Home.

Rivista

spaceleft Mappa Biblioteca Calendario Didattica E-Book Memoria Repertorio Rivista spaceright
2010: 1 / 2
2009
2008
2007
2006: 1 / 2
2005: 1 / 2
2004: 1 / 2
2003: 1 / 2
2002: 1 / 2
2001: 1 / 2
2000
 
RICERCA
 
INDICE

 

IV - 2003 / 1 - gennaio-giugno

Schedario


Andrea Gamberini,
La città assediata.
Poteri e identità politiche a Reggio in età viscontea
,
Roma, Viella, 2002.


Premessa

Nel panorama degli studi sulla Lombardia basso medievale, sulla costruzione dello Stato regionale, una particolare attenzione sembrano aver ricevuto negli ultimi decenni soprattutto il Quattrocento e l’età sforzesca, mentre più in ombra sono rimaste le pratiche politiche e di governo della prima e media età viscontea, la prassi che impronta­va il rapporto principe/corpi, talora perfino gli stessi protagonisti della dialettica col signore.[1] Del­l’espansione milanese nel Trecento è stato colto l’aspetto geopolitico – e tale appare la crescita della potenza viscontea nello scacchiere italiano, la creazione di un’ampia area egemonica non limitata al­l’ambito padano[2] –, ma non ancora sufficientemen­te conosciuti appaiono i rapporti fra i signori di Milano e la schiera dei poteri locali, i segmenti della società cui si legarono e che favorirono, le forme stesse del rapporto.

Lo stato delle fonti, del resto, non ha incoraggiato queste ricerche: la distruzione pressoché completa del­l’archivio signorile ha rappresenta­to un ostacolo per certi versi insormontabile, che fin dai primi del secolo scorso, con il progetto editoriale del Repertorio Diplomatico Visconteo, si era cercato di aggirare attraverso la valorizzazione delle fonti conservate nella «periferia» del dominio, in quei centri grandi e piccoli che serbano tracce documentarie talora cospicue del loro passato visconteo.[3]

Fu proprio in occasione di quella fortunata ricognizione archivistica che lo stato delle fonti reggiane emerse in tutta la sua ricchezza: e prontamente studiosi ed eruditi se ne avvalsero per entrare in consonanza con il dibattito sulla Signoria – reso in quegli anni vivace dagli sudi del Salzer, del­l’Anzilotti, del­l’Ercole, del Romano, ecc.[4] –, argomentando i «brillanti» risultati nella costruzione dello Stato conseguiti dai Visconti, capaci di trasformare «in ossequiosi vassalli» i riottosi domini del contado.[5]

Non sarà il caso di rimarcare troppo forzature e limiti figli di un tempo lontano: a dispetto di certi toni compiaciuti e talora apertamente apologetici, le ricerche di Natale Grimaldi o di Federico Eugenio Comani costituiscono ancora oggi un monumento di erudizione e sovente il luogo di riflessioni di grande acume.

Riprendere, però, a distanza di molti decenni temi e questioni in parte già frequentati, ha significato in prima battuta restituire centralità a quei soggetti politici che la trionfalistica ascesa dello Stato signorile aveva relegato al ruolo di comparse: ha voluto dire, in altre parole, non solo indagare gli spazi di autonomia che ancora conservavano, ma soprattutto ricostruire le forme e gli strumenti della dialettica col principe, l’interazione e i condizionamenti reciproci.

Definite così le linee guida della ricerca, occorreva individuare l’ap­proccio più idoneo sul piano metodologico, anche in considerazione del­le suggestioni e degli interrogativi espressi dalla storiografia degli ultimi anni, che con crescente consapevolezza ha evidenziato il nesso strettissimo fra l’angolatura o la scala della ricerca (alto/basso, centro/periferia, scala piccola/scala grande) e i suoi possibili esiti episte­mologici (olismo/riduzionismo, teleologismo, microstoria, local history).[6]

Per restituire in tutta la sua vitalità la competizione politica al­l’in­ter­no del case-study reggiano si è allora pensato di assumere la prospet­tiva di un certo numero di protagonisti e di articolare la ricerca in altrettante parti, nelle quali dar conto degli obiettivi, delle strategie e dei percorsi di affermazione di ciascuno di essi: non la rinuncia postmoderna – come mi è stato bonariamente rimproverato – ad una gerarchizzazione delle rilevanze, ad una selezione di attori e protagonisti (che, peraltro, sarà sempre arbitraria e soggettiva); al contrario, un gioco di prospettive che se, da un lato, ha inteso recepire e tradurre in un percorso della pratica proprio la preoccupazione di non offrire della periferia del dominio l’immagine di passiva resistenza al­l’azione disciplinatrice del centro, dal­l’altro, non ha voluto rinunciare a indagare la vicenda di quella forma di organizzazione politica – lo Stato visconteo – con cui, volenti o nolenti, i tanti poteri locali dovettero confrontarsi.

Sui vantaggi di una ricerca condotta simultaneamente da più angolature, sulla ricchezza di spunti che ne possono derivare, basti qui ac­cennare – a mero titolo di esempio – al­l’analisi condotta sui patti di aderenza, la forma di coordinazione politica più diffusa tra i Visconti e i signori del contado reggiano. La capacità di creare raccordi attraverso questo strumento è stata presentata come il segno di un’azione disciplinatrice del particolarismo, di affermazione della superiorità del Principe.[7] Non si è però messo in risalto come attraverso questa strada i nuclei di potere signorile potessero ottenere dai Visconti il riconosci­mento del mero e del misto imperio, come, cioè, acquisissero un titolo di legittimità (che sovente non avevano) senza costosi pellegrinaggi alla corte imperiale. Ma di più. Anche nei casi in cui i Visconti riuscirono a riservarsi le più alte prerogative giurisdizionali, limitando ad altro le concessioni ai domini loci, una lettura che sottolineasse solo la crescita del potere pubblico e l’erosione del particolarismo finirebbe con l’occultare le dinamiche politiche locali, al­l’interno delle quali il potere signorile non era stato affatto compromesso dal­l’aderenza ai Vi­sconti. Perché – come ha consentito di osservare un’indagine condot­ta dal basso – anche quando la capacità negoziale dei domini non era stata abbastanza forte da permettere loro di ottenere il riconoscimento del mero e del misto imperio, riuscirono comunque a spuntare l’in­serimento di clausole che salvaguardavano il possesso dei castra e che imponevano ai rustici l’obbligo di farvi le custodie: tutti elementi, questi, che nel con­tado reggiano costituivano il fondamento stesso del potere signorile.

Se, dunque, la preoccupazione di non appiattire la ricchezza del quadro politico sulle posizioni di un solo attore ha suggerito di scomporre la ricostruzione storica (e, conseguentemente, la narrazione), il passo successivo è stato quello di selezionare i protagonisti, di individuare, cioè, le lenti attraverso cui osservare l’inserimento del Reggiano al­l’interno dello Stato regionale visconteo; e proprio su questo aspetto varrà la pena di soffermarsi, per dare conto delle ragioni che hanno orientato la scelta.

Malgrado la rilevanza assegnata in queste pagine al principe, alla comunità cittadina e alle signorie del contado – cui corrispondono altrettante sezioni del volume –, non furono questi i soli attori presenti sulla scena politica reggiana alla fine del Trecento, né gli unici vettori dello scambio politico fra le società locali e il superiore livello del­l’organizzazione statale. Al pari di tante altre società politiche del Rinascimento, anche quella reggiana si caratterizza per il forte pluralismo di corpi, fossero essi a più marcata connotazione sociale o territoriale: non solo la città, il principe e i dominatus signorili, dunque, ma anche le comunità, le Parti, le fazioni, i piccoli borghi… Nulla di eccezionale in questo quadro: semmai, peculiari del Reggiano furono gli assetti cui queste forze diedero vita, gli equilibri e le dinamiche che generarono: in una parola, peculiare – anche solo rispetto ad altre città coeve – fu la gerarchia dei poteri sviluppatasi. La partizione del volume ne costituisce in un certo senso la fotografia, proponendosi di dare risalto ai tre poteri più forti, almeno per come questi sono emersi dal confronto con quelle forze che, pur ponendosi in termini di diretta concorrenza nel veicolare e interpretare le più diverse istanze della società, non furono però capaci di generare più robusti sentimenti di appartenenza e, dunque, più solide forme di aggregazione politica.

È il caso, ad esempio, della civitas rispetto alle Squadre e alle Fazioni. È indubbio, infatti, che i reggiani – o, perlomeno, molti di loro – partecipassero contemporaneamente di più identità politiche: che fossero, cioè, esponenti di una squadra (es. quella dei Roberti, quella dei Canossa, quella dei Manfredi, quella dei da Sesso, quella dei Fogliano), che parteggiassero per una delle due grandi ideologie (quella guelfa e quella ghibellina) e, che, naturalmente, fossero membri della societas cittadina. La ricerca ha consentito di verificare le modalità attraverso cui l’identità dei reggiani si scomponeva e si riaggregava alternativamente su questi tre diversi piani, ma ha altresì evidenziato come questo gioco non fosse sempre possibile: vi erano, infatti, delle situazioni – e la più frequente era quella in cui gli interessi dei cives si contrapponevano a quelli delle signorie del contado, che delle Squadre costituivano la leadership – che generavano un conflitto fra le tante identità dei reggiani, sollecitandoli a una precisa scelta di campo. È dunque seguendo gli esiti di questi conflitti che è stato possibile riconoscere l’identità politica più forte: e proprio a questa, ovvero a quella incarnata dalla civitas, si è deciso di dedicare la prima parte della ricerca. Vediamone, dunque, qualche aspetto.

Di piccole dimensioni, che l’endemica presenza della peste, le carestie e soprattutto le continue guerre che si combattevano alle porte di casa avevano concorso a spopolare, Reggio appariva alla fine del Trecento come una città in pieno declino. Una crisi che non era solo demografica e economica, ma che era soprattutto politica. I modesti risultati conseguiti dal Comune urbano nel controllo del­l’episcopato avevano, infatti, consentito la sopravvivenza di molte enclaves signorili, sempre pronte a disinvolte alleanze con quei potentati (la Chiesa, gli Scaligeri, gli Estensi, i Gonzaga, i Visconti) che di volta in volta nel corso del Trecento si affacciarono sul Reggiano. Non solo dunque le forze signorili non erano state domate, ma nel corso del XIV secolo avevano rialzato prepotentemente la testa, riguadagnando anzi gli spazi perduti fra il Duecento ed i primi del Trecento. Al­l’avvento di Bernabò a Reggio, una vera e propria corona di signorie cingeva d’assedio la città, coprendo, secondo la stima probabilmente non iperbolica di un ambasciatore del Comune, i sette ottavi del­l’episcopato. Forti delle loro basi patrimoniali e castrensi nel contado, i lignaggi signorili (o almeno la maggior parte di essi) erano poi saldamente radicati in città, dove possedevano case e palazzi, dove controllavano alcune fra le principali istituzioni ecclesiastiche e dove godevano di un seguito anche consistente. Ma malgrado le contiguità e le amicizie con alcuni segmenti della società reggiana, non riuscivano ad esercitare un controllo profondo e capillare sulla vita politica locale, sul­l’attività dei Consigli. Vanamente, infatti, si ricercherebbero in essi le tracce di un’a­zione davvero articolata e corriva delle Squatrae, cioè di quei rag­grup­pamenti fazionari che, come nelle vicine Parma e Piacenza, proprio nei nuclei di potere signorile del contado avevano i loro referenti (tanto da as­sumerne il nome: la squadra dei Canossa, quella dei Manfredi, quel­la dei da Sesso, ecc.). Quello che l’élite di governo reggiana sem­bra non avere smarrito è infatti il senso di un interesse collettivo della civitas: un interesse che non è conciliabile con quello dei domina­tus del contado. Ben chiare nella mente dei maggiorenti reggiani so­no le responsabilità dei lignaggi signorili nel­l’appropriazione di risorse materiali e fiscali che considerano pertinenti alla civitas, nel­l’orga­niz­za­zione di una rete di mercati rurali concorrenti rispetto a quello urbano, nelle continue interruzioni del­l’approvvigionamento idrico di Reggio, nella mancata realizzazione di un canale navigabile fino al Po… Si trat­ta di preoccupazioni che trovano ampia eco nei carteggi col principe, argomentate talvolta con vigore, e che tuttavia non sembrano avere avuto la forza di indurlo ad atteggiamenti di maggiore fermezza verso i nuclei di potere signorile. È allora davanti all’inerzia del principe che la comunità cittadina venne elaborando una diversa strategia, alternativa e parallela a quella che passava per i consueti canali di comunicazione col dominus (presentazione di capitoli, invio di legazioni, legami di patronage). Non al centro, ma in periferia la civitas provò a giocare la sua partita contro le signorie del contado, confidando non nella benevolenza del principe, ma in quella dei suoi rappresentanti a Reggio. Complici il cronico indebitamento degli officiali signorili (che trovava una sollecita risposta proprio da parte dei maggiorenti reggiani) e una tradizione ancora viva che portava a considerare il rector civitatis non un corpo estraneo da isolare (come spesso capita di osservare nel Quattrocento), ma come il difensore degli interessi municipali, un sodalizio assai stretto si creò ben presto fra la comunità cittadina e i rappresentanti locali del Visconti. Con esiti che divennero manifesti soprattutto sul terreno giudiziario, quello scelto dalla civitas per portare il suo attacco alle giurisdizioni separate del contado. Lo studio di alcune vicende processuali ha infatti evidenziato le collusioni fra la comunità cittadina e il suo podestà, sempre pronto ad appellarsi ad escamotages procedurali e a sottigliezze interpretative (e talora anche a vere e proprie forzature) per sostenere le ragioni della civitas, talvolta anche a dispetto dei mandati viscontei.

Ma c’è di più. L’interesse per queste vicende giudiziarie non si esaurisce nel contributo offerto alla ricostruzione delle strategie cittadine, dal momento che proprio da questi processi vengono anche le indicazioni più preziose per comprendere la natura profonda dello scontro in atto: che non era semplicemente uno scontro fra poteri urbani e poteri extraurbani, ma fra opposte culture politiche.

Da un lato era infatti la città, con le sue istituzioni e le sue pratiche di governo, sorretta nelle sue pretese di egemonia sul contado da una tradizione speculativa che aveva ormai da tempo trovato nel diritto lo strumento duttile con cui plasmare i rapporti di soggezione politica; dal­l’altro lato, invece, era una società, quella del contado, in cui il diritto – romano, canonico, feudale – informava di sé tanti aspetti della vita associata come dei rapporti patrimoniali, senza però tradursi sempre in un’acculturazione anche al­l’idioma politico dello Stato, senza cioè provocare un’adesione delle popolazioni a quelle forme di organizzazione politica che proprio nel diritto romano trovavano i loro presupposti.[8] Le strutture pubblicistiche che sembrano ingabbiare mol­­ti dominatus del contado, così come l’adozione del linguaggio delle istituzioni formalizzate a fini di autolegittimazione, sono elementi che non devono ingannare: se per alcuni dominatus i privilegi imperiali o l’assunzione di modelli di organizzazione politica tendenzialmente burocratizzati e accentrati rivelano una tensione verso le forme costituzionali del «piccolo Stato signorile», per tanti altri il processo di imitazione sembra aver avuto un significato almeno in parte differente. Ciò che colpisce in queste formazioni è infatti lo sfasamento fra le pre­rogative alte riconosciute dalle patenti imperiali o viscontee e la prassi di governo cui quegli stessi domini erano soliti attenersi: forme di esercizio del potere che se da un lato appaiono prevalentemente iscrit­te entro una cornice di accordo, di ricerca del consenso con i rustici, dal­l’altra si fondavano soprattutto su legami soggettivi e personali piuttosto che su impersonali vincoli di obbedienza al titolare della iurisdictio. Perché proprio questo è il punto. Mentre i domini loci sembrano avere un’idea di territorium ispirata ai principi del diritto, come il luogo del­l’esercizio del potere politico,[9] per i rustici (o per molti di loro) il territorium assume sovente una valenza giurisdizionale assai più sfumata. In larghi settori del contado la cultura politica dif­fusa tra i villani era ancora ispirata ai principi del «proteggere e do­minare»: si trattava, cioè, di terre dove l’obbligazione politica si costrui­va intorno alla protezione assicurata dal castello signorile e agli obblighi che ne derivavano per i confugientes. Poteva allora capitare – e le fonti offrono più di un riscontro – che di fronte alle lusinghe o alle minacce di un dominus castri particolarmente intraprendente, gli abitanti di una comunità decidessero di confugere nel castrum di que­st’ul­timo, rescindendo così il legame di obbedienza contratto col dominus nel cui castello erano soliti riparare. Un vistoso misconoscimento del principio della territorialità, anche nella sua accezione più debole, e che diviene ancora più manifesto nelle vicenda limite – e per certi versi eccezionale – di quelle comunità che per effetto della concorrenza fra due diversi signori di castello persero ad un certo momento l’unità politica, spezzandosi in diversi ambiti giurisdizionali: ambiti, si osservi, definiti non in termini spaziali, ma di obbedienza individuale. Come emerge nitidamente dalle testimonianze raccolte in una deposizione giudiziaria, gli abitanti della comunità vivevano mischiati e nessun confine spaziale li divideva; più semplicemete ciascun dominus conosceva i propri.[10]

Se i confini giurisdizionali potevano essere piuttosto mobili, quel­­li del potere del dominus castri erano invece molto più stringenti. Perché se il signore poteva chiamare alle armi, richiedere le custodie al ca­stello o esercitare varie forme di prelievo fiscale, era pur sempre co­stret­to a mantenersi entro un orizzonte di concordia e di negoziazione costante con gli homines. Basti richiamare solo qualche esempio: decisioni cruciali per il futuro del dominatus, quale la collocazione politica al­l’interno del contesto bipolare Visconti/Estensi, non potevano prescindere dal­l’approvazione dei rustici, pena la loro ribellione. Anche lo scontro fra due agnati che si contendevano la guida del dominatus poteva essere rimesso al­l’arbitrato degli homines, riconoscendone così il ruolo attivo nella creazione di un legame di obbedienza. L’ambito, però, in cui il potere signorile incontrava i limiti più significativi era quello giudiziario: malgrado i domini sventolassero privilegi che riconoscevano l’esercizio del mero e del misto imperio, l’attività dei giusdicenti signorili sembra essersi limitata alle cause civili, senza la possibilità di irrogare pene corporali. Il modello di giustizia diffuso in queste terre era, infatti, ancora quello «negoziale», che non contemplava l’iniziativa di un potere pubblico (o che si atteggiasse tale): la risoluzione del conflitto era dunque lasciata alle parti, con grande enfasi per la composizione extragiudiziale.

Alla luce di questi elemenrti apparirà allora anche più chiaro come la scelta del­l’arena giudiziaria per risolvere il contenzioso fra la civitas e i dominatus del contado non fosse affatto neutra: e non solo per le contiguità fra il giusdicente urbano e una delle parti, ma perché la cultura politica della civitas conduceva il podestà – che di quella cultura era espressione – ad assumere come criterio di giudizio pratiche e strumenti concettuali, quali l’esercizio dello ius sanguinis o il principio di territorialità, che non appartenevano alla cultura politica del contado: sul terreno processuale la partita delle signorie rurali era persa prima ancora di cominciare.

La seconda sezione propone invece come protagonisti i dominatus del contado. Si tratta di una scelta che riflette il tratto forse più caratteristico del Reggiano, terra in cui ancora ai primi del Quattrocento eccezionale vigore conservava il potere signorile: un potere che si colorava localmente di tinte differenti, quanto a intensità e fisionomia, ma che abbracciava larga parte del contado, tanto verso la pianura, quanto verso la dorsale appenninica. Ancora una volta, nella scelta del filo conduttore, si è deciso di dare maggiore visibilità a quel soggetto che rispetto alle identità politiche immediatamente antagoniste – e tali erano ad esempio quelle comunitarie – è sembrato prevalere nella capacità di coagulo degli homines.

Se, infatti, gettiamo lo sguardo sul contado reggiano alla fine del se­colo XIV, il dato che salta al­l’occhio con immediatezza è senz’altro l’assenza di borghi o comunità anche lontanamente paragonabili, per densità e tono della loro economia, a quelli che costellano il panorama di altre aree padane; malgrado per il periodo si disponga solo di fonti indirette, Felina o Correggio non sono certo accostabili a Borgo San Donnino o Crema. Qualora poi si scendesse di livello, così da focalizzare l’attenzione su quella miriade di ville che costituivano la trama del­l’organizzazione sociale nel­l’intero episcopato, non sarebbe difficile scorgere i segni di un’identità comunitaria ancora relativamente sfu­mata, solo occasionalmente in grado, cioè, di esprimere solidarietà e legami realmente alternativi a quelli che si formavano attorno al dominus castri, il vero fulcro del­l’organizzazione politica. Molti elementi, del resto, cospiravano a favore della reviviscenza dei poteri signorili: dal­l’incompleto processo di comitatitanza durante l’età comunale, che ne aveva lasciato pressoché intatte le basi, al rilancio trecentesco, quando la cronica conflittualità fra i potentati che si contendevano la regione rappresentò l’humus ideale per poteri locali che erano sempre pronti a giocare di sponda fra forze concorrenti, offrendo la propria alleanza a chi sembrasse garantire i maggiori spazi di autonomia (e magari anche una trionfale rentrée in città).

Il contado si riempì in breve di castelli e fortezze. E quasi come co­rollario, anche la cultura politica delle campagne sembrò ispirarsi pre­valentemente ai principi del «proteggere e dominare», a quella cul­tura, cioè, in cui l’obbligazione politica si costruiva sulla protezione assicurata dal castello signorile e sugli obblighi che ne derivavano per i confugientes. Quanto poi queste pratiche condizionassero i sentimen­ti di appartenenza, favorendo solidarietà verticali (signorili) a dispetto di aggregazioni orizzontali (comunitarie), è cosa che nelle fonti traspare con chiarezza, in qualche caso fin dalla selezione degli stessi linguaggi identitari. Valga ad esempio la vicenda – su cui ci si è soffermati a lungo nel testo, per la ricchezza degli spunti offerti – di quel­l’abi­­­tante della villa dei Castelli, nelle terre matildiche, trascinato davan­ti alla curia urbana per un fatto di sangue. Per sfuggire al­l’in­qui­si­zio­­ne del podestà di Reggio il reo si affrettò naturalmente a eccepire sulla competenza del foro cittadino, ma non attraverso la rivendicazione della separazione giurisdizionale della villa dei Castelli dalla città, – passo, questo, che avverrà solo successivamente – bensì procla­mandosi in prima battuta «homo Gabriotti de Canossa», con un’e­spres­­­sione che attingeva non al lessico del­l’appartenenza comunitaria, ma a quello della soggezione personale.

La debolezza delle identità collettive si coglie poi ancora meglio nel­­le vicende di quelle comunità divise fra più ambiti giurisdizionali: co­me si è già ricordato, poteva capitare che la comunità, pur conservando l’unità insediativa, risultasse spezzata politicamente, divisa fra coloro che obbedivano a un dominus, nel cui castello erano soliti trovare protezione e di cui si dichiaravano oboedientes, e coloro che invece, per convenienza o per timore, decidevano di confugere presso il castrum di un altro signore, rescindendo i vincoli pregressi e costruen­­do in tal modo un nuovo legame di fedeltà.

Non era compito di questa ricerca seguire oltre la vicenda delle iden­­­tità comunitarie, di cui si è cercato semplicemente di richiamare la de­­bole strutturazione in relazione ai poteri signorili; per cogliere qualche segno di mutamento, sarà però sufficiente gettare lo sguardo appe­na oltre il periodo considerato, quando il collasso della potenza viscon­tea, l’avanzata estense fino a Parma e la cristallizzazione degli assetti po­litici in un nuovo e più stabile ordine regionale, finirono col limitare fortemente le oscillazioni di quelle forze signorili che erano soliti porsi sotto la tutela del miglior offerente. Ne uscirono così in parte ridimensionati sia il ruolo locale dei domini (indebolito, anche se non cancellato), sia la capacità di questi ultimi di mediare fra i rustici e il Principe: il cir­colo, in cui violenza e potere signorile si alimentavano vicendevolmen­te, trovando copertura nella più ampia competizione fra stati regio­nali, era spezzato. Per il potere signorile sembra essere allora comin­ciata una stagione di profonda trasformazione, cui corrispose l’emer­­sione di più forti identità comunitarie, come rivela il tenore dei capitoli stipulati dalle comunità con l’Estense, e come testimonia anche una fioritura statutaria senza precedenti  tra le comunità del contado.[11]

Già da questi brevi cenni risulta evidente come, la crisi del potere signorile nel Reggiano sia fenomeno posteriore rispetto alla dominazione milanese. Se dunque si volesse tracciare un bilancio di trent’anni di reggimento visconteo, si dovrebbe constatare non solo il permanere di ampie sacche totalmente esenti, ma anche la vitalità dei dominatus più piccoli, che se pure avevano dovuto rinunciare al­l’esercizio del mero e del misto imperio, sopravvissero però indenni alla parentesi di governo milanese, giacché non uno scomparve, fagocitato dallo Stato visconteo. Tanta longevità, come si è detto, trova probabilmente una spiegazione nella storia politica del Reggiano, in quel carattere di terra di confine che ne segnò la fisionomia per tutto il Trecento, alimentando un clima di cronica conflittualità. La conquista viscontea di Reggio non modificò questo scenario: spinse semmai verso una più netta polarizzazione degli schieramenti, dividendo la trama delle alleanze in un sistema dicotomico che faceva capo alle corti ferrarese e milanese. L’asce­sa di Gian Galeazzo, la serie dei suoi successi militari e le voci sempre più insistenti intorno alle sue mire regali portarono in breve ad un allargamento della compagine dei fautori del Visconti, tanto che alla sua morte solo pochi irriducibili (i Roberti e i Boiardo) erano rimasti sul fronte estense. Ma nonostante la crescita del peso politico dei signori di Milano, la loro condotta verso i lignaggi signorili fu sem­pre improntata a grande cautela. Non solo non ci furono significative azioni di for­za contro le castellanie del contado, ma la stessa veste data alle coordinazioni politiche, con la larga diffusione del trattato di aderenza e con la totale assenza di legami vassallatici, sembra riflettere la capacità negoziale dei nuclei di potere signorile, poco propensi ad accettare rapporti considerati troppo stringenti (il feudo) ed inclini, semmai, a siglare accordi che nei contenuti come nella durata presentassero tratti di maggior flessibilità (l’aderenza). E forse proprio in questo sta il paradosso del feudo in area reggiana: è il grande assente nei legami fra centro e periferia, fra il Visconti e le signorie del contado, ma raccorda localmente ampi settori della società, costituendo anzi uno dei più efficaci collanti della solidarietà dominus/homines[12].

Malgrado i tratti della politica viscontea possano essere ricostruiti, sia pure di riflesso, seguendo le vicende della civitas e delle signorie del contado, non si è ritenuto inutile dedicare al governo dei Visconti una sezione del libro, in cui riannodare i fili sparsi del discorso e in cui seguire altre suggestioni.

Nei trentatré anni di governo milanese a Reggio si succedettero i reggimenti di Bernabò e Regina della Scala (1371-1385), di Gian Galeazzo (1385-1402) e di Giovanni Maria (1402-1404), il giovanissimo principe cui toccò assistere impotente allo sfaldamento della costruzione politica paterna. Un arco temporale non lungo, ma sufficiente per abbozzare qualche osservazione sulla prassi di governo viscontea. Toccò a Bernabò disegnare la fisionomia istituzionale del distretto, impiantandovi quella rete di castellanie e offici (capeggiata dalla triade podestà/ca­pi­tano/referendario) che appare come il tratto distintivo di tutte le città viscontee. Funzioni e competenze di queste magistrature sono state in parte tratteggiate dalle ricerche del Grimaldi, né è valso di ritornarvi, se non per sottolineare la sostanziale continuità con la prassi e con gli strumenti di governo del conte di Virtù. L’apparato istituzionale predispo­sto da Bernabò venne, infatti, conservato dal successore senza stravolgimenti: semmai alcuni interventi danno il senso non di una rottura, ma di una decisa accelerazione verso la costruzione di un apparato di governo più marcatamente accentrato e burocratico. Sono le ben note riforme finanziarie di Gian Galeazzo – con la creazione della Magistratura delle entrate e l’erosione della residua autonomia gestionale del Comune –, cui si possono aggiungere, in ambito locale, provvedimenti che sembrano apertamente muovere verso l’affermazione di un’officialità dai tratti più nettamente burocratici. Non più un figlio (e nemmeno un pa­rente) del dominus come suo referente locale – e tale era stato per oltre un decennio Ambrogio Visconti, figlio naturale di Bernabò e capitano a Reggio – ma officiali che ruotano con cadenza regolare: situazioni come quella di Berardo Maggi, podestà nominato da Bernabò e rimasto in carica per oltre una dozzina d’anni, sono estranee alla prassi di governo del primo duca di Milano

Eppure, al di là delle geometrie istituzionali e degli assetti territoriali, è qualcosa di più profondo ad accomunare la politica di Bernabò e di Gian Galeazzo, qualcosa che rimanda alla natura stessa del rapporto principe/città. Quel legame preferenziale fra il dominus e la comunità cittadina che è stato spesso evocato per altri contesti territoriali (e forse anche per altre epoche) e in cui si è vista la cifra stessa della costruzione politica visconteo sforzesca, non sembra trovare alcun riscontro per il Reggiano: né al tempo di Bernabò, né a quello di Gian Galeazzo. E non certo perché siano mancati provvedimenti in favore della civitas: misure anche di grande significato (come quelle tese a favorire il rilancio del lanificio cittadino) furono anzi varate proprio dai Visconti. Quando però se ne misuri non solo il costo economico, ma anche quello politico, allora la valutazione si fa differente. Inclini ad accogliere le petizioni urbane quando queste non sovvertivano i de­licati equilibri locali, i signori di Milano si facevano improvvisamen­te rigidi quando il tenore dei capitoli chiamava in causa i diritti (veri o presunti) dei signori del contado, dei potenti corpi territoriali. Vaso di coccio fra vasi di ferro, la comunità cittadina non aveva la forza negoziale per competere con i dominatus del contado, al cui favore i Visconti non esitavano a sacrificare le ambizioni urbane. Se dunque un re­ferente del principe si volesse individuare, non in città, ma nel contado bisognerebbe volgere lo sguardo, tra quelle parentele nobiliari cui i Visconti accordarono la propria benevolenza, nella consapevolezza che la costruzione dello Stato passava anche (e, in certe aree, soprattutto) attraverso il raccordo con i principali poli di organizzazione politica sul territorio.

Proseguendo nel­l’indagine sui caratteri dello Stato visconteo, sul­le sue dinamiche costitutive si è poi cercato di indagare il processo attra­verso cui il potere del dominus cercò di legittimarsi, soprattutto sul piano del consenso. L’obiettivo non era semplicemente quello di appro­fondire la conoscenza delle forme della propaganda politica, secondo un consolidato cliché storiografico, bensì quello di valutare in che misura la genesi dello Stato regionale si accompagnò a una ridefinizione delle identità politiche dei corpi territoriali: in che misura, cioè, lo sviluppo e la crescita di un aggregato politico di matrice statuale fosse in grado di plasmare i sentimenti di appartenenza di coloro su cui si esplicava.[13] E forse proprio su questo terreno è emersa la distan­za fra Bernabò e Gian Galeazzo, la diversità di strategie, ma anche di progettualità.

Nella vicenda di Bernabò il tentativo di rafforzare il legame coi sud­diti, lo sforzo per accrescerne l’identificazione col reggimento visconteo passò principalmente attraverso un uso esasperato della risorsa simbolica della giustizia. Forse per dare copertura a un potere che le censure pontificie e la revoca del vicariato imperiale avevano reso giuridicamente meno saldo, certamente con l’intento di legittimare un pro­getto politico ispirato a un disegno protoassolutistico, Bernabò cercò di allargare il consenso costruendo l’immagine di executor iustitiae, attingendo cioè a una risorsa simbolica tutt’altro che nuova, anche se ora presentata con un’enfasi che non ha precedenti nella tradizione viscontea. La giustizia di Bernabò – che le fonti presentano come severa, feroce, sensibile alle istanze dei più poveri – doveva coprire, infatti, il nuovo linguaggio politico del dominus, ispirato al­l’arbitrium più ampio. «Facemus et desfacemus decreta prout nobis placuerit» ebbe a teorizzare Bernabò proprio coi suoi sudditi reggiani. E in una sorta di circolo autoreferenziale, proprio questo ampio arbitrium sembra a sua volta fondare un’idea di giustizia i cui elementi di novità non risiedono semplicemente nella ferocia e nella puntualità delle pene. Le cronache coeve, le fonti iconografiche, quelle documentarie, perfino la novellistica fiorita sul personaggio, sembrano infatti coralmente avvalorare la tesi non solo di un uso più consapevolmente ricercato della giustizia, ma di una diversa idea di giustizia. È un’originalità che si co­glie assai bene per contrasto, comparando, cioè, la prassi di Bernabò con quella che proprio negli stessi anni caratterizzava i domini del fra­tello Galeazzo II: e se questi sembra essere stato portatore di un’idea di giustizia ancora di tipo legalista, ancorata al rispetto di norme, consuetudini e statuti, della cui osservanza, anzi, il Visconti si poneva come garante, Bernabò rivendicò invece per sé l’arbitrium più ampio.

Occorrerà, però, a questo punto distinguere: perché se nuovo è il linguaggio politico di Bernabò, assai più vecchi e convenzionali sono gli strumenti di legittimazione e di ricerca del consenso adottati. Sulla scorta di formule antiche, Bernabò agisce infatti esclusivamente sul­l’identità del dominus, sulla sua rappresentazione, sulla sua immagine. L’iden­ti­tà politica dei sudditi è allora solo un riflesso di quella signorile, dal momento che nel suo senso di giustizia si specchiano, di quella identità partecipano, senza però smarrire la propria; più semplicemente la affiancano ad una nuova, invero assai più debole.

Ben diversa, invece, è la strategia di Gian Galeazzo, che molte energie profuse per favorire nei sudditi la costruzione di una vera e propria identità viscontea, con cui scolorare le più sentite appartenenze municipali. Certo anche il conte di Virtù conosceva l’importanza del­la propaganda: e si deve proprio a Gian Galeazzo l’avere corrobora­to ideologicamente il ghibellinismo milanese, rifondandolo sugli ideali della pace e del­l’ordine. Ma allo stesso tempo il primo duca di Milano si adoperò fattivamente per modificare la gerarchia delle appartenenze degli abitanti delle sue terre. Mossero in questa direzione – anche se con risultati non al­l’altezza delle aspettative – sia alcuni prov­vedimenti legislativi che miravano a sciogliere la dimensione del privilegio su un piano più vasto di quello municipale, ora finalmente statale,[14] sia il tentativo di eliminare la mediazione delle istituzioni comunali in alcuni momenti chiave del processo costituzionale, così da creare un più diretto rapporto fra governati e governati. Veramente eccezionale, per il suo significato politico, è apparso il giuramento di fedeltà richiesto nel 1385 dal Visconti a tutti gli abitanti delle sue terre. Per la prima volta il principe non si accontentò del­l’impegno giurato dei sindaci del Comune, ma richiese quello individuale degli abitanti delle città come del contado: era forse il più forte tentativo operato fino ad allora dai Visconti per trasformare cives e comitatini in subditi.

Nel chiudere la ricerca sento il bisogno di ringraziare alcune persone: Giorgio Chittolini, innanzitutto. Leonardo Altiero, Nadia Covini, Massimo Della Misericordia, Marco Gentile, Alberto Maurizi, Enrico Raveda. E poi, ancora, suggerimenti e indicazioni mi sono venuti da Mario Ascheri, Claudia Storti Storchi, Gigliola Soldi Rondinini, Gian Maria Varanini e da tutto il Collegio del Dottorato di Storia Medievale del­l’Università di Milano.

Un ringraziamento anche al Direttore e al Personale del­l’Archivio di Stato di Reggio Emilia, alla Soprintendenza archivistica dell’Emilia e alla famiglia Rangoni Machiavelli, che con grande disponibilità ha reso accessibile il suo archivio.

L’ultimo pensiero è per mio padre.


Note

[1]. Si vedano ad esempio le considerazioni di Della Misericordia, La Lombardia composita, p. 645. Una costante attenzione per il Trecento è negli studi di Patrizia Mainoni. Cfr. infra.

[2]. Sul tema è recentemente tornato Somaini, Processi costitutivi.

[3]. Per la ricostruzione delle vicende del­l’Archivio visconteo (dalla sua formazione alla sua distruzione) cfr. Natale, Per la storia del­l’archivio visconteo signorile.

[4]. Salzer, Über die Anfänge der Signorie; Anzilotti, Per la storia delle Signorie; Ercole, Dal Comune al Principato. E, ancora, si pensi ai contributi di Luigi Simeoni, di Carlo Cipolla, ecc.

[5]. Grimaldi, La Signoria di Barnabò. «Alla fine del governo di Barnabò i liberi feudatari del distretto sono già tutti trasformati in vassalli ossequiosi, hanno perduto molti privilegi politici, pur conservandone tantissimi di natura giuridica e economica: di fronte ad essi lo Stato ha già acquistato un significato oggettivo più vasto, che si sovrappone e in parte supera la dignità stessa dovuta al signore. La Signoria andava aprendo la via al Principato, che fonderà insieme i caratteri migliori della tirannia e del reggimento municipale, preparando la via alla concezione dello Stato moderno, dopo di avere operato la necessaria fusione tra i due vecchi elementi, il latino e il germanico». Citazione da p. 132. Temi e interpretazioni riproposti in Grimaldi, Di alcuni feudatari reggiani e rintracciabili già nell’opera di Pio Carlo Falletti, il «venerato maestro» cui Grimaldi dedicò la propria monografia. Sul Falletti cfr. Montecchi, Sull’insegnamento della storia.

[6]. Il dibattito si è molto arricchito nel corso degli anni: per lo status questionis basti qui citare gli atti del convegno Origini dello stato, il saggio di Petralia, «Stato» e «moderno», nonché i diversi contributi intorno al tema Stato e società locale: una discussione, in «Società e Storia», 67 (1995). Più recentemente la messa a punto in Lo Stato territoriale fiorentino. Ma si veda almeno Grendi, Il Cervo, come esempio di microstoria. Sulle suggestioni e i problemi legati al­l’adozione di una particolare scala di analisi si rimanda ai saggi raccolti nel volume Jeux d’échelles. Sulla local history inglese, peraltro assai poco seguita in Italia, cfr. Grendi, Storia di una storia locale; Hoskins, Local History in England. Intorno al dibattito fra olismo e riduzionismo, cfr. Sparti, Epistemologia, pp. 258-263.

[7]. Grimaldi, La Signoria di Barnabò.

[8]. Del resto, come osserva Grossi, la vigenza di «un diritto senza Stato» è caratteristica del­l’esperienza giuridica medievale. Grossi, Un diritto senza Stato.

[9]. Sulla posizione del contemporaneo Baldo si veda Marchetti, De iure finium, pp. 86 ss.

[10]. Per un più ampio inquadramento del tema cfr. Marchetti, I limiti della giurisdizione penale; Hespanha, L’espace politique dans l’Ancien régime, in particolare pp. 481 ss. Per un riscontro nell’esperienza politica bassomedievale si veda Bellabarba, La giustizia ai confini, pp. 9, 13-109.

[11]. Manca, ad oggi, un’analisi ad ampio raggio su questa produzione statutaria. Con riferimento a singole comunità cenni in Rombaldi, Carpineti nel medioevo, pp. 149 ss.; Idem, Matteo Maria Boiardo feudatario, pp. 451 ss.; Coluccio, La feudalità reggiana, passim; Folin, Rinascimento estense, p. 104.

[12] . L’unica infeudazione giurisdizionale di cui si conservi memoria riguarda i forti di Gombio e Rossena, concessi nel 1402 da Gian Galeazzo a Ottobuono, Giovanni e Jacopo Terzi, unitamente a un gran numero di altre terre e castelli ubicati però nel Parmense e nel Piacentino. Cfr. Affò, Istoria della città e ducato di Guastalla, I, pp. 379-387. Sempre nel Reggiano – e oggetto di una precedente infeudazione imperiale – i Terzi possedevano il castello di Nigone. Intorno alla vertenza apertasi coi Della Palude per il controllo delle ville circostanti, cfr. infra, pp. 113. Più in generale, sulla politica dei Terzi in quegli anni, Gentile, Terra e poteri, pp. 99 ss. Anche Greci, Parma medievale, pp. 202 ss.

[13]. Sulla «dinamica fra potere e consenso», intesa come scaturigine delle identità collettive, si vedano le considerazioni generali di Prodi, Evoluzione e metamorfosi delle identità collettive. Per la Serenissima cfr. Viggiano, Governanti e governati.

[14]. Per un’analisi più dettagliata si rimanda a Gamberini, La forza della comunità.

©   2000
Reti Medievali

UP