel convegno tenutosi a Roma in occasione dell’ottavo centenario della salita al soglio pontificio di Innocenzo III, alle relazioni fra il papato e i comuni lombardi è stata dedicata una relazione di Maria Pia Alberzoni, la quale mette in risalto per la prima volta, accanto al problema dei rapporti fra Innocenzo III e i vescovi, quello delle relazioni con i comuni cittadini, connesso al concetto di difesa della libertas ecclesiastica.

In considerazione del relativo vuoto storiografico sullo studio dei rapporti fra il papato e il comune podestarile, mi sono chiesta se esiste una visione generale del problema comunale da parte del papato, che comporti la messa a punto di una politica pontificia rivolta ai comuni. Come si collocano in questo progetto gli interventi papali nelle singole città, ovvero che rapporto c’è fra l’elaborazione teorica e il piano particolare? Se Innocenzo III rappresenta il punto di svolta per la costruzione del nesso papato-vescovi e comuni, nonché di un rapporto diretto fra papato e comuni, come è stato recepito e applicato il suo programma da parte di Onorio III e Gregorio IX e quali sviluppi si sono prodotti nelle relazioni papato-comuni, in un contesto politico esterno mutato? Che atteggiamento ha tenuto il papato nei confronti delle trasformazioni socio-istituzionali che segnano i comuni in quei decenni e quali strumenti ha adottato per relazionarsi al dinamismo del mondo cittadino e alle prassi di collegamento politico fra le città?

Per tracciare le linee di elaborazione di una politica pontificia rivolta al mondo comunale, inteso come forma particolare di esercizio del potere pubblico, è stato necessario adottare una scala di analisi imposta dallo stesso oggetto di ricerca, ovvero prendere in esame gli interventi pontifici sui comuni e sui conflitti fra episcopato e città rivolti all’intera area dell’Italia centro-settentrionale. Si sono pertanto esaminati attraverso i registri pontifici, gli interventi del papato sui comuni e sui conflitti fra episcopato e città, verificando nei casi più significativi i riscontri forniti di queste stesse vicende dalla documentazione locale e dalla bibliografia esistente. Si è così potuta costruire una tipologia delle azioni del papato e dei rapporti fra le due istituzioni. La fonte pontificia presenta due aspetti che sono parsi particolarmente utili: da un lato descrive i conflitti dal punto di vista del papato, facendo quindi emergere l’atteggiamento di quest’ultimo nei confronti delle città e il processo attraverso il quale si elabora un sistema di risposta rivolto al mondo comunale. Dall’altro è aperta alle sollecitazioni esterne, che si fissano al suo interno attraverso le petizioni presentate dai presuli – ma talvolta anche dai comuni – o nel corso della gestione dei procedimenti giudiziari.

I documenti contenuti nei registri pontifici che riguardano i comuni sono per lo più mandati e sentenze, all’interno dei quali sono inserite suppliche e narrazioni dei passaggi precedenti e degli eventi scatenanti della lite. Ciò implica l’uso di un linguaggio politico che risulta strettamente collegato con l’ambito processuale. La pretesa di controllo e gestione dei conflitti vescovi-comuni da parte della giustizia pontificia passa anche attraverso l’imposizione di un linguaggio per definire la realtà della lite: un linguaggio egemonico legato alla produzione giuridica e pubblicistica, alle concezioni ecclesiologiche, ma anche alla prassi di gestione dell’iter giudiziario. L’imposizione di un ordine linguistico alla realtà da parte del papato e della cancelleria pontificia finisce per trasformare la natura stessa delle liti, attraverso la definizione delle pretese in contrapposizione, e la determinazione dei motivi di scontro e delle argomentazioni. Così, ad esempio, i problemi concreti della tassazione del clero, della giurisdizione su uomini e terre, dei privilegi giudiziari dei chierici confluiscono nel concetto astratto di libertas ecclesiae. Allo stesso modo le prassi di scambio podestarile che coinvolgono un comune escluso dai rapporti politici e commerciali per aver infranto un mandato pontificio, risultano trasformate in un attacco ai diritti della chiesa.

Sebbene il problema dei rapporti fra papato e città fosse già emerso nei secoli precedenti – basti pensare alle fasi storiche in cui operarono pontefici quali Gregorio VII e Alessandro III – la novità all’inizio del secolo XIII sta nella necessità e nella volontà di collocare organicamente tali rapporti entro un più vasto progetto messo a punto dal papato e rivolto all’intera società cristiana. Le sollecitazioni culturali provenienti dagli ambienti giuridici e dalle università richiedevano delle sistemazioni coerenti dei problemi, che superassero o meglio inserissero i casi particolari e le loro intrinseche contraddizioni entro un quadro generale. Il particolare trova cioè significato grazie ai suoi collegamenti con il generale. Una tale sollecitazione di carattere intellettuale e culturale non poteva però essere applicata astrattamente ai problemi politici. Innocenzo III non parte dalla teoria per agire sulla realtà, bensì elabora una teoria proprio a partire dalle esperienze pratiche. La formalizzazione definitiva del suo programma avviene solo al termine del suo pontificato, con i canoni del IV concilio lateranense, mentre in tutti gli interventi politici precedenti si coglie invece una continua dialettica fra particolare e generale. Scorrendo le lettere pontificie rivolte alle città e ai vescovi, risulta chiaramente che esiste sempre un tentativo di ricollegare i singoli problemi con le concezioni ideologiche ed ecclesiologiche che fondano i diritti della chiesa e il potere papale, perché queste stesse concezioni di base (la plenitudo potestatis del papa, il suo ruolo di vicarius Christi, la libertas ecclesie, i concetti di iustitia e di utilitas) si vanno definendo via via che trovano applicazione nei singoli casi specifici. Dall’azione nella prassi si individuano costanti, si sperimentano soluzioni politiche, giuridiche e procedurali suscettibili di diventare modello e i modelli a loro volta sono ridefiniti e si arricchiscono nell’applicazione reale. Un esempio per tutti è la ridefinizione del rapporto fra papato ed episcopato: dalle inchieste e dalle conseguenti azioni disciplinari ordinate da Innocenzo III emerge chiaramente come il nodo centrale della riformulazione del rapporto fra ordinari diocesani e papato sia costituito proprio dalle relazioni intrattenute dai presuli con i comuni, i quali si dimostravano spesso incapaci di difendere i diritti ecclesiastici dalle aggressioni portate dalle città, per una serie di motivi che vanno dall’impossibilità di opporsi alle sempre più ambiziose pretese politiche dei comuni, al coinvolgimento dei singoli ordinari diocesani con le famiglie di provenienza, radicate politicamente anche all’interno delle istituzioni comunali, oltre che negli schieramenti più ampi di collegamento con l’impero. Per affrontare questo tipo di problemi, Innocenzo non si limita a formulare un progetto di riforma dell’episcopato, ma mette a punto mezzi di intervento nuovi, quali la commissione dei visitatores della Lombardia, che si affianca alla più tradizionale legazione apostolica. A sua volta l’attività dei visitatores si collega strettamente alla messa a punto della procedura inquisitoria e al potenziamento della giurisdizione d’appello e della giustizia delegata.

Sulla base della documentazione esistente è difficile valutare la reale applicazione e le conseguenze degli interventi sanzionatori del papa contro i comuni, ma ciò che risulta indubbio è l’affermarsi di una pretesa di definizione giuridica dei conflitti, del linguaggio che deve essere usato, del modo di scomporre lo scontro in determinati passaggi procedurali. Il papato elabora un modello di intervento e di relazione con i comuni fondato in definitiva su concetti ed elaborazioni giuridiche che nascono all’interno della chiesa stessa e della sua visione della societas christiana. Ai conflitti fra le città e le istituzioni diocesane sono quindi applicati criteri di interpretazione della realtà propri dell’elaborazione ecclesiastica e distanti dal mondo comunale, fatto questo che produce nella percezione della chiesa un necessario avvicinamento fra lotta politica ed eresia. Le città dell’Italia del Nord sono percepite come un mondo da combattere nei suoi tentativi di inglobare i diritti ecclesiastici e da pacificare, per poterne poi sfruttare il potenziale entro i più ampi progetti del papato destinati all’intera cristianità, come la crociata o la politica imperiale propugnata dalla sede apostolica.

Se Innocenzo III era riuscito a mettere a punto un modello, il suo successore si trova a dover dare attuazione a questo disegno politico entro condizioni politiche generali che stanno però mutando. Onorio III punta sulla collaborazione con l’impero come condizione necessaria per raggiungere tale obiettivo. Con queste premesse, la politica papale nei confronti delle città dell’Italia centro-settentrionale risulta ancora una volta inserita in un progetto più ampio, che fa perno sulla liberazione della Terrasanta e sulla preventiva pacificazione necessaria ad attuarla, ordinata formalmente nel IV concilio lateranense. A questa priorità si subordina ogni tipo di intervento sul mondo comunale: la stessa difesa della libertà ecclesiastica e la lotta contro l’espansione dell’eresia sono viste come condizioni necessarie per la pacificazione dell’irrequieto mondo comunale italiano. Nell’affrontare questo genere di problemi è richiesto in maniera programmatica il coinvolgimento imperiale, anche in termini di predisposizione degli strumenti giuridici necessari all’azione sui comuni, come avviene con l’equiparazione dell’eresia al crimine di lesa maestà, i cui precedenti sono da ricercare nella decretale Vergentis in senium di Innocenzo III.

Onorio III si appoggia dunque allo schema già predisposto da Innocenzo III e di conseguenza nel suo pontificato si perde parte di quella contaminazione continua fra teoria e prassi, che aveva caratterizzato il momento di creazione del modello. Il problema per Onorio III non è più la definizione di un progetto, ma la sua attuazione, che richiede un programma di intervento attivo. Lo dimostra bene l’azione sui comuni affidata al legato Ugolino d’Ostia, futuro Gregorio IX. Il papa e il suo legato si rivolgono però a un mondo cittadino percepito come uniforme, senza distinzioni fra città fedeli al papa o all’imperatore. Tale atteggiamento generalizzante dà luogo a una serie di difficoltà di interazione con i comuni che si possono raggruppare in tre tipologie: il problema del comune diviso, l’incapacità di comprendere il funzionamento interno dei comuni e la debolezza nell’applicazione della giustizia pontificia e delegata.

1. La prima grossa difficoltà nei rapporti fra papato e comuni è relativa all’interazione con il comune diviso. La presenza all’interno delle città di partizioni socio-politiche in lotta fra loro aggiunge un elemento di complessità ai rapporti fra papato e comuni e limita fortemente l’efficacia di un’azione pontificia modellizzata, che tende a semplificare un mondo articolato e dinamico. Di questo problema di interazione sono un chiaro esempio i tentativi di Ugolino d’Ostia e del papa di sciogliere le societates comunali, in netto contrasto con le evoluzioni istituzionali che interessano i comuni in quegli anni, i quali stanno faticosamente elaborando forme complesse di composizione politica all’interno delle istituzioni. Il papato agisce con l’intenzione di imporre una semplificazione della realtà, allo scopo di sfruttare le forze comunali per i propri progetti politici. Per questo ha bisogno che la situazione interna dei comuni sia il più possibile uniforme, in modo da individuare chiaramente il nucleo istituzionale a cui rivolgersi, condizione questa resa impossibile dalla presenza di una pluralità di centri sociali e istituzionali e dalla molteplicità degli schieramenti che si muovono all’interno delle stesse istituzioni.

2. Il secondo ambito problematico nelle relazioni fra papato e comuni è dato dalla difficoltà di interazione con il funzionamento politico interno del comune podestarile, ancora in una fase di progressiva definizione, fatto questo che lo caratterizza come una realtà dinamica, con linee comuni ma con forti diversificazioni locali, a seconda del contesto sociale in cui si attua e dei rapporti di forza regionali in cui si inserisce. Il comune podestarile è fondato su un patto giurato fra vertici di governo e cittadinanza, centrato sugli statuti cittadini. Queste forme articolate di giuramento politico, con le prassi che ne derivavano, sembrano inconciliabili con la progressiva pretesa di controllo sul giuramento da parte del papato, il quale ne subordinava la validità ai contenuti, che dovevano essere conformi alla iustitia, ovvero alle leggi canoniche. Ad esempio il papa aveva ordinato al comune di Bergamo, colpevole di aver assunto un podestà scomunicato, di cancellare lo statuto "ingiusto", che obbligava i cittadini a giurare la sequela del podestà al momento della sua entrata in carica. Tale pretesa del pontefice era chiaramente inaccettabile, perché avrebbe scardinato uno dei fondamenti politici del patto fra podestà e comune; la norma in questione del resto non era per nulla concepita, come riteneva il pontefice, in contrapposizione al principio della libertas ecclesiae. Anche in questo caso dunque si verifica un caso di lettura di una prassi squisitamente comunale secondo schemi propri della chiesa, che ne stravolgono il significato, creando una premessa di incomprensione.

3. La terza difficoltà di interazione riguarda l’applicazione in ambito cittadino della giustizia pontificia e delegata. Nella maggior parte dei casi i comuni tendono a ignorare le sentenze pontificie, e i numerosi mandati papali che le esprimono, accettando l’intervento del papa o dei giudici delegati solo in termini di mediazione e di arbitrato. Essi accettano cioè solo soluzioni che pongano le parti avverse su un piano più paritario, in modo da ribadire la propria autonoma identità istituzionale. La chiesa stessa si mostra però consapevole di questo problema, anche perché è certamente cosciente di non disporre dei mezzi coercitivi per far rispettare le proprie sentenze in ambito comunale. Da un punto di vista pratico, una soluzione di compromesso rappresentava quindi un successo di non poco conto, in quanto capace di ristabilire nell'immediato la convivenza fra chiesa locale e istituzioni comunali. Se esaminiamo la questione dal punto di vista delle pretese ideologiche del papato, la giustizia papale e delegata deve essere intesa non tanto in funzione della possibilità di arrivare a una verità e a una soluzione nel contesto del conflitto, quanto nella capacità di ricondurre la lite entro i passaggi formali della procedura, di gestire le diverse fasi di scontro, descrivendole in termini giuridici. Questo processo di "mediazione" da parte della giustizia ecclesiastica è favorita da un'analoga evoluzione nel quadro della giustizia comunale. La rottura della corrispondenza diretta fra preminenza sociale ed economica ed egemonia politica che si registra con l’avvento del regime podestarile, si traduce in ambito giudiziario nella progressiva maturazione del processo accusatorio, vale a dire nella possibilità di dirimere i conflitti in ambito processuale, sottraendoli alla competizione violenta. Rispetto al modello innocenziano di rafforzamento della giurisdizione delegata, Onorio III si trova a dover affrontare l’impossibilità di realizzare appieno quel progetto: ciò che si verifica allora è uno spostamento del punto d’attenzione dal risultato alla procedura.

Durante la prima parte del pontificato di Gregorio IX il papato persiste nei punti fondamentali della sua politica rivolta ai comuni. I metodi usati si fanno però più specifici: gli interventi sono sempre più calati all’interno dei comuni e dei loro funzionamenti e le azioni sono sempre più incentrate sugli statuti, riconosciuti come il perno della vita e della politica comunale. Questi aspetti diventano via via più evidenti, quando nel disegno pontificio la crociata passa in secondo piano rispetto alla politica italiana e i rapporti fra il papato e Federico II assumono una piega sempre più inesorabilmente conflittuale. I conflitti fra la chiesa e i comuni cittadini che vedono l’intervento di Gregorio IX presentano dunque un elevato grado di complessità, che deriva dall’interferenza di molteplici fattori: le reazioni alla coincidenza sempre più stretta fra eresia e disobbedienza politica, gli interventi dei predicatori del 1233 e il loro rapporto con le parti socio-politiche cittadine, il sovrapporsi degli schieramenti imperiale e papale ai conflitti fra chiesa e comuni, a loro volta già fortemente complicati dal peso politico assunto dai partiti interni alla società comunale. Ciò che caratterizza l’attività di Gregorio IX rispetto a quella dei suoi predecessori è la capacità di affrontare le situazioni locali con interventi specifici e circostanziati, attenti all’evoluzione istituzionale interna dei comuni, alle prassi politiche di governo, alle relazioni intercomunali. Non è più possibile applicare un modello generale di azione, occorre plasmarlo sulla situazione che si sta affrontando, adattarlo ai nuovi obiettivi che si stanno delineando, primo fra tutti quello di promuovere soluzioni che permettano poi un’alleanza con quelle stesse forze al momento dello scontro diretto con Federico II. Rispetto al programma di riforma di Innocenzo III e ai tentativi di applicazione di Onorio III, le azioni di Gregorio IX sembrano caratterizzate da un nuovo realismo politico. La tendenza ad applicare letture della realtà interne alla chiesa stessa è ora gradualmente abbandonata. Si sono ormai rivelati chiaramente i limiti di questa prospettiva e in un momento di estrema ricerca di alleanze si delinea invece la maggior funzionalità di un’ottica che cerchi di leggere il mondo comunale tenendo conto della percezione di sé di quello stesso mondo. Si abbandona in definitiva la costruzione e l’applicazione di un modello in favore della comprensione realistica delle situazioni.

Fra gli interventi di Gregorio IX, un rilievo particolare assumono quei casi in cui al problema generalizzato della difesa della libertas ecclesiae si sovrappone la formale detenzione del districtus da parte del vescovo, ancora nel secolo XIII. I comuni di Vercelli e di Ivrea si trovano in questa situazione, che conferisce alla conflittualità fra città ed episcopato una dimensione strutturale. Analizzando questi due casi, al di là delle analogie di partenza e dello scoppio di un grave conflitto alla metà del terzo decennio del secolo XIII, che ha come scintilla scatenante gli statuti anti-ecclesiastici, emergono differenze sostanziali nello sviluppo e negli esiti delle vicende, riconducibili ai differenti rapporti di forza fra i due comuni e i rispettivi episcopati. A Vercelli il veloce e cospicuo sviluppo delle forze popolari fa sì che la definitiva emancipazione dal vescovo assuma una portata tale da improntare gran parte delle scelte politiche del comune, come dimostrano i repentini cambiamenti di campo fra gli schieramenti anti e filo-imperiale del terzo e quarto decennio del secolo XIII. Gli stessi duri interventi di Gregorio IX a favore del vescovo lasciano il posto, dopo la sua morte, tramite l’azione del legato pontificio Gregorio di Montelongo, alla più pressante necessità di ampliare la rete di alleanze del fronte anti-imperiale. Il comune di Ivrea, pur cercando di conquistarsi una certa autonomia istituzionale, resta invece subordinato al vescovo, specialmente per ciò che concerne la sua politica estera, e non presenta al suo interno segni di un’incisiva differenziazione sociale. Il rapporto di collaborazione vescovo-comune risulta quindi pienamente operante ancora nella prima metà del secolo XIII. Dal confronto di questi due esempi risulta ormai chiaramente che è la situazione socio-politica interna dei due comuni che permette di comprendere le differenze nell’atteggiamento riservato dal papato alle due città.

Questi casi mettono in evidenza che a definire la dinamica dei rapporti fra papato e comuni non è più tanto l’impostazione di una politica pontificia rivolta al mondo comunale, quanto il reale collegamento con le forze politiche e sociali operanti nelle singole città. La presenza delle organizzazioni popolari, che durante il pontificato di Onorio III rappresentava una delle principali difficoltà di interazione fra chiesa e comuni, risulta ora una componente fondamentale del rapporto fra le due istituzioni. Si sta preparando quel collegamento fra pars ecclesiae e Popolo che diviene sistematico con Innocenzo IV e ciò è reso possibile proprio dalla comprensione da parte del papato dei presupposti politici e giuridici su cui si fondano le istituzioni comunali. L’autonomia politica rivendicata dalle città non è più percepita in opposizione ai diritti della chiesa, ma compresa e anzi difesa dal papa, che può così instaurare con i comuni un rapporto di alleanza in funzione anti-imperiale. La garanzia dell’autonomia delle istituzioni comunali viene a coincidere con la garanzia di indipendenza dello stesso mondo ecclesiastico minacciato dall’impero. Concepita su un piano maggiormente paritario, l’alleanza fra papato e comune popolare può assumere nella seconda metà del secolo XIII un assetto più stabile.


Autore

Laura Baietto (Torino 1969), laureata presso l’Università degli studi di Torino in storia medievale, ha concluso il dottorato di ricerca, sempre in storia medievale, presso la stessa Università nel 2002. Si occupa di storia comunale, con particolare riferimento all’età podestarile. Entro questo ambito i suoi studi si articolano in due campi: le prassi di governo fondate sulla scrittura (L. Baietto, Scrittura e politica. Il sistema documentario dei comuni piemontesi nella prima metà del secolo XIII, in "Bollettino storico-bibliografico subalpino", I, XCVIII/1 (2000), pp. 105-165 II, XCVIII/2 (2000), pp. 473-528.) e i rapporti fra papato, episcopato e comune podestarile (tesi di dottorato: Una politica per le città. Rapporti fra papato, vescovi e comuni nell’Italia centro-settentrionale da Innocenzo III a Gregorio IX). Entro il primo ambito di ricerca si è occupata anche dell’evoluzione dei sistemi fiscali e del debito pubblico nelle città piemontesi, in relazione allo stabilizzarsi delle prassi di scrittura in libri e registri nel corso del secolo XIII.

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