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INDICE
II - 2001 / 1 - gennaio-giugno

Schedario


Maria Ginatempo,
Prima del debito.
Finanziamento della spesa pubblica e gestione del deficit nelle grandi città toscane (1200-1350 ca.)

Firenze, Olschki, 2000.


Indice

Introduzione

Capitolo I - Il debito che non c'è

Capitolo II - La natura del disavanzo

Capitolo III - Le forme di finanziamento del disavanzo
1. Le contribuzioni straordinarie a fondo perduto
2. Le prestanze generali a scomputo
3. Le prestanze generali a interesse e rimborso sulle gabelle
4. Le prestanze particolari e l'assegnazione di entrate del Comune per il rimborso e la corresponsione di interessi
5. I prestiti volontari a breve
6. I prestiti su pegno fondiario e politico (a Siena)
7. Gli aumenti o addizionali sulle gabelle
8. Un confronto con le forme di finanziamento tipiche dei principi
9. .... e con quelle di altre città

Capitolo IV - Quattro città' a confronto

Conclusioni

Tabelle
Appendici
Fonti e bibliografia


Abstract

Le finanze dei comuni maggiori della Toscana (Firenze, Pisa, Siena e Lucca) sono state oggetto di studi ampi e celeberrimi e costituiscono tuttora un tema cruciale per la riflessione storiografica internazionale sulle città-stato italiane. Sia nell'una che negli altri, tuttavia, il fuoco dell'interesse è spostato in avanti, sugli sviluppi coevi e successivi all'istituzione dei Monti (cioè ai consolidamenti del debito operati nel 1345 a Firenze, nel 1348 a Pisa, nel 1363-1382 a Siena e nel 1371 a Lucca), per la complessità e i caratteri di dirompente novità propri di tale sistema di spending deficit e per l'intenso sviluppo creditizio nel settore pubblico che esso rapidamente attivò. Tale sviluppo e quello, strettissimamente intrecciato, delle entrate ordinarie provenienti da un complesso di imposte (gabelle) sugli scambi e sui consumi, sono stati visti infatti come un'anticipazione di alcuni importanti aspetti della fiscalità e delle finanze 'moderne' e come uno dei tratti fondanti della 'modernità' stessa delle città-stato italiane.

Si è giunti a formulare un modello, nel quale tuttavia si tende a retrodatare a un'indefinita età comunale caratteristiche che il credito pubblico e (in buona parte) il sistema fiscale dei comuni cittadini toscani assumeranno, come vedremo, solo nel corso del Trecento. Un modello per una città-stato idealtipicamente intesa, nel quale le caratteristiche, più semplici, delle finanze toscane nel Duecento e nel primo Trecento anteriormente al debito consolidato, restano abbastanza sfocate, oppure appiattite sui casi di Genova e Venezia, città dove i circuiti finanziari pubblici e i metodi di drenaggio fiscale conobbero invece uno sviluppo molto più precoce e dove si cominciò ad organizzare un debito pubblico permanente già da metà '200. Con questo volume mi propongo di fare il punto della letteratura esistente sulle finanze dei comuni maggiori toscani, guardando le cose dal punto di vista del ricorso al credito a copertura della spesa pubblica o più in generale dei vari sistemi di finanziamento del disavanzo, e soprattutto cercando di ristabilire la prospettiva. Mettendo in chiaro, cioè, e valorizzando quanto si sa sul Duecento e sul primo Trecento, dando risalto alle differenze rispetto al modello genovese e veneziano (e a quello di altri stati dell'epoca) e delineando meglio quindi, per contrasto, l'ampiezza e la repentinità delle trasformazioni che portarono poi, in pieno Trecento, alla vertiginosa espansione della spesa militare e diplomatica, al crescere altrettanto vorticoso del deficit (ovvero a un'insufficienza sempre più grave delle entrate ordinarie e straordinarie, pure in forte incremento, rispetto ai costi della guerra), all'impossibilità di rimborsare i prestiti forzosi e volontari contratti per finanziare il deficit stesso e alla conseguente creazione dei debiti consolidati. Datare tali trasformazioni al pieno Trecento invece che a una generica età comunale implica un complessivo ripensamento delle ragioni stesse dello sviluppo dei circuiti creditizi pubblici nelle città-stato toscane. Significa cercarle non tanto nello sviluppo dei commerci e delle reti finanziarie a vasta scala in cui operavano i mercanti-banchieri delle stesse città - cioè non tanto o non soltanto nelle amplissime disponibilità in capitali, credito e know how che questi ultimi erano giunti ad avere - quanto piuttosto nell'espansione degli stati territoriali e del volume di risorse da essi drenate e veicolate.  

Il primo capitolo è dedicato alla constatazione che nei nostri 4 comuni fino a poco prima dei consolidamenti non esisteva uno spending deficit basato su un debito permanente o a lungo termine, ma soltanto pratiche creditizie a breve, sia per coprire i disavanzi correnti (cioè limitati, momentanei scoperti di cassa), sia per coprire le brusche impennate 'straordinarie' della spesa. Per chiarire meglio ciò, dotarci di un quadro di riferimento comparativo e sgombrare il campo da alcuni equivoci, in questo stesso capitolo si fa preliminarmente cenno ad alcune modalità di finanziamento del disavanzo pubblico che viceversa comportano la creazione di un debito permanente (e uno sviluppo creditizio ben più intenso), descrivendo in particolare prima il debito consolidato di Venezia dal 1363, di Genova dal 1407 e delle stesse città toscane a partire dalle date indicate sopra, poi i debiti di Venezia tra 1262 e 1363 e di Genova tra 1257 e 1407.

Nel secondo capitolo si esamina la natura del disavanzo nei quattro comuni toscani (come si generava, che ampiezza e che effetti aveva, che tipo di stato, di finanze, di fisco e di economia rifletteva, etc.) e la sua evoluzione in tre tappe: fino agli anni '80-'90 del '200; nei decenni a cavallo tra Due e Trecento quando cominciava a prendere forma il nuovo sistema basato sulle gabelle e sui prestiti forzosi a rimborso e interesse; e nei decenni immediatamente precedenti ai consolidamenti quando il deficit cominciava a farsi sempre meno sostenibile.

Nel terzo capitolo si procede a una disamina più dettagliata delle varie modalità di finanziamento e gestione del disavanzo effettivamente utilizzate nei quattro comuni toscani nelle tre fasi individuate, ponendole a confronto con quelle tipiche dei principi o in uso in altre città.

Nell'ultimo capitolo, infine, prima di concludere, si affronta una comparazione tra le quattro città toscane, ponendo a confronto quel che si riesce a tutt'oggi a sapere delle dimensioni, andamento e struttura dei loro bilanci e dell'evoluzione delle loro finanze e cercando di delineare meglio non solo i tratti comuni, ma anche le differenze in termini di scala, cronologie e tipo di scelte adottate da ciascuno di essi.


Autore

Maria Ginatempo, ricercatrice di Storia Medievale presso l'Università degli Studi di Siena, si è occupata nei suoi primi anni di studio di popolamento rurale e urbano (dando alle stampe un volume per Olschki sulla Toscana senese e uno per Le Lettere in collaborazione con L. Sandri sulle città italiane tra '200 e 500). Da diversi anni è impegnata in ricerche sulle finanze e fiscalità degli stati regionali italiani e delle città-stato che in essi nel tardo medioevo confluirono.

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