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IV - 2003 / 1 - gennaio-giugno

Saggi


Andrea Castagnetti

Dai da Ganaceto (Modena) ai da Calaone (Padova) fra conti veronesi, Canossa ed Estensi

Indice | Testo | Note | Cartina

©  Andrea Castagnetti per "Reti Medievali"


Indice

1. Il Veneto meridionale nell’alto medioevo

2. I coniugi Ugo da Ganaceto e Imilda (1000)

3. La donazione di Cono (da Ganaceto) al monastero di S. Pietro di Modena (1027)

4. La contiguità dei possessi dei Canossa in Ganaceto e la prossimità di quelli in Trecenta
4.1. Beni dei Canossa in Ganaceto (1038)
4.2. L’espansione lungo il corso del Po
4.3. Beni in Trecenta e nella Traspadania ferrarese

5. I conti di Verona
5.1. Imilda e i conti di Verona fra X e XI secolo
5.2. Conti di Verona, da Ganaceto e Canossa

6. I conti veronesi e la via dell’Adige
6.1. Castello e curtis di Trecenta
6.2. I beni di Imilda e la curia di Concadalbero
6.3. Verona, Venezia e Padova e la via dell’Adige

7. Dai da Calaone ai da Ganaceto: i beni in Candiana, la chiesa di S. Michele e la fondazione del monastero
7.1. I beni in Candiana e la chiesa di S. Michele
7.2. Candiana e la curia di Concadalbero
7.3. Dai da Calaone ai da Ganaceto
7.4. La fondazione del monastero di S. Michele in Candiana

8. I marchesi estensi e la presumibile investitura del castello di Calaone ai da Ganaceto
8.1. Adalberto Azzo II e i duchi Guelfi di Baviera
8.2. Le giurisdizioni estensi (1077) e i castelli di Baone e di Calaone
8.3. Beni dei da Calaone ai da Baone, al monastero di Pomposa e agli Estensi

9. Marchesi estensi e Cono da Calaone nel periodo della Lotta delle investiture
9.1. I marchesi estensi fra il partito riformatore e l’Impero
9.2. Cono da Calaone (1079-1104)

10. I beni già di Cono da Calaone nella Traspadania ferrarese, la contessa Matilde, il capitaneus Nordillo e il vescovo Landolfo (1109)

11. L’abbandono dei possessi dei da Ganaceto nei processi di formazione della signoria vescovile nella Traspadania (secolo XII) e di affermazione del comune ferrarese


Testo

 


1. Il Veneto meridionale nell’alto medioevo

Sui rapporti fra i da Ganaceto, che derivano la connotazione signorile da un castello presso Modena, e i da Calaone, che la derivano da un castello presso Este, ho avuto modo di soffermarmi, oltre due decenni or sono, nell’ambito di uno studio sull’organizzazione del territorio rurale fra Langobardia e Romania, provando la discendenza dei secondi dai primi [1]. Un documento del Mille, edito in seguito [2], e alcuni miei studi posteriori mi inducono a ritornare sul tema, ponendo in luce i rapporti parentali dei primi da Ganaceto con la famiglia dei conti di Verona, rivedendo anche i loro rapporti con Canossa ed Estensi; integrando, quindi, e correggendo alcuni aspetti, soprattutto relativi alle vicende dei patrimoni delle due famiglie nella Traspadania ferrarese, particolarmente in Trecenta, e nella bassa pianura padovana e veronese.

Procediamo, anzitutto, a delineare la cornice territoriale, fornendo pochi cenni sulla situazione del Veneto meridionale nell’alto medioevo.

L’odierna regione del Veneto meridionale, percorsa dai fiumi Bacchiglione, Adige e Tartaro, non ancora dal Po, che dopo Ficarolo piegava a sud-est, poiché non era ancora attivo il ramo di Venezia [3], dopo avere subito un lungo periodo di abbandono nell’età altomedievale, per essere stata zona di confine fra Longobardi e Bizantini, era tornata ad assumere con l’età carolingia un ruolo vieppiù rilevante per il sistema delle vie di comunicazione e di commercio fra la pianura padana e il mare Adriatico, ruolo testimoniato dalla formazione di un comitato afferente a Gavello, che per breve periodo fu anche sede di una chiesa vescovile [4].

Fra IX e X secolo il comitato di Gavello con quello, probabilmente, di Monselice venne affidato ai marchesi Almerico I e Almerico II: il secondo Almerico scomparve nel sesto decennio del secolo, dopo avere fondato sulla destra dell’Adige, nel castello di “Adige maggiore”, la chiesa di S. Maria di Vangadizza, divenuta poi monastero [5], dal quale derivò il nome della località: Abbadia di Vangadizza, l’odierna Badia Polesine.

Nella seconda metà del secolo il predominio nella zona e la disponibilità del monastero di Vangadizza furono dei marchesi di Toscana, in particolare di Ugo il Grande [6]; poi dei marchesi obertenghi, nel ramo più tardi noto come marchesi d’Este [7]; a loro era passato anche il governo [8] di quel che rimaneva dell’antico comitato di Monselice, ora declassato a iudiciaria, dopo la formazione mezzo secolo prima del comitato di Padova [9], come mostra un placito presieduto nel 1013 dai marchesi obertenghi Alberto Azzo I e Ugo in Monselice [10].

La zona a sud del Tartaro fino al Po fu colonizzata negli ultimi secoli del primo millennio, per impulso ravennate e ferrarese. L’assetto ne fu sconvolto alla metà del secolo XII in seguito alla rotta di Ficarolo che determinò lo spostamento del Po da sud-est, verso Ferrara, ad est, dando origine all’odierno Po di Venezia, il cui corso, dirigendosi dopo Ficarolo verso est e verso l’Adriatico e scorrendo grosso modo parallelo ai corsi dell’Adige e del Tartaro, divenne un’arteria importante di comunicazione e di commercio [11]. Assai attive nella zona, anche con un’attività colonizzatrice, erano, già dal secolo X, le chiese ravennate, ferrarese e adriese [12]. L’elemento di maggiore dinamismo politico divennero poi i marchesi di Canossa, che dall’inizio del secolo XI erano stati investiti con Tedaldo del comitato di Ferrara [13] e che nel secondo decennio del secolo già possedevano nella Traspadania ferrarese [14].

 

2. I coniugi Ugo da Ganaceto e Imilda (1000)

Ancor prima dell’attestazione dei possessi dei Canossa nella Traspadania ferrarese, sono documentati quelli di una famiglia modenese, designata con la connotazione signorile da Ganaceto.

Il primo noto del gruppo parentale è un Eriardo, figlio del fu Egenolfo da Ganaceto, già defunto prima del Mille quando viene menzionato in un placito di quell’anno per essere stato investito in precedenza dal vescovo parmense di beni in livello: una curtis in Lama presso Ganaceto, dotata di terre dominiche e massaricie, e un oratorio di S. Zeno in Lama, beni poi restituiti [15].

Un secondo documento del Mille, edito recentemente [16], mostra Ugo figlio di Bonserado da Ganaceto, vivente secondo la legge alamanna, e la moglie Imilda, figlia del defunto Elrico, “che fu conte del comitato veronese”, già vivente secondo la legge salica ed ora secondo la legge alamanna del marito [17], vendere per una quantità di argento del valore di lire tremila al prete Azzo, abitante nel castello di Ganaceto, beni situati in tre comitati: nel comitato modenese, la terza parte del castello di Ganaceto, della cappella di S. Giorgio e della curtis di Ganaceto, costituita da terre dominiche e massaricie [18]; una medesima porzione del castello di Fara – il secondo nome, come appresso constatiamo, del castello di Fredo –, presso il fiume Secchia, con la cappella dei Ss. Nereo, Achille e Pancrazio, e la curtis, con terre dominiche e massaricie, mulini, coltivatori di varia condizione giuridica; nel comitato ferrarese, la terza parte del castello di Trecenta con la cappella di S. Stefano ed una curtis pertinente, con terre dominiche e massaricie, peschiere ecc.; nel comitato veronese, le curtes integre di Insula Brisciana e di Soave, con terre dominiche e massaricie, coloni.

Si tratta di un complesso di beni cospicuo, proveniente da due patrimoni familiari, consistente in cinque curtes, due intere e tre parziali con castello, distribuite in tre comitati: porzioni di due curtes – Ganaceto e Fara/Fredo – con castelli, cappelle e beni terrieri, mulini, coltivatori; una porzione di una terza curtis in Trecenta, con castello e beni; due curtes nel comitato veronese, di cui una, quella di Soave, certamente rilevante, se non altro per l’importanza del villaggio e poi castello, dal cui nome la curtis traeva il proprio, segno che ivi si trovava il centro domocoltile.

Il numero delle curtes e dei castelli, la loro dislocazione, la consistenza fondiaria dei beni annessi, la loro natura ed altro possono rendere ragione dell’alto prezzo stimato per la vendita, perplessità che può essere attenuata dalla considerazione che la vendita potrebbe essere stata fittizia – desta sospetto la cifra tonda del prezzo – o che il prete potrebbe avere svolto una funzione di intermediario, come accadeva sovente [19].

La somma di tremila lire trova pochi riscontri in documenti coevi: limitandoci a citare alcuni documenti sparsi, ricordiamo a solo titolo esemplificativo, per territori non troppo lontani, le vendite effettuate nel 975 dal conte Attone di Lecco: dapprima vende ad un prete della chiesa milanese per il prezzo di cinquecento lire una curtis con castello e cappella in Palasone, nel Parmense [20]; pochi giorni dopo, vende a un secondo prete Giovanni del vicus Sorolasco per oltre mille lire – 1050 o 1500: il testo è guasto – per due porzioni di due curtes, situate a Lecco e ad Almeno [21]. Ma proprio questo secondo atto di vendita è seguito, due giorni appresso, da un altro atto, con il quale il prete acquirente rimise in usufrutto i beni al venditore [22]. Anche la contessa Richilde, moglie poco dopo del marchese Bonifacio di Canossa, compie nel 1010 un acquisto di numerose curtes vendute da un prete per duemila lire [23].

Altra grossa somma e operazione complessa si notano in tre atti compiuti nel 1025 dai coniugi Ilderado detto Angi di Comazzo e Rolinda del fu Lanfranco conte – di Bergamo –, concernente la vendita a un prete per mille lire di metà del castello di Codogno, con cappella e terre, e poi subito da questo retrocesso [24].

Immediato appare negli atti di transazione economica ora considerati – quelli del conte Atto, della contessa Richilde e dei due coniugi, come in quello di Ugo e Imilda –, il ruolo decisivo svolto dai preti, secondo quanto è stato da tempo segnalato dal Violante [25].

 

3. La donazione di Cono (da Ganaceto) al monastero di S. Pietro di Modena (1027)

Con un atto del 1027, rogato in Trecenta [26], che non è chiaramente il suo luogo di residenza o di provenienza, Cono, figlio di Ichenolfo, che vive secondo la legge alamanna [27], dona, per l’anima sua e della moglie Mainilda, beni numerosi al monastero modenese di S. Pietro [28]. A segnalare la sua posizione ragguardevole, stanno quattro testimoni alamanni; ad indicare la sua area di provenienza altri tre, uno abitante nella località Muclena, non identificata, da porsi certamente nei pressi del fiume omonimo [29], un altro in Ganaceto, il terzo in Modena. L’atto è rogato dal notaio Tanfredo, che negli anni 1019-1056 roga per l’episcopio modenese documenti numerosi in città e nel territorio [30].

I beni donati da Cono al monastero di S. Pietro sono costituiti da massaricie ovvero poderi contadini e terreni situati in varie località, senza riferimento all’ubicazione nei comitati: una massaricia in Minerbe, nella bassa pianura veronese, sulla sinistra dell’Adige [31]; quaranta iugeri di terra in Candiana con una porzione della chiesa di S. Michele, di cui torneremo a trattare; beni imprecisati, res, in Trecenta e in Figarolo, probabilmente Ficarolo, a sud di Trecenta, sul Po, luoghi entrambi nella pieve di S. Giorgio – si tratta di S. Giorgio in Lavino, la cui sede sarà nel secolo seguente spostata in Trecenta [32] –; altri beni in Trecenta acquistati da due coniugi: beni questi situati nella Traspadania ferrarese, nella zona settentrionale estrema della Romania, ed ubicati mediante il riferimento ad una circoscrizione plebana [33]; sono, infine, donati un terreno con case di quattro tavole nel castrum di Fredo detto Fara, una porzione di un mulino sul fiume Secchia e altre res indeterminate facenti parte della curtis di Fredo, eccettuate due massaricie e una terra, detenute da altre persone, e una silva Piscariola, trattenuta dal donatore: la curtis in Fredo era costituita, dunque, da un numero imprecisato di massaricie [34].

I rapporti tra Ugo da Ganaceto del documento del Mille e questo Cono sono provati dalla dislocazione dei beni oggetto dei due negozi giuridici: porzioni del castello di Fredo, che solo in questi due atti viene designato con il nome di Fara – nel primo semplicemente come Fara, nel secondo come Fredo detto Fara –, e, fra le sue pertinenze, mulini sul fiume Secchia; ancora, i possessi in Trecenta, i soli reperiti, per quanto ci consta, nella documentazione modenese edita. Conferma ulteriore proviene dalla comune professione di legge alamanna.

Nel contempo, il fatto che Cono doni beni in Fredo e in Trecenta indica che una porzione di beni era rimasta nella disponibilità di Cono, nonostante la vendita nel Mille delle porzioni di Ugo e Imilda, ammesso che fosse stata una cessione effettiva. Le due cessioni, di Ugo e di Cono, non avevano, del resto, esaurito i beni a disposizione della famiglia, poiché ancora all’inizio del Duecento un da Ganaceto di nome Duca possedeva beni in Trecenta, che egli cedette prima del 1206 alla chiesa vescovile ferrarese [35].

 

4. La contiguità dei possessi dei Canossa in Ganaceto e la prossimità di quelli in Trecenta

4.1. Beni dei Canossa in Ganaceto (1038)

Nel 1038 il marchese Bonifacio donò tre curtes all’episcopio modenese [36], ricevendole subito, accresciute di altre curtes, in precaria e in enfiteusi a terza generazione [37]. Una delle curtes donate, quella di Ganaceto, non era integra, consistendo in una porzione della curtis, del castello e della cappella di S. Giorgio; ad essa era aggregata una porzione del castello di Fredo con la corrispondente porzione della cappella di S. Pancrazio [38]. Porzioni di castelli e di cappelle raggiungono la superficie di tavole 100, mentre le terre ‘fuori’ dei castelli assommano in tutto a 360 iugeri.

Se confrontiamo i beni ceduti e riavuti dal marchese Bonifacio nel 1038 e i beni venduti al prete Azzo dai coniugi da Ganaceto in Ganaceto e Fara nel Mille [39], constatiamo che i beni o meglio le porzioni di beni avevano la medesima denominazione, ma non siamo in grado di affermare che si tratti delle medesime porzioni. Se tali fossero state, potremmo supporre che i beni ceduti dai da Ganaceto al prete Azzo fossero poi passati in proprietà ai Canossa e quindi al marchese Bonifacio, svolgendo il prete nei fatti il ruolo di intermediario, secondo una pratica diffusa nel tempo [40], mentre una porzione del castello di Fredo, di sole quattro tavole, era rimasta nella famiglia dei da Ganaceto, ceduta, come abbiamo testé mostrato, nel 1027 da Cono al monastero di S. Pietro.

4.2. L’espansione lungo il corso del Po

I Canossa, che dall’inizio del secolo erano stati investiti con Tedaldo del comitato di Ferrara [41], avevano già proceduto nella zona traspadana ferrarese ad acquisizioni patrimoniali, terre e, soprattutto, castelli, secondo una consuetudine consolidata di rafforzare con diritti signorili le basi di potere nei territori affidati al loro governo, pratica che era già stata dell’avo Adalberto Atto, il fondatore delle fortune della famiglia [42], continuata particolarmente dal marchese Bonifacio, come ha rilevato la Bertolini [43] e ribadito il Fumagalli [44].

Obiettivo di Bonifacio dovette essere quello di mantenere saldo ed ampliare quel dominio, già tanto esteso, pur se non compatto, e detenuto a titolo pubblico, allodiale, beneficiario, livellario, costituito da possessi dislocati principalmente nei comitati dei quali era titolare: Mantova, Reggio, Modena e Ferrara; in questi comitati, come in quelli contermini di Brescia, Cremona, Parma e Verona, i Canossa perseguirono con tenacia l’acquisto, a vario titolo, di proprietà e giurisdizioni. Mezzo e fine nello stesso tempo di siffatta attività fu il controllo delle principali vie d’acqua della pianura padana centro-orientale, che attraversavano in tanta parte i loro domìni e ne costituivano per così dire l’ossatura portante.

Essi controllavano attraverso una serie di possessi, spesso con castelli, il corso inferiore della principale arteria fluviale, il Po: sulla destra disponevano di Revere [45]; sulla sinistra, di Ostiglia, occupato con la forza dal marchese Bonifacio [46], concesso poi in feudo ai vassalli da Baggiovara [47]; di Ficarolo [48] e dei domìni in Trecenta e nelle località vicine, sul Tartaro, essenziale per le comunicazioni fra i loro possedimenti; infine, non dimentichiamo che detenevano la giurisdizione comitale su Ferrara [49].

Nella regione superiore al Po, ad iniziare dalla pianura veronese [50], i Canossa possedevano il castello di Angiari lungo il corso veronese dell’Adige [51] e disponevano del castello di Nogara, sul Tartaro [52]; il marchese Bonifacio acquisì nel 1042 il castello di Cerea [53], già del capitolo dei canonici veronesi, attraverso la mediazione di una famiglia cittadina [54], castello che dopo due decenni sarebbe stato concesso in feudo ai conti veronesi [55]. Vassalli dei Canossa furono, inoltre, i Gandolfingi, che erano signori del castello di Isola della Scala [56].

La via dell’Adige, nonostante i rapporti con la famiglia comitale dei San Bonifacio [57], rimase di fatto preclusa ai Canossa: l’episcopio non perdette il controllo dei due importanti castelli di Legnago e Porto, che costituivano una cerniera a controllo del fiume [58].

Il Tartaro era navigabile per gran parte del suo corso. I testimoni ad un processo del 1151, concernente i diritti del monastero di S. Zeno di Verona su Ostiglia [59], a questo contesi dall’episcopio ferrarese, fanno intendere che era possibile navigare sul Tartaro da Nogara, nella pianura veronese, fino a Maneggio, l’odierna Castelguglielmo, oltre Trecenta.

Per facilitare la comunicazione fra Po e Tartaro nella prima metà del secolo XI il marchese Bonifacio diede inizio ad un’opera certamente imponente per quel tempo: intraprese lo scavo di una fossa navigabile che da Ostiglia giungeva al Tartaro presso Pons Marmoreus, ubicabile presso l’odierna Ponte Molino, chiamandovi a lavorare molti abitanti dei luoghi vicini ed anche più lontani, a lui non soggetti, come Legnago. Le testimonianze rese al succitato processo sono tutte concordi nell’attribuire al marchese l’iniziativa e il compimento dell’opera. Non fu forse una realizzazione completamente nuova. Fin dal secolo IX esisteva fra il Po ad Ostiglia ed il Tartaro una fossa, la fossa Olobia, che poneva in comunicazione i due fiumi [60]. La sua funzione dovette venire meno nel corso del secolo X, probabilmente perché nessuno fu più in grado di provvedere a lavori di tanto impegno, testimoniati invece per l’epoca precedente. Costituitasi con i Canossa una forte signoria su ampia parte della pianura padana, il canale antico venne riattivato o ne fu costruito uno nuovo, che era ancora pienamente in funzione nel secolo seguente. Lo testimoniano personaggi ragguardevoli, che deposero al processo, primo fra tutti il vescovo veronese Tebaldo, che ben mise in luce come la via normale di comunicazione da Verona al Po fosse costituita dal canale “del marchese Bonifacio” fra Tartaro e Po. All’ingresso del canale, ad Ostiglia, presso il castello, ai tempi di Matilde, quasi certamente anche prima, venivano riscossi sistematicamente i pedaggi; in seguito furono riscossi per il fisco regio da rappresentanti pubblici [61].

4.3. Beni in Trecenta e nella Traspadania ferrarese

I Canossa, ben prima del 1038, avevano possessi numerosi nella Traspadania. Una donazione del 1017 da parte dei coniugi Bonifacio e Richilde al monastero di S. Silvestro di Nonantola concerne ampie proprietà presso Trecenta [62], che essi mostrano di considerare il più importante centro demico della zona, come si deduce dall’utilizzazione di una tecnica ubicatoria propria della Langobardia [63]. La donazione comprende una terra in Archoada, della quale è detto che confina ad est con la terra arimannorum que vocatur Sadriani [64], Sariano, ora frazione di Trecenta, e con una terra denominata Publica de plebe S. Georgii, appartenente cioè o inserita nel territorio della pieve di S. Giorgio – si tratta della pieve di S. Giorgio in Lavino, come nel documento del 1027: anche qui l’apposizione non è specificata, ma è deducibile dal seguito del documento –; gli altri confini sono dati a nord dalla curtis di S. Martino di Zelo, ad ovest da una grande proprietà fondiaria appartenente alla Chiesa romana – massa Sancti Petri de Roma –, a sud con terreni spettanti o iscritti nella pieve di S. Maria Due Basilice, cioè di Massa. Nello stesso documento, un’altra terra in Auratica, ora Veratica, confina a nord, subto [65], con S. Giorgio in Lariano – la pieve di S. Giorgio in Lavino, dal momento che nella copia interpolata è scritto chiaramente Layno –; il terzo appezzamento confina sempre a nord con beni degli eredi del conte Guarino [66].

A sud Matilde di Canossa si impadronì del castello di Ficarolo [67], presso il quale ella fonderà la chiesa di S. Benedetto, donata all’omonimo monastero di Polirone [68]. In Ficarolo avevano beni famiglie ferraresi a lei legate: la moglie e il figlio di Sichelmo, fratello del vescovo Landolfo, vi eressero prima del 1112, su beni allodiali, la chiesa di S. Salvatore [69].

Nelle stesse località aveva beni la pieve di S. Giorgio di Ganaceto: la cappella castrense, che abbiamo già incontrato negli atti del 1000, di proprietà dei da Ganaceto [70], e del 1038 [71], quando era entrata a fare parte del patrimonio canossiano, in un tempo successivo imprecisato era stata eretta a canonica [72], certamente con il favore dei Canossa, poiché alla fine del secolo XI è testimoniata, per il Reggiano e ancor più per il Modenese, una loro politica per la diffusione della vita canonicale presso il clero delle pievi da loro a vario titolo controllate [73]. Secondo un privilegio pontificio del 1195 [74], la pieve possedeva, fra altri beni, la chiesa di S. Zeno di Lama, già dei da Ganaceto, e, soprattutto, beni terrieri numerosi, anche se non dettagliatamente specificati, in varie località della Traspadania ferrarese: Ficarolo, Sariano, Maneggio, l’odierna Castelguglielmo, Trecenta ed altre località limitrofe, non nominate. I beni, così lontani dalla chiesa e dal territorio modenese, non potevano provenire che dai Canossa e dai da Ganaceto, in rapporti frequenti con i primi, anche se non sussistono testimonianze di effettivi rapporti vassallatici [75].

 

5. I conti di Verona

5.1. Imilda e i conti di Verona fra X e XI secolo

Il documento del Mille [76] concernente Ugo da Ganaceto e Imilda, con la precisa identificazione familiare della seconda, pone subito in evidenza una condizione sociale e, quasi certamente, anche un ruolo politico, pur se ignoto, che i da Ganaceto avevano assunto, ancor prima della loro comparsa nella documentazione.

L’atto fornisce di Imilda informazioni dettagliate, non sempre consuete. Già la prima connotazione sulla professione di legge, che era ancora in uso per indicare l’appartenenza ad una tradizione etnico-giuridica di una popolazione transalpina, si presenta precisa nel distinguere fra la tradizione etnico-giuridica salica e quella alamanna, una distinzione che si avviava a scomparire [77] e che costituisce di per sé l’indice di una condizione tendenzialmente elevata, in quanto sottolineava un’ascendenza riconducibile ai gruppi di immigrati conquistatori, i cui discendenti, in età ottoniana, fra X e XI secolo, si trovavano, in genere, ancora in una posizione sociale e politica dominante, pur se non più esclusiva [78].

Ben più significativa è la seconda connotazione sulla paternità: non viene indicato un padre defunto titolare di un ufficio comitale – con un’espressione consueta, quale, ad esempio, «quondam Helrici comitis ...» –, ma un Elrico defunto «qui fuit comes comitatus Veronensis», un padre, dunque, che aveva rivestito l’ufficio di conte del comitato veronese, ma che ancora in vita aveva lasciato. Orbene, la precisazione è esatta: il conte aveva effettivamente lasciato l’ufficio, poiché ne era stato privato da Ottone I.

Il padre di Imilda, Egelrico – da cui l’Elrico del nostro atto –, fu conte di Verona dopo la scomparsa nel 955 dello zio Milone, un franco, vassallo regio, conte veronese e marchese [79], fino alla discesa di Ottone I nel 961: sostenitore attivo di Berengario II e del figlio Adalberto, fu destinatario di uno dei pochi privilegi emanati a nome del solo Adalberto [80]. La perdita dell’ufficio comitale, dovuta alla fedeltà dimostrata verso Berengario ed Adalberto, non comportò un eclissamento totale: nell’ottobre 970 Egelrico appare al seguito dell’imperatore [81]. Verso la fine del secolo un altro Egelrico (II), probabilmente figlio del primo, rivestì, in modo non continuativo, l’ufficio di conte di Verona, assumendo poi il titolo di marchese alla fine del decennio [82].

Nell’anno 1000, dunque, se di Imilda si voleva sottolineare la condizione sociale elevata, per impulso del marito o di lei stessa, la connotazione scelta era indubbiamente efficace, tenendo presente anche l’avvenuta riassunzione dell’ufficio comitale da parte del secondo Egelrico, che ora possiamo considerare fratello di Imilda [83]. Una parte dei beni ceduti, pur se non specificata, era certamente di Imilda, la quale sottolinea di avere per la vendita ricevuto il consenso del marito, consenso che questi conferma nella sottoscrizione.

Una prima individuazione di beni appartenenti a Imilda, quindi in origine alla sua famiglia, è suggerita dall’ubicazione delle due curtes di Insula Brisciana e Soave, situate nel comitato “nostro” veronese – «... ipsas cortes esse videbimus in infra comitatum nostrum Veronense" -, espressione assai eloquente dal momento che i precedenti comitati menzionati, modenese e ferrarese, non sono certo qualificati come “nostri”: un comitato, quello veronese, dunque, che Imilda sente come fosse ancora spettante alla propria famiglia, tanto più che in quegli anni a cavallo del Mille Egelrico II, suo presumibile fratello, riassunse con intermittenza l’ufficio di conte veronese, un indizio eloquente, in un documento privato, di una percezione dell’ufficio comitale come tendenzialmente già ‘dinastizzato’ [84], in un periodo, quello della dinastia sassone, in cui questo processo era solamente iniziato, poiché, nonostante si andassero consolidando le stirpi comitali che nella Marca Veronese sarebbero state politicamente attive fino all’età comunale ed oltre [85], gli imperatori potevano ancora applicare una politica di mobilità e rotazione degli uffici comitali, come mostra l’alternanza in Verona fra i conti della famiglia di Imilda e quelli noti come Gandolfingi [86].

Delle vicende di Soave [87] poco sappiamo, come poco sappiamo, in genere, delle vicende dei villaggi e dei castelli del comitato veronese che rimasero, in linea di principio, sotto il governo dei conti, come alcuni indizi suggeriscono [88], non essendo confluiti nella soggezione di un dominio signorile, detenuto su larga parte del territorio veronese dalla chiesa vescovile, dal capitolo dei canonici e dal monastero di S. Zeno, in misura molto minore da famiglie laiche [89].

Nel privilegio, sopra menzionato [90], del re Adalberto al conte Egelrico fra i molti luoghi ove sono confermati i beni, da nord ad est rispetto alla città, compare quello di Alto Suave. Con questa denominazione viene poi designato all’inizio del secolo XI il castello, in cui abita un Guglielmo di legge salica [91]. Poiché sul villaggio e sul castello di Soave non sono attestati diritti signorili di enti o famiglie, è probabile che essi siano rimasti nella giurisdizione comitale.

Di Insula Brisciana – l’Insula Brexiana dei documenti veronesi –, per la quale disponiamo solo di una assai scarsa documentazione di poco anteriore [92], si perdono le tracce: il nome Insula e la presenza di paludi fanno ritenere che essa fosse situata in una zona di bassa pianura.

5.2. Conti di Verona, da Ganaceto e Canossa

Prima di procedere oltre, segnaliamo che i rapporti tra la famiglia comitale veronese e quella dei da Ganaceto non si limitarono probabilmente al matrimonio fra Ugo ed Imilda, ma poterono avere come tramite comune le relazioni con i Canossa. Questi, come sappiamo, da tempo, soprattutto con l’azione del marchese Bonifacio, tendevano ad espandere la loro presenza o almeno la loro influenza nella regione veneta: non solo essi giunsero a detenere, per vie diverse, alcuni castelli rilevanti nella bassa pianura veronese – Nogara, Cerea, Angiari, Ostiglia – [93], ma inserirono nella propria orbita politica i conti veronesi, almeno a partire dagli anni Sessanta, quando concessero a loro in feudo il castello e la signoria di Cerea [94].

Anche per i da Ganaceto, per molti aspetti in relazione con i Canossa [95] – con i quali, del resto, condividevano porzioni dei medesimi beni: curtes, castelli e cappelle in Ganaceto e Fredo –, sono arguibili rapporti vassallatici di rango elevato, se consideriamo che nel secolo XII essi si fregiano della dignità capitaneale, una qualificazione che, come per altre famiglie modenesi, può essere fatta risalire all’ambiente ‘matildico’ [96].

Delle vicende dei possessi dei da Ganaceto in Trecenta – le porzioni del castello, della cappella di S. Stefano e della curtis – poco conosciamo, se non per assai scarsi elementi.

Una traccia è suggerita dalla donazione di Cono del 1027 [97]. Abbiamo già notato come fra i beni ceduti, quelli situati nel comitato modenese, soprattutto la piccola porzione del castello di Fredo o Fara, rimandassero ad una proprietà già in comune della famiglia, una cui porzione era confluita nel patrimonio di Cono. In particolare, forse proprio ad Ugo ed Imilda risalivano i possessi a Trecenta – ai quali sono aggiunti alcuni acquisti compiuti di recente dallo stesso Cono – e a Ficarolo, in territorio ferrarese, come sappiamo, e certamente quelli nel territorio veronese, situati ora, tuttavia, non in Insula Brisciana, bensì a Minerbe, un’ubicazione, quest’ultima, che potrebbe avere sostituito quella precedente, poiché il toponimo stesso di Insula Brisciana o Brexiana era in via di sparizione, attestato per l’ultima volta proprio nel nostro documento. In Minerbe, invero, come in Trecenta, possedeva la famiglia comitale veronese, secondo quanto risulta dal testamento del 1135 del marchese Alberto, di cui subito trattiamo. A questa famiglia supponiamo che potessero risalire anche le terre e la chiesa di S. Michele in Candiana, nella bassa pianura padovana.

 

6. I conti veronesi e la via dell’Adige

6.1. Castello e ‘curtis’ di Trecenta

Il conte e marchese Alberto fu uno dei maggiori rappresentanti della famiglia comitale veronese, che dalla metà del secolo XI iniziò ad assumere anche la connotazione signorile dal castello avito di San Bonifacio: il conte Alberto, dopo la scomparsa della contessa Matilde, della quale era vassallo e con la quale ebbe rapporti alterni, fu scelto a capo della vassallità matildica, marchese e duca per volontà del pontefice Onorio II [98]. Il suo testamento del 1135 [99] mostra che una parte dei suoi possedimenti era situata all’esterno del comitato veronese: fra questi, segnaliamo, oltre ai beni in Concadalbero, di cui appresso ci occupiamo, beni imprecisati in Trecenta, che egli lascia al monastero di S. Benedetto di Polirone, continuando in questo la politica dei Canossa, in particolare di Matilde, verso l’abbazia [100] ed anche propria [101].

Dei beni polironiani in Trecenta si torna a parlare verso la fine del secolo, dopo che una controversia aveva opposto dal 1180 al 1190 il monastero all’episcopio ferrarese [102]: essi consistevano nella metà del porto di Trecenta, nella quarta parte della braida situata presso il castello, e in altri possessi tenuti da singoli – su uno di questi terreni era stata edificata una turris –, e, infine, nella quarta parte dei diritti giurisdizionali, honor e districtus, sulla curtis ovvero il distretto di Trecenta. Le rivendicazioni dell’episcopio furono respinte, ma sedici anni dopo, nel 1196, il monastero concedette tutti i beni e i diritti, che deteneva nella curia di Trecenta, in enfiteusi allo stesso episcopio, attuando di fatto un’alienazione: una parte, certamente consistente, di quei beni derivava, come è affermato esplicitamente, dalla donazione del marchese Alberto [103].

Difficile sciogliere il nodo sulla provenienza dei beni e diritti del marchese Alberto in Trecenta, se dell’una o dall’altra famiglia. Se erano già in precedenza dei da Ganaceto – una parte, certamente, rimase nella famiglia e fu ceduta all’inizio del secolo XIII [104] –, dovremmo ritenere che Imilda, dopo la scomparsa del marito, fosse rientrata nella famiglia di origine, recando seco beni dotali, ricevuti dal marito come dos o dotalicium o per la sua partecipazione ai beni del marito nella quota del terzo – la tertia, come la dos, è propria della tradizione giuridica franca [105] –; se erano in origine dei conti veronesi, i beni avrebbero percorso il tragitto inverso, provenienti cioè dalla famiglia di origine e recati da Imilda alla famiglia modenese, quale assegno dotale ricevuto dal padre – dote diretta o dote parentale [106] –, o quale eredità dopo la sua morte [107], beni dotali o ereditari che comprendevano con certezza almeno le due curtes veronesi di Insula Brisciana e di Soave.

6.2. I beni di Imilda e la ‘curia’ di Concadalbero

Delle due curtes veronesi, le sole cedute integre, è difficile conoscere le vicende posteriori. Anche se esse poterono tornare nella disponibilità di Ugo e di Imilda, considerata la possibilità che la vendita al prete Azzo potrebbe essere stata fittizia od avere questi svolto la funzione di intermediario [108], esse non dovettero rimanere integralmente a disposizione della famiglia, anche per il fatto che i due coniugi non sembrano avere avuto eredi diretti, dei quali non abbiamo trovato indizi. Anzitutto, di beni in Soave non c’è traccia nella documentazione posteriore concernente la famiglia modenese, per cui è lecito supporre che la curtis in Soave dovette rientrare nella disponibilità della famiglia di origine di Imilda, per vie lecite o di fatto. Una traccia, invece, rimane per la curtis di Insula Brisciana, costituita dalla permanenza nel patrimonio dei da Ganaceto e poi del monastero modenese di S. Pietro di possessi in Minerbe [109], il che rafforza l’ipotesi circa un collegamento tra l’Insula e Minerbe, nel cui territorio continuarono a sussistere i possessi dei conti veronesi [110].

In merito alle cinque curtes possiamo osservare ancora, oltre al fatto che le due modenesi e quella ferrarese sono cedute in quota parziaria, che, mentre nella descrizione delle prime tre si insiste sulla disponibilità dei castelli, sia pure parziale – i castelli di Ganaceto, ove Ugo abita, di Fara e di Trecenta –, e delle cappelle, accentuando, dunque, gli elementi caratteristici della condizione signorile, in quella delle due curtes veronesi, sicuramente attribuibili ad Imilda, non si fa alcuna menzione di castelli, che pure i conti veronesi da tempo avevano edificato o possedevano sui loro principali possessi. Il supporto della struttura militare del castello, edificato sulle grandi proprietà, spesso nella condizione privilegiata di immunità, fu in molti casi essenziale per lo sviluppo del processo che portò alla formazione della signoria territoriale o rurale, formandosi attorno ad un castello un territorio pertinente, nel quale vivevano sia gli uomini, liberi e servi, che coltivavano le terre del signore, sia gli uomini liberi dotati di beni propri [111]. Probabilmente la famiglia comitale non volle attribuire castelli o porzioni di castelli ad una donna che con il matrimonio avrebbe potuto farli uscire dal patrimonio familiare, trasmettendoli ai figli per eredità o portandoli seco in seconde nozze, compromettendo una base essenziale del potere politico e della sua trasmissione [112].

Infine, secondo la ricostruzione prospettata nel prossimo paragrafo, altri beni sarebbero giunti ai da Ganaceto con l’assegno dotale, quelli in Candiana, che avrebbero fatto parte dell’estesa curtis di Concadalbero, nella bassa pianura padovana.

La località di Concadalbero – ora Conca d’Albero –, posta a otto chilometri a sud-est di Candiana, in una zona poco fornita di centri abitati prima della spinta colonizzatrice del secolo XII [113], si trovava a sud di Fogolana e di Conche, dalle quali la separava il corso del Retrone-Bacchiglione [114], ove erano estesi possessi dei conti vicentino-padovani [115] e ancor prima della famiglia ducale veneziana dei Candiano, dai quali i conti discendevano [116]. Nel 1069 il conte padovano Alberto aveva donato [117] al monastero di S. Michele all’Adige una massaricia e una chiesa di S. Maria nella villa di Concadalbero.

Ai conti veronesi i possessi in Concadalbero dovettero giungere per rapporti parentali con la famiglia comitale vicentino-padovana. Il punto di partenza per risalire al periodo dell’acquisizione originaria, è fornito da alcuni documenti degli anni 1129-1135, nei quali sono nominati i conti di San Bonifacio e i veronesi Crescenzi, in relazione a possedimenti nella bassa pianura padovana ed anche in altri luoghi del Padovano e del Vicentino.

Nel 1129 [118] Giuditta, vedova del marito Manfredo ed orba del figlio Bonifacio, stando in Padova con il secondo marito Guido, nella casa che fu già del conte Bonifacio – difficile precisare di quale conte veronese si tratti, sussistendo due conti omonimi, Bonifacio II e III, attivi nell’ultimo terzo del secolo [119] –, vendette al monastero di S. Giustina di Padova tutti i diritti giurisdizionali che spettavano alla curia di Concadalbero, compresi tutti i beni, res, che possedeva nel comitato padovano, diritti e beni che erano pervenuti in eredità al primo marito, al figlio e alla contessa Imilla, dalla quale eredità erano poi a lei pervenuti [120]: fra le località identificabili, ricordiamo, oltre a Concadalbero, Bovolenta, Correzzola e “Castello di Brenta”, ubicabile presso l’odierna Brenta dell’Abbà, tutte sul Retrone-Bacchiglione, da nord-ovest a nord di Concadalbero; da nord-ovest ad est rispetto a Candiana.

I diritti della curia si stendevano su quelle terre che erano comprese tra i fiumi Retrone o Bacchiglione a nord e l’Adige a sud. Non tutto il territorio, ovviamente, compreso fra i corsi d’acqua apparteneva a Giuditta: solo i diritti giurisdizionali connessi al possesso delle terre, distribuite nei vari villaggi, distanti, con Bovolenta, fino a una dozzina di chilometri, facevano capo, come le res stesse, alla curia di Concadalbero, presso il quale si trovava il centro dell’esercizio della giurisdizione signorile; così nella curtis in Concadalbero era posto il centro amministrativo, al quale facevano capo, pertinebant, le res variamente distribuite. Si osservi che il villaggio di Concadalbero, centro della curia e della curtis, era in una posizione eccentrica rispetto agli altri villaggi, più ad oriente di tutti, nella zona tra i due fiumi Retrone-Bacchiglione e Adige, mentre gli altri villaggi si trovavano ad occidente del centro di Concadalbero, in prossimità del primo fiume. Questa situazione suggerisce che la distribuzione iniziale dei possessi della curtis fosse stata ad occidente e che in questa zona occidentale si fosse svolta la probabile successiva attività di colonizzazione.

La vendita fu effettuata per 600 lire veronesi; se l’oggetto del negozio avesse superato il predetto valore, il sovrappiù si intendeva donato al monastero «pro anima comitisse Imille et Manfredi viri mei et Bonifacii filii mei», sepolti nel cimitero del monastero, e degli altri antenati, dalla cui eredità erano poi a lei giunti.

Pochi giorni dopo, in Concadalbero [121], Giuditta, con il marito Guido, vendette per 300 lire veronesi tutte le res nel comitato padovano, nelle stesse località sopra elencate, pertinentes alla curtis di Concadalbero, eccettuate alcune terre, come è detto anche nel documento precedente, dei “figli di Boscheto” e di altri; ma si specifica che i beni ceduti costituiscono la metà di tutto il patrimonio: secondo noi, della famiglia del primo marito, un San Bonifacio, come dimostriamo subito. Ritorna la clausola precedente che ricorda congiunti ed antenati.

Non si tratta di due atti di vendita concernenti beni e diritti distinti, ma gli stessi beni; la somma di 300 lire menzionata nel secondo documento, la metà esatta di 600, corrisponde alla quota di beni familiari effettivamente venduti, che è appunto la metà, rimanendo il resto di proprietà, come subito vedremo, del conte e marchese Alberto di San Bonifacio.

A perfezionare definitivamente la vendita, alla quale aveva dato il consenso il secondo marito, Guido, suo mundoaldo, giunse il consenso dei parenti: pochi giorni dopo, in Porto di Legnago, Giuditta con il marito – erano sulla via di ritorno nella loro città –, alla presenza del fratello Aldegerio, del cugino Ottone de Armenarda e dello zio Guglielmo, dichiarò di non essere stata indotta con la violenza ad effettuare i contratti di vendita sopra illustrati [122].

Nel novembre 1135 [123], in Padova, nel monastero di S. Giustina, Corrado di Verona, figlio del fu Crescenzio, con il fratello Enrico, confermò, mediante investitura, all’abate i beni venduti da Giuditta e dal loro fratello Guido in Concadalbero; se qualche diritto fosse spettato ancora ai due fratelli, essi ne investirono l’abate pro remedio anime del loro fratello Guido e della cognata Giuditta.

Alcuni dati familiari sono desumibili direttamente dai documenti. Giuditta aveva sposato in prime nozze Manfredo, ne aveva avuto un figlio, Bonifacio, morto prima del 1129; si era risposata con Guido, che apparteneva alla famiglia veronese poi detta dei Crescenzi [124], che nel 1100 avevano acquistato dai duchi Guelfi di Baviera, imparentati con i marchesi estensi, il castello di Albaredo sull’Adige [125]. A sua volta Giuditta era della famiglia detta degli Armenardi/Ermenardi [126], anch’essa veronese, in rapporti con gli Estensi fin dalla prima comparsa del capostipite: nel 1115 in Este assistevano ad una donazione di Folco marchese al monastero di S. Trinità il capitaneus Rodolfo di Lendinara, signore del castello omonimo sull’Adige [127], e il preclarus miles Isnardino, figlio di Ermenardo [128].

Meno agevole è l’identificazione del primo marito Manfredo e dell’antenata contessa Imilia, dai quali provenivano i diritti e i beni venduti al monastero di S. Giustina ed i cui corpi riposavano con il figlio Bonifacio nel cimitero monastico. Sulla scorta di una ricostruzione effettuata in altra sede [129], Manfredo, scomparso dopo il 1109, va identificato con l’omonimo fratello del conte Alberto, di cui stiamo trattando. Questi nel 1134, l’anno precedente quello della sua scomparsa, stando in Concadalbero [130], rinnovò l’investitura, ricevendo giuramento di fedeltà, a certo Leonzio di un feudo che prima di lui avevano detenuto la madre, l’avus e altri antecessores indeterminati, avendolo ricevuto dagli antecessores del conte Alberto, investiture che il conte Alberto aveva rinnovato a Leonzio e alla madre.

La famiglia comitale veronese pertanto disponeva dei beni in Concadalbero da almeno quattro generazioni. Una conferma proviene dal testamento del 1135 del conte e marchese Alberto [131]: questi, che aveva assegnato Concadalbero ai conti trevigiani [132], ne eccettuò la terra che qui avevano avuto da lui in feudo i “figli di Boschetto”, terreni che lasciò al monastero veneziano di S. Zaccaria, purché mantenesse i figli suddetti nel loro feudo. A dimostrare la coincidenza non solo territoriale dei possessi con quelli di Giuditta – sua cognata, avendo sposato il fratello Manfredo –, sta il fatto che i “figli di Boschetto” comparivano anche in entrambi gli atti di vendita di Giuditta, uno dei quali figli si chiamava appunto Leonzio [133] e le cui res venivano eccettuate dalla vendita dei beni terrieri, non dei diritti giurisdizionali, ceduti con il primo documento.

Una conferma ulteriore, che attesta indirettamente la disponibilità nella famiglia comitale dei beni in Concadalbero intorno al Mille, proviene dalla constatazione che, avanti l’anno 1136, Manfredo Maltoleto e Bosone Malregolato – questi sarà conte di Verona negli anni 1139-1142 –, esponenti di un ramo comitale collaterale a quello di Alberto, disponevano di beni nella medesima località [134]. L’antenato comune ai fratelli Alberto conte e Manfredo, primo marito di Giuditta, e ai fratelli Maltoleto e Malregolato, non può essere che il conte Egelrico (II), attestato negli anni prima e dopo il Mille [135], presumibile fratello di Imilda, moglie di Ugo da Ganaceto.

Il periodo a cavallo dei secoli X-XI corrisponde anche a quello in cui viene per la prima volta documentata la famiglia comitale vicentino-padovana, che discende da Vitale Candiano detto Ugo, conte di Vicenza e di Padova, e da Immilia. Questa, ora vedova, con i figli Uberto conte e Manfredo, disponeva nel 1015, stando in Montegalda, nel Vicentino [136]. di un grande possesso di duemila iugeri in Fogolana, un’ysola che si stendeva a pochi chilometri a nord-est di Concadalbero. A questa Immilia, nel 1129 definita correttamente comitissa, fa riferimento, a parer nostro, Giuditta, quando la nomina con il marito Manfredo e il figlio Bonifacio: una conferma indiretta proviene dal fatto che i conti di Padova già nel 1069 avevano possessi in Concadalbero, quando il conte padovano Alberto donò al monastero di S. Michele all’Adige beni terrieri e la chiesa locale di S. Maria [137].

La ricorrenza di alcuni nomi nelle famiglie comitali veronesi e vicentino-padovana, quali Uberto, Alberto, Manfredo, può suggerire, debolmente, l’esistenza di legami. Altri indizi convalidano l’ipotesi di rapporti di parentela intervenuti intorno al Mille, in una fase espansionistica ed evolutiva insieme delle famiglie comitali in quel periodo: la memoria di ascendenti comuni, come la contessa Immilia, facilitata dalla presenza delle tombe presso il più prestigioso monastero padovano, ove erano sepolti la contessa Immilia, il marito di Giuditta, Manfredo, e il figlio Bonifacio; un’abitazione in Padova del conte Bonifacio, la curia in Concadalbero e i beni nell’episcopato padovano del conte e marchese Alberto; la contiguità di possessi tra le famiglie comitali nella stessa zona da lungo tempo [138].

6.3. Verona, Venezia e Padova e la via dell’Adige

Qualche considerazione ulteriore si presenta opportuna prima di abbandonare l’argomento. Nei primi decenni del secolo XII la città di Verona era in piena spinta espansionistica. Superata, schierata con l’Impero, l’ostilità dei Canossa e del partito riformatore filoromano, cui nel 1106 anche il conte Alberto aveva aderito [139], la cittadinanza già nel 1107 strinse un trattato di alleanza con Venezia [140], che aveva come scopo precipuo la sicurezza delle vie di traffico e di comunicazione fluviali, particolarmente quelle dell’Adige fino a Rovigo [141]. Tornata a subire l’influenza del conte Alberto, la città accentuò la sua politica espansionistica: il conte, che già disponeva di propri beni in Trecenta sul Tartaro [142], divenuto capo della vassallità matildica, creato marchese e duca dal pontefice nel 1124 [143], si trovò a controllare molti beni, castelli e diritti di giurisdizione anche lungo il corso del Po, per esempio a Pegognaga [144].

Alcune famiglie veronesi, che venivano affermandosi in questo periodo, seguirono la politica di espansione della famiglia comitale. I Crescenzi acquistarono nel 1100, come abbiamo ricordato, il castello di Albaredo sull’Adige [145]; pochi anni dopo, avvocati del monastero di S. Zeno, erano in grado di controllare per mezzo del castello di Ostiglia la più importante via d’acqua padana [146], sostituendosi al controllo esercitato dai Canossa dalla prima metà del secolo XI [147]. Si aggiunga la signoria sul castello di Lendinara, detenuto dalla famiglia capitaneale omonima, cittadini veronesi originari [148].

In tale quadro politico-territoriale, ove la cittadinanza veronese, sia pure all’ombra di famiglie con uffici pubblici tradizionali, o sotto la spinta di altre, che agivano in proprio, avendo acquisito la signoria o la possibilità di controllo di castelli sui fiumi – Albaredo sull’Adige, Lendinara sul Tartaro, Ostiglia sul Po –, o rappresentate da ampie delegazioni, come quella che firmò il trattato del 1107 di Verona con Venezia [149], comprendente oltre quaranta cittadini, Crescenzi compresi, svolgeva un’attività politica intensa di espansione, non inferiore per impegno ed ampiezza di prospettive a quella che diverrà caratteristica dell’età comunale, il fatto che la famiglia comitale disponesse da lungo tempo di possessi e giurisdizioni nei pressi e lungo il basso corso dei fiumi veneti, Adige e Tartaro, costituiva un fattore di importanza vitale per la città stessa. Diviene comprensibile il matrimonio con uno dei Crescenzi di una donna, Giuditta, rimasta vedova di un membro della famiglia comitale e orba del loro figlio, dai quali aveva ereditato una porzione degli ampi possessi e diritti sulla sinistra del basso corso dell’Adige.

La politica di espansione non sempre conseguì successi duraturi. Proprio in questo periodo i gruppi dominanti dei comuni cittadini, direttamente o attraverso chiese e monasteri che rappresentano gli interessi della città, tendevano ad estromettere dal territorio, già costituente l’antico comitato o coincidente con la diocesi [150], pericolose presenze ‘straniere’.

Un’azione del genere compì il comune veronese nel 1136 [151], favorendo il compromesso fra il monastero di S. Zaccaria di Venezia e i conti di San Bonifacio sul castello di Ronco, che rimase nella disponibilità dei secondi. In questa occasione due Crescenzi, consoli cittadini, assistettero agli atti conclusivi della controversia, rappresentando nel contempo gli interessi della città e della propria famiglia, dal momento che il castello di Ronco, sulla riva destra dell’Adige, si trovava poco sopra e a fronte del loro castello di Albaredo, di loro proprietà [152]. Alla metà del secolo Carlassario dei Crescenzi, avvocato del monastero di S. Zeno, difese la giurisdizione monastica sul castello di Ostiglia contro le mire ferraresi [153].

È presumibile che anche in Padova si sia verificato, in modo poco documentato e forse inizialmente meno deciso, una tendenza analoga: ciò spiegherebbe la cessione dei beni in Concadalbero e nelle località vicine da parte prima di Giuditta e Guido dei Crescenzi al monastero padovano di S. Giustina; poi le disposizioni del marchese Alberto, che lasciò i beni a destinatari non veronesi; la conferma infine dei Crescenzi alla cessione di Giuditta. Ed anche i beni nella stessa zona dell’altro ramo dei San Bonifacio, quelli dei fratelli Maltoleto e Malregolato, confluirono nel patrimonio di S. Giustina, che li detiene certamente nel 1182. Il monastero padovano fu il tramite, per il quale il ceto dirigente padovano nel periodo di formazione del comune cittadino [154] iniziò ad allontanare presenze pericolose in una zona essenziale per la sicurezza del proprio territorio e per il controllo delle vie fluviali di comunicazione e di commercio con la vicina Chioggia e, soprattutto, Venezia. In seguito, il controllo della zona fu perseguito, premendo su Badia di Vangadizza e su Lendinara, sull’Adige, a volte incontrando l’ostilità, a volte l’alleanza degli Estensi [155]. Verso la fine del secolo XIII avvenne un intervento deciso, con l’edificazione del castello di Castelbaldo, sulla sinistra del fiume, a monte di Badia [156].

 

7. Dai da Ganaceto ai da Calaone: i beni in Candiana, la chiesa di S. Michele e la fondazione del monastero

7.1. I beni in Candiana e la chiesa di S. Michele

La donazione effettuata nel 1027 al monastero modenese di S. Pietro da Cono da Ganaceto comprendeva, oltre a molti beni ubicati in vari luoghi dei territori modenese e ferrarese, in Trecenta e in Ficarolo, anche una porzione della chiesa di S. Michele in Candiana con annessi terreni per quaranta iugeri [157].

Sei decenni più tardi, nel 1097, un Cono figlio del fu Gerardo da Calaone, vivente a legge salica, stando in Candiana, per l’anima propria e del figlio Ugo, donò beni in varie località della bassa pianura nella zona a sinistra dell’Adige – Viconovo, Pontelongo, a nord-est di Candiana, e Cona, a sud-est di Candiana – al monastero di S. Michele, “fondato” in Candiana [158]. I beni furono consegnati ad un Iginolfo, che li ricevette per il monastero; non è menzionato un abate, mentre si fa riferimento all’abate e ai monaci che saranno “ordinati” nel monastero. La donazione costituiva, con tutta probabilità, uno degli atti di fondazione del monastero che, come constateremo, avvenne inglobando la chiesa già esistente di S. Michele e i beni di cui essa risultava dotata nel 1027, quando la chiesa venne donata, come abbiamo notato, al monastero di S. Pietro di Modena. Iscrizioni epigrafiche del 1105 ricordano Cono quale fondatore del monastero [159].

Nel 1104 due fidecommissari, Aitingo e Igenolfo – il secondo da identificare con quello sopra nominato –, abitanti in Monselice, in esecuzione della volontà, ex iussione, del loro dominus Cono da Calaone e per la sua anima, consegnarono all’abate Vitale di S. Michele in Candiana beni in Pontelongo – ne furono eccettuate tre massaricie –, in Terrassa e in Cona [160]; due anni dopo, i due, per le stesse finalità, donarono anche le tre massaricie in Pontelongo e donarono o confermarono beni in Terrassa e in Arre, ad ovest di Candiana, con l’aggiunta di una silva che Cono aveva tenuto in gestione diretta, “nelle proprie mani” [161]. Un mese prima, un Giovanni Pelacapo, come vedremo [162], aveva donato ai da Baone cinque massaricie, ricevute per lascito da Cono, situate in Arre e Cona.

Nel 1113 [163] Poncio, abate del monastero di S. Pietro di Modena, investì Pietro, abate del monastero di S. Michele in Candiana, di metà della chiesa di S. Michele e di tutti i possessi, anzitutto, in primis, quelli ricevuti da Cono maior, e di altri acquisiti in seguito; richiese infine che l’abate Pietro gli giurasse ‘fedeltà’, per sancire una soggezione spirituale e patrimoniale, la quale riecheggia una forma feudale di dipendenza, che si riflette anche nella redazione scritta dell’atto, un breve recordacionis, forma consueta delle investiture feudali [164].

La ragione dell’atto consiste nella donazione effettuata da Cono maiormaior per distinguerlo da un altro Cono vissuto in un periodo più recente, quindi il Cono da Calaone, da pochi anni scomparso, che sarebbe da considerare minor rispetto al primo –, donazione indicata con esattezza e corrispondente evidentemente alla metà dei beni che avrebbero costituito la dotazione del monastero nell’atto di fondazione compiuto dal secondo Cono nel 1097. A riprova della continuità con la donazione del 1027, in alcuni atti posteriori [165] sarà fatto riferimento con esattezza alla superficie dei quaranta iugeri, ivi menzionata. Non mancheranno poi le controversie tra il monastero modenese di S. Pietro e quello di Candiana [166].

7.2. Candiana e la curia di Concadalbero

Cono da Calaone, il quale viene così connotato a partire dal 1079, dapprima casualmente in un documento padovano [167], poi in un documento parmense, che lo vede attore e sul quale torniamo appresso a soffermarci [168] –, è ricollegabile, senza che possiamo conoscere i rapporti diretti di parentela, al Cono – da Ganaceto – che nel 1027, stando in Trecenta, effettua la donazione al monastero modenese di S. Pietro [169]: la conferma proviene, oltre che dalla disponibilità comune di beni Trecenta e, come vedremo dal documento parmense, in Fredo, attestata dal documento parmense, da quella dei beni e della chiesa di S. Michele in Candiana. Da parte sua, il Cono da Ganaceto del 1027 è collegabile ai coniugi Ugo da Ganaceto e Imilda, figlia del conte veronese Egelrico.

Orbene, poiché i beni in Candiana del secondo Cono – Cono da Calaone – rimandano alla curia di Concadalbero dei conti veronesi, possiamo supporre che anche tali beni, pur se l’atto di vendita del Mille [170] non ne fa menzione, potessero fare parte, assieme alle due curtes in territorio veronese, queste espressamente menzionate nella vendita, della ‘dote’ ovvero dell’assegno dotale [171] di Imilda.

Abbiamo constatato che la curia di Concadalbero, ancora nella prima metà del secolo XII, quando l’attività di colonizzazione, con l’aumento della popolazione e dei centri demici, era da tempo avviata, si estendeva per esercizio di diritti e per dislocazione di beni lungo la destra del Retrone-Bacchiglione, comprendendo, da nord-ovest verso sud-est, le località di Bovolenta, Correzzola e Castello di Brenta ovvero Brenta dell’Abbà, con pertinenze che giungevano all’Adige. Abbiamo notato, inoltre, sulla scorta della documentazione fra XI e XII secolo, che Cono da Calaone aveva beni in Pontelongo, a sud-est di Bovolenta, sul Bacchiglione, poco sopra Candiana, in Terrassa, a sud-ovest di Bovolenta, ad Arre, ad ovest di Candiana, e a Cona, sotto Candiana, nonché, ovviamente, a Candiana: Candiana e quasi tutte queste località, con eccezione di Cona, sono attestate per la prima volta nella documentazione di cui trattiamo, frutto probabile di un’attività di bonifica della zona con l’ampliamento delle terre coltivate e il rafforzamento di piccoli insediamenti preesistenti o la nascita di nuovi centri demici: la cartina storico-geografica in appendice, per quanto necessariamente ‘statica’, può aiutare a comprendere la dinamica del popolamento, quale ora abbiamo tracciato.

Anche la comparsa di Candiana, quindi, le cui prime attestazioni sono quelle contenute negli atti degli anni 1027 e 1097, appare legata all’attività dei due Cono, il maior da Ganaceto e il minor da Calaone, che, all’interno dei vasti, forse allora contigui, in ogni caso meno intervallati, possedimenti della curia di Concadalbero, appartenente ai conti veronesi, poterono ricevere, attraverso Imilda, figlia del conte veronese Egelrico e moglie di Ugo da Ganaceto, una porzione anche dei beni della curia, beni che non compaiono nella vendita del Mille dei coniugi Ugo e Imilda: la chiesa di S. Michele, edificata sui terreni dei da Ganaceto e attestata nel 1027, potrebbe essere stata da loro fondata o poteva anche preesistere al loro possesso.

7.3. Dai da Calaone ai da Ganaceto

L’ubicazione coincidente di grandi proprietà, i legami fra i due monasteri, l’identità dei nomi del benefattore del primo e del fondatore del secondo; la nazionalità alamanna dei da Ganaceto e salica dei da Calaone, che può rimandare ad una comune origine alamanna, dal momento che fra XI e XII secolo gli Alamanni finiscono per assimilarsi ai Franchi salici; l’appartenenza di una porzione dell’antica chiesa di S. Michele di S. Michele di Candiana ai da Ganaceto e la costituzione su di essa del monastero di S. Michele fondato da Cono da Calaone; la frequenza con cui nei documenti concernenti le due famiglie ritornano gli stessi nomi, come, ad esempio, Cono e Ugo, sono tutti indizi concreti e sufficienti a stabilire la comune ascendenza delle due famiglie.

Due documenti parmensi del 1079 e del 1106 sciolgono ogni eventuale dubbio residuo in merito. Nel 1079, a Parma [172] Cono, figlio del fu Gerardo de loco Calona, alamanno – la connotazione cognominale di natura signorile appare particolarmente significativa per essere stata, essa padovana, utilizzata in un ambiente familiare ai da Ganaceto modenesi [173] –, stipula con i canonici di quella città una precaria – si tratta di una ‘precaria remunerativa’, diffusa in territorio modenese ed utilizzata ampiamente dai Canossa [174] –, con cui dona una massaricia in Fredo e due nella pieve di S. Felice, che poi vengono a lui riassegnate assieme ad ulteriori beni terrieri in Lama, Fredo e presso il fiume Secchia, con la terza parte della cappella di S. Zeno di Lama, quella che prima del 1000 era stata di Eriardo di Iginulfo ed era poi ritornata ai canonici di Parma. Infine, nel 1106 [175], poco dopo la scomparsa di Cono di Calaone, un Guglielmo del fu Ugo di Ganaceto dona alla canonica parmense dieci massariciae, poste in Ganaceto e altri luoghi, che gli sono riassegnate in precaria, con altri beni, quelli che in Fredo e in Lama, con la terza parte della cappella di S. Zeno, aveva già tenuto Cono da Calaone: «... que (massaricie) a Conone de Calona ex parte prefate canonice olim per precariam detente fuerunt».

7.4. La fondazione del monastero di S. Michele in Candiana

La prima chiesa di S. Michele era una chiesa di fondazione privata signorile, sulla quale il secondo Cono, Cono appunto da Calaone, fonderà o rifonderà, mutandone la natura, il monastero di S. Michele, conformemente alle tendenze diffuse nella società signorile dell’epoca [176]: basta ricordare per il territorio padovano la trasformazione della chiesa di S. Stefano di Carrara, documentata nel 1027 [177], in monastero omonimo, documentato nel 1068 [178], avvenuta per iniziativa della locale famiglia signorile [179].

La fondazione del monastero o rifondazione avvenne presumibilmente in un periodo compreso tra il 1079, quando Cono da Calaone appare per la prima volta in un documento padovano [180] e in uno parmense [181], e il 1097, quando effettua la donazione sopra descritta al monastero di Candiana [182]. La fondazione, che si colloca, come abbiamo notato, nell’ambito della tradizione signorile e nelle tendenze del periodo [183], non sembra aderire alle indicazioni della ‘riforma’, che pure ebbero applicazione anche nella Marca Veronese [184].

I pochi documenti che concernono Cono da Calaone non svelano attraverso quali vie egli e, a quanto sembra, ancor prima il padre Gerardo abbiano assunto la nuova denominazione signorile ‘da Calaone’ ed eventualmente in quale schieramento politico abbiano militato durante il conflitto tra Impero e Papato, noto come Lotta delle investiture.

 

8. I marchesi estensi e la presumibile investitura del castello di Calaone ai da Ganaceto

8.1. Adalberto Azzo II e i duchi Guelfi di Baviera

La connotazione signorile di Cono indica presumibilmente la detenzione di diritti signorili sul castello di Calaone, secondo una tipologia diffusa nel periodo, particolarmente in territorio padovano [185]. L’acquisi­zione di diritti signorili, se da un lato dovette essere facilitata dagli interessi che i da Ganaceto avevano nella zona a sud-est del territorio padovano, a Candiana e dintorni, dall’altro lato non poté prescindere dai rapporti con i marchesi d’Este, poiché il castello di Calaone appare strettamente connesso al più grosso castello di Este e la comparsa stessa del toponimo Calaone avviene nel periodo delle complesse vicende del conflitto tra Impero e Papato, nel quale, con schieramenti alterni, furono coinvolti anche i marchesi, che, dal canto loro, erano in complessi rapporti, parentali, patrimoniali e politici con la stirpe dei duchi guelfi, e in rapporti politici con i Canossa; e Guelfi e Canossa furono fra i protagonisti principali del periodo.

Le vicende del patrimonio estense nella Marca Veronese e, in particolare, nell’area padovana, va collegata alle vicende della curtis Elisina, strettamente connesse con la dotazione portata ad Adalberto Azzo II dalla moglie Cunizza della stirpe ‘guelfa’. Ne tracciamo un profilo sommario, sulla scorta di due validi contributi recenti della Baaken [186] e di un nostro contributo sui rapporti tra Guelfi ed Estensi [187].

La curtis Elisina era stata recata in dote al marchese Adalberto Azzo II da Cunizza, figlia del conte svevo Guelfo II e di Imiza, questa imparentata con la famiglia imperiale: dal matrimonio, che avvenne negli anni 1034-1036 e si inseriva nella politica di Corrado II favorevole alle unioni matrimoniali fra casate tedesche e italiane [188], nacque Guelfo IV, duca di Baviera dal 1070 [189].

Imiza aveva portato in dote [190] al marito Guelfo II la villa regalis Moringen [191] e la curtis Elisina nobilissima in Langobardia, alla quale spettavano undicimila o, secondo altra fonte [192], millecento mansi, «uno vallo comprehensi». La curtis Elisina fu poi assegnata in dote alla loro figlia Cunizza, sposa dell’obertengo Adalberto Azzo II [193].

Fra le fonti narrative tedesche che accennano alla vicenda, l’Annalista Saxo [194], una fonte “guelfa-sassone” [195], ricorda il marchese attraverso la designazione dei due castelli di Este e di Calaone, dei quali, quindi, avrebbe avuto la disponibilità già al momento del matrimonio con Cunizza. Ben poco, invero, conosciamo di Calaone, che, come abbiamo notato, appare nella documentazione proprio in relazione alla famiglia signorile omonima, non essendo menzionata la località nemmeno fra le numerose curtes riconosciute ai marchesi da un privilegio di Enrico IV, di cui subito trattiamo. Calaone sarà riconosciuta fra le signorie soggette agli Estensi solo nel 1221 da un privilegio di Federico II [196].

8.2. Le giurisdizioni estensi (1077) e i castelli di Baone e di Calaone

I marchesi avevano un centro di esercizio dei poteri pubblici tradizionali in Monselice [197] e diritti signorili su molte curtes sparse in vari comitati, come attesta il privilegio del 1077 indirizzato dal re Enrico IV ad Ugo e Folco, figli di Adalberto Azzo (II) [198]: nella fattispecie, l’elenco delle curtes [199] situate nel comitato padovano sembra riflettere, se non altro per l’inclusione della curtis di Solesino, più che una disponibilità legittima di tutti i beni elencati, una pretesa [200] dei due marchesi estensi anche sui beni che costituivano la dos della prima moglie del padre, Cunizza, beni sui quali rivendicava anzitutto i diritti Guelfo IV, duca di Baviera, figlio di primo letto del marchese Adalberto Azzo II – dopo la morte del marchese si accenderà un conflitto tra i duchi guelfi e i figli di secondo letto, Ugo e Folco [201] –; ma in quel momento il duca partecipava all’azione ribelle degli altri due duchi dei ducati meridionali: Rodolfo di Svevia e Bertoldo di Carinzia [202]. In seguito alla ribellione il duca Guelfo venne deposto dal governo del suo ducato, riuscendo tuttavia a mantenere il controllo dei passi alpini, una forte posizione di potere che il re non riuscì a scuotere [203].

Fra i molti beni confermati con il privilegio del 1077 ai due marchesi, tralasciando quelli dislocati nei comitati della Lombardia, Emilia e Toscana, sottolineiamo quelli ubicati nei comitati della Marca Veronese e nelle zone limitrofe, in particolare nel comitato di Gavello: in questo sono confermati i beni in Rovigo, Cederniano, Sarzano, Mardimago – località poste presso Rovigo –, con i diritti connessi alla detenzione della giurisdizione comitale e con quelli connessi all’arimannia; i monasteri di Brussceda e di Vangadizza; nel comitato di Padova, le curtes di Este, Arquà, Ponso, Vighizzolo, Solesino, Finale, Ancarano, Carmignano, Villa (Estense), Pernumia, Marendole, Montegrotto, Tribano, Correzzola, Glesia, Saletto, Meiadino, Montagnana, Casale, Altaura, Urbana, Merlara; nel comitato di Ferrara, Maneggio, ora Castelguglielmo, Bagnolo sotto il Tartaro, San Martino di Maneggio, Villa Comeda presso Fratta Polesine, Arquà Polesine; nel comitato di Vicenza, Cologna, ora Cologna Veneta, Albaredo, Arcole; in quello di Verona, Illasi, Moruri, Sommacampagna. Il privilegio non menziona alcun castello, ma buona parte di queste località dovevano già essere incastellate o lo sarebbero state di lì a poco. Tutte le curtes – il termine, secondo noi, qui non esprime tanto o solo una grossa proprietà fondiaria, quanto e soprattutto un distretto signorile – erano concesse con i diritti di giurisdizione e la protezione regia.

Non sono comprese nel lungo elenco le località di Calaone e Baone, dalle quali derivano la propria connotazione signorile personaggi che appaiono nella documentazione degli anni 1077-1080, al seguito del vescovo Odelrico, come, del resto, altri capostipiti di famiglie signorili [204].

L’assenza di Calaone, poco sopra Este, e di Baone, sulla strada tra Monselice ed Este, dall’elenco delle curtes soggette alla giurisdizione degli Estensi potrebbe essere spiegata, per la prima località, dall’essere già stata assegnata in feudo a Cono e, a quanto sembra, ancor prima al padre Gerardo; per la seconda, dall’essere dai marchesi stessi detenuta in feudo e non in proprietà, in ogni caso già subinfeudata ad Ugo da Baone. La curia di Baone, infatti, secondo testimonianze più tarde e ripetute [205], fu assegnata in feudo ad Adalberto Azzo dalla chiesa vescovile di Padova e dal marchese ad Ugo – il primo della famiglia, ricordato quale Ugo maior –, che dal castello si denominò e che diede origine alla stirpe omonima [206].

Del castello di Calaone e della stessa località non abbiamo, invece, alcuna attestazione documentaria prima della comparsa nel 1079 proprio del nostro Cono da Calaone, come già abbiamo segnalato. Rimane da chiarire da chi Cono avesse ricevuto il castello eponimo.

Difficile supporre che l’investitura sia stata effettuata dal duca Guelfo, la cui presenza nella Marca, specificamente in Este, è attestata per il periodo solamente in un atto di donazione del 1073 al monastero di S. Maria di Vangadizza [207].

Più facile supporre che essa sia stata effettuata dal marchese Adalberto Azzo II, certo prima della comparsa di Cono da Calaone nel 1079, probabilmente anche in un tempo non vicino, se la designazione signorile, a quanto sembra, deve essere riferita anche al padre Gerardo, defunto, di Cono. All’instaurarsi di rapporti fra da Calaone e il marchese va attribuita il verificarsi delle condizioni che resero possibile e utile l’acquisizione di beni e di vassalli da parte di Cono in Monselice [208], centro della giurisdizione marchionale almeno dal secondo decennio del secolo [209].

Le relazioni fra Canossa ed Estensi poterono confermare o favorire il passaggio di un ramo dei da Ganaceto, ai primi vicini, già possessori nella Traspadania, a Trecenta e dintorni, e nella bassa pianura padovana, in Candiana, nell’ambito politico degli Estensi, dai quali avevano ricevuto o avrebbero ricevuto in beneficio il castello di Calaone. Certamente rapporti intercorsero fra Adalberto Azzo II e Matilde di Canossa: il primo era presente, come vedremo, nel gennaio 1077 a Canossa, durante l’incontro tra Matilde ed Enrico V [210]. Due anni dopo, era accanto a lei in un placito a Ferrara [211]. Proprio queste relazioni possono giustificare la singolare affermazione del redattore della Continuatio della Historia Welforum, che, trattando della egregia curtis Elisina, afferma che essa era parte della domus Mahtildis [212].

Prima di soffermarci sulle vicende politiche, generali e locali, che sono note come Lotta delle investiture, prendiamo in considerazione le vicende di alcuni beni del patrimonio della famiglia, dopo la scomparsa di Cono [213].

8.3. Beni dei da Calaone ai da Baone, al monastero di Pomposa e agli Estensi

Beni di Cono da Calaone confluirono nel patrimonio dei da Baone. Nel 1106, Giovanni Pelacapo, abitante in Monselice, vivente a legge salica [214], aveva donato ad Alberto da Baone e alla moglie Elica, chiamati amici mei et domini, cinque massaricie in Arre e una in Cona, che gli erano state assegnate dal suo dominus Cono, certamente per lascito testamentario: «... quas (massaricias) dominus meus Cono michi iudicavit». Scomparso il suo dominus, nel trapasso di beni e soprattutto di feudi e diritti feudali dai da Calaone ai da Baone, anche i clienti di Cono, già servi o vassalli, chiesero la protezione dei nuovi signori.

Altre testimonianze, anche se tarde [215], ricordano con precisione come giurisdizione e beni in Conselve, località a nord-ovest di Arre, giunsero dal patrimonio di Cono da Calaone al figlio di Ugo maior da Baone, Alberto maior, scomparso intorno al 1114 [216]; i da Baone possedevano anche beni nelle località ove erano quelli di Cono: Candiana, Cona, Bovolenta [217] e Conselve [218].

Nell’ultimo decennio del secolo si svolse una complessa controversia tra il monastero di S. Maria di Pomposa ed i marchesi d’Este, che sembra chiudersi nel 1196 a favore del monastero con un arbitrato in Ferrara [219]. Alcuni dei beni contesi sono definiti attraverso coloro che in precedenza li avevano detenuti in feudo dal monastero, quali i ferraresi Casotto, scomparso verso la metà del secolo XII [220], e Guglielmo II dei Marchesella-Adelardi, scomparso avanti il 1187 [221]: i beni erano rivendicati dagli Estensi, in quanto erano subentrati nell’eredità dei Marchesella [222], a loro volta eredi di Casotto [223].

I marchesi rivendicavano anche i beni che Cono da Calaone aveva lasciato al monastero pomposiano – «totum quod reliquit Conus de Calaone» –, un’espressione che rinvia ad un lascito pro anima. Difficile è discernere quali fossero i beni donati da Cono, poiché le indicazioni della loro ubicazione sono cumulative e non riferibili con certezza ai beni di Cono: la zona è quella gravitante sul Tartaro con le località di Ponzano, Veratica e Maneggio.

 

9. Marchesi estensi e Cono da Calaone nel periodo della Lotta delle investiture

9.1. I marchesi estensi fra il partito riformatore e l’Impero

Cono da Calaone avrebbe potuto seguire solo parzialmente, anche per le sue assai inferiori basi di potere, una parabola politica analoga a quella del suo probabile benefattore, il marchese Adalberto Azzo II [224]. Questi, che dall’ottavo decennio del secolo svolse la sua attività prevalentemente nella Marca Veronese centro-occidentale e che già nel 1074 aveva partecipato al sinodo indetto dal pontefice Gregorio VII [225], fu in contatti ripetuti con la contessa Matilde, alla quale egli, godendo della fiducia del pontefice Gregorio VII, si affiancò nel gennaio 1077 a Canossa nell’opera di mediazione fra il pontefice ed Enrico IV [226]. Due anni dopo il marchese fu ancora accanto a Matilde in un placito a Ferrara [227].

Complesse furono anche la posizione e le vicende politiche di Adalberto Azzo e dei suoi figli. Dopo la mediazione del marchese a Canossa, Enrico IV indirizzò un privilegio ai due figli Ugo e Folco [228], concedendo, forse per un riconoscimento dell’opera paterna, la giurisdizione su tutti i beni familiari, con l’inserimento anche di quelli spettanti e pretesi dal duca Guelfo IV, ribelle all’Impero [229]. Pur in assenza per il periodo seguente di testimonianze documentarie dirette, possiamo ritenere che il marchese abbia continuato ad appoggiare la parte riformatrice [230]. All’inizio, poi, degli anni Novanta egli tentò per la seconda volta di acquisire per il figlio Ugo il comitato di Maine [231].

Nel frattempo, nel marzo del 1090 Enrico IV giunse a Verona, puntando quindi su Mantova, che gli si arrese nell’aprile del 1091 [232]. Fallite le trattative di pacificazione con Guelfo IV svoltesi in Verona nell’estate [233], nell’autunno, secondo il racconto di Donizone [234], le milizie canossiane penetrarono nella Marca, provenendo, probabilmente dalla bassa pianura, non tanto da quella veronese, ove Matilde controllava i castelli di Nogara [235] e di Cerea [236] e dai quali avrebbero poi dovuto attraversare l’Adige presso Legnago e Porto, castelli della chiesa vescovile veronese, schierata con l’Impero [237], ma dalla zona meridionale, dai castelli lungo il Po, il cui corso inferiore, veronese e ferrarese, la contessa controllava con i castelli di Ostiglia, Melara, Massa e Ficarolo, e dirigendosi verso nord-est o verso nord, incuneandosi ad oriente di Legnago e Porto. Proprio in questa zona, a “Trecontadi”, località ubicabile al confine fra i territori di Verona, Vicenza e Padova si svolse la battaglia, che costrinse le milizie canossiane alla ritirata, con gravi perdite, attribuite da Donizone soprattutto al ‘tradimento’ del marchese Ugo, figlio di Adalberto Azzo II. Ma la presenza di Ugo contrasta con la datazione all’autunno 1091, attribuita alla battaglia di Trecontadi, poiché solo nell’estate del 1092 egli si risolse ad abbandonare il comitato del Maine, vendendone i diritti ad un suo parente e tornando quindi in Italia [238].

In quell’anno l’imperatore condusse la guerra nel cuore dei domìni canossiani, ma non riuscì ad avere ragione di alcune rocche, finendo per essere sconfitto. Ad aggravare la sua situazione sopraggiunse la ribellione del figlio Corrado: questi, imprigionato nel 1093 a Verona, fuggì e si coalizzò con Papato, Matilde e le città di Milano, Lodi, Piacenza e Cremona. Corrado fu eletto re d’Italia, ottenendo l’adesione, in Germania, del duca di Svevia e del duca Guelfo IV di Baviera [239].

Fra il 1093 e il 1094 Enrico IV dovette rifugiarsi in Carinzia, donde ritornò nella Marca Veronese, senza riuscire più a risollevare le sue sorti, nonostante che il marchese Ugo fosse passato dalla sua parte. Nel 1096 gli si accostarono il marchese Adalberto Azzo II, forse in funzione di mediatore per i Guelfi [240], e infine lo stesso Guelfo IV, la cui riconciliazione con Enrico IV era stata preceduta da quello del figlio Guelfo V, che si era separato da Matilde e si era adoperato per tale scopo [241]. Certamente Adalberto Azzo si trovava al seguito dell'imperatore nel 1096 in Padova [242], assieme all’antipapa Clemente III.

Cade in questo periodo l’episodio dell’assedio di Nogara, che Donizone pone all’anno 1095 [243]: il castello, difeso dalle milizie matildiche, resistette alle truppe imperiali e a quelle veronesi.

Mentre il fratello Ugo prima e poi il padre Adalberto Azzo si schieravano o si riconciliavano con l’imperatore, il marchese Folco, che in Este aveva nel 1095 concluso un accordo con Ugo circa la disponibilità dell’eredità paterna [244], continuò a rimanere schierato con la parte canossiana: nel 1097 si trovava presso il re Corrado in Borgo San Donnino, mentre il re si accingeva a passare in Toscana. Il re gli indirizzò un privilegio di protezione ‘speciale’, con il quale gli concesse di non essere costretto a sottostare al bannum regium, qualora vi fosse incorso per avere violato le leggi; gli concesse inoltre pro beneficio il privilegium di sottrarsi all’imposizione eventuale della pena del bannum, impostagli da ufficiali pubblici, exactores regis, così che egli avrebbe potuto «perpetrare crimina», facendo seguire una siffatta concessione dalla raccomandazione di non insuperbire e di non eccedere, in altre parole di non approfittarne [245]. Il contenuto di questa seconda concessione costituisce un ‘beneficio’ ulteriore, poiché una concessione, questa sì analoga nella forma e nella sostanza a quella per il marchese arduinico, il marchese Folco con il fratello Ugo aveva ricevuto due decenni prima dal re Enrico IV, che gli aveva concesso appunto l’immunità su tutti i suoi possessi dall’intervento degli ufficiali regi [246]. L’immunità da provvedimenti di legge per eventuali crimini commessi è data pro beneficio, un’espressione che, se non può da sola rappresentare l’atto costitutivo di un rapporto vassallatico-beneficiario, può sancire l’esistenza di tale rapporto, in modi inconsueti, forse suggeriti dalla situazione contingente, per ricompensare il marchese della sua fedeltà [247], in un momento in cui la posizione politica del re Corrado diveniva sempre più debole. Folco era seguito da propri vassalli di ceto signorile: fra i presenti nella corte regia è segnalato un Ottone de Seratico o da Sarego, capostipite della famiglia capitaneale vicentina omonima, che dagli Estensi aveva ricevuto in beneficio il castello [248], conferma delle adesioni al partito antimperiale che esistevano nella Marca Veronese tra gli esponenti della società signorile [249], oltre che fra la nobiltà di ufficio, come i conti vicentini e trevigiani [250].

Ugo era rimasto accanto al padre, assieme al quale, stando in Rovigo, compiva nell’aprile una grossa donazione al monastero di Vangadizza di cinquanta poderi, sparsi in varie località: Monselice, Vighizzolo, Megliadino, Montagnana, Urbana, Casale, Altaura, Merlara [251].

9.2. Cono da Calaone (1079-1104)

Cono da Calaone, come abbiamo avvertito, appare poche volte nella documentazione padovana. Una prima scarna indicazione del 1079 lo mostra possedere beni anche a Valnogaredo, a nord di Este e di Calaone, situata, tuttavia, nel comitato vicentino [252]: interessante il particolare che egli sia citato fra i possessori confinanti assieme agli eredi del conte vicentino Uberto [253], una contiguità di beni che costituisce un indizio ulteriore sui rapporti con le famiglie comitali vicentino-padovane e veronesi [254]. Un altro documento, di poco posteriore, lo ricorda tra i confinanti di un appezzamento in Monselice [255]. Gli interessi in Monselice dovevano essere consistenti, se i fidecommissari di Cono da Calaone, come abbiamo notato [256], abitano tutti in Monselice, centro della giurisdizione dei marchesi estensi [257], un elemento ulteriore che rafforza l’ipotesi di relazioni strette intercorse fra da Calaone ed Estensi.

All’inizio del 1080 il nostro Cono si trova in Piove di Sacco ad assistere il vescovo Olderico in un atto che sancisce un accordo tra il vescovo e i consortes della Saccisica [258]: egli è nominato dopo il conte padovano Alberto [259], Uberto da Fontaniva, nella cui famiglia diverrà ereditario l’ufficio di avvocazia per l’episcopio [260], e Rustico da Montagnone [261].

La sua presenza ad uno degli ultimi atti del vescovo Olderico, che aveva da poco apertamente aderito allo schieramento filoimperiale [262], non significa ancora una decisa scelta di campo. Questa sembra essere accertata più tardi, se identifichiamo con il nostro un Cono, senza altra apposizione, che nel 1095 assiste con Uberto da Fontaniva ad un placito presieduto in Padova dall’imperatore Enrico IV, con il quale venivano riconosciuti al monastero di S. Giustina beni in Monselice, Legnaro, Tribano e Conselve [263], zone cui certamente Cono da Calaone era interessato [264].

In quel periodo si verificò una diversificazione nello schieramento politico fra i membri della famiglia marchionale estense: prima Ugo, figlio di Adalberto Azzo, passò dalla parte imperiale [265], poi il padre, che nel 1096 è a fianco dell’imperatore e dell’antipapa Clemente III in Padova [266]. Enrico IV l’anno seguente si allontanò dalla Marca Veronese e dal Regno Italico [267].

Altro indizio a favore di una scelta filoimperiale di Cono è costituito da una sua donazione al monastero di S. Maria di Pomposa [268], dalla fine del secolo decisamente di parte imperiale [269], al quale elargirono nello stesso periodo donazioni il conte veronese Alberto di San Bonifacio [270], schierato ancora nei primi anni del secolo XII, ma per poco, con l’Impero [271], i trevigiani da Vidor [272], filoimperiali [273], e i vicentini da Vivaro [274], in questo preceduti dalla costante fedeltà all’Impero dei vescovi di Vicenza [275].

Nel quadro politico generale e locale risulta più difficile inserire la donazione effettuata da Cono alla fine della sua vita, in tempore sue mortis, quindi non dopo l’anno 1104, alla chiesa vescovile ferrarese, retta dal vescovo Landolfo, del quale diremo, esponente della riforma, seguace di Matilde di Canossa. Ma la donazione potrebbe trovare una spiegazione nella condizione giuridica dei beni donati, oltre che nella situazione politica generale, che vedeva in gravi difficoltà l’Impero, dilaniato dai contrasti fra Enrico IV e il figlio, e oramai sconfitto nel Regno Italico, anche nella Marca Veronese, nella quale Matilde e il pontefice Pasquale II intervennero direttamente, deponendo nel concilio di Guastalla dell’ottobre 1106 [276] il vescovo filoimperiale Pietro e inviando in Padova il vescovo riformatore Sinibaldo [277].

 

10. I beni già di Cono da Calaone nella Traspadania ferrarese, la contessa Matilde, il capitaneus Nordillo e il vescovo Lanfoldo (1109)

Due documenti dell’anno 1109 mostrano lo svolgimento di una complessa operazione, che ha per oggetto una donazione pro anima di Cono da Calaone alla chiesa vescovile ferrarese e che vede coinvolti la contessa Matilde, un suo capitaneus Nordillo e il vescovo ferrarese Landolfo, assistito da eminenti cittadini.

Con il primo documento [278] il vescovo Landolfo investe in feudo Nordillo de Castello Veteri e i suoi figli di tutti i beni spettanti alla sua chiesa, quelli che Cono da Calaone aveva donato, situati nelle pievi di S. Martino (di Maneggio), S. Donato (in Predurio) e S. Giorgio (in Lavino) [279]; a Nordillo è imposto l’obbligo di “servire” – meglio sarebbe dire, di continuare a servire – la contessa Matilde per tutta la vita; poi, dopo la scomparsa di questa, il vescovo stesso.

Con il secondo documento [280] Matilde refuta al vescovo Landolfo dapprima il fundus di Bariano sul Po, ora Castel Bariano, già proprietà della chiesa ferrarese nel secolo X [281], fundus pervenuto ai Canossa, in forme non note; restituisce poi i beni che il defunto Cono da Calaone, per testamento, in tempore sue mortis, aveva lasciato pro anima alla chiesa vescovile e che dopo la sua morte i fidecommissari – non sono dati i nomi, ma forse si sarà trattato degli stessi già incontrati [282] – avevano consegnato con una carta donationis.

I beni, res, di entità imprecisata, sono gli stessi attribuiti a Cono da Calaone nel documento precedente, anche se nel primo l’ubicazione è fornita per circoscrizioni plebane, nel secondo per singole località. I beni sono situati in Villa Cornitte ovvero Villa Comite o Comeda, presso Fratta Polesine; Maneggio, l’odierna Castelguglielmo; Villanova; Bagnolo Po; Ponzano; Fiesso, ora Fiesso Umbertino; Filzatico; Runzi e Sariano [283].

La donazione di Cono all’episcopio ferrarese, ove dal 1104 era vescovo Landolfo [284], sostenuto da Matilde e favorito dalla Chiesa romana, non era potuta avvenire nell’ignoranza che episcopio e città erano saldamente controllati dalla contessa, dopo che questa aveva riassoggettato nel 1101 la città, che al suo controllo si era sottratta nei due decenni precedenti [285]. Nell’ultimo periodo della sua vita, Matilde, come ha posto in luce il Fumagalli [286], nella consapevolezza della dissoluzione inevitabile del suo ‘stato’, cercava di salvarne le parti aggregandole a centri di potere autonomi, quali gli enti ecclesiastici, monasteri più che chiese vescovili, tranne che a Ferrara e nel suo territorio, ove, a parte Pomposa, che è fuori del territorio ferrarese e si allinea alla politica imperiale [287], non esistevano centri monastici prestigiosi. Ma il favore mostrato verso l’episcopio ferrarese trova ragione soprattutto nell’essere questo retto da Landolfo, che proveniva da una famiglia ferrarese di capitanei legati a Matilde [288], come a lei erano legati i ferraresi Pietro Torello [289] e Guglielmo di Marchesella [290], anch’essi capitanei, che accompagnarono il vescovo a S. Cesario sul Panaro [291].

L’intervento della contessa, che pur rende legittimo il possesso dei beni da parte della chiesa vescovile, come subito constatiamo, non favorisce, per il momento, il vescovo Landolfo, poiché i beni già di Cono tornano, indirettamente, sotto il controllo matildico. Della complessa operazione noi riusciamo a cogliere con difficoltà il fondamento giuridico, effettivo o preteso, che dia ragione dei diritti della contessa sui beni di Cono. Una spiegazione può essere offerta dal diritto feudale, che prevedeva la facoltà di cessione o donazione di beni a terzi da parte di un vassallo con il consenso del proprio senior: un’operazione siffatta, attestata precocemente da un atto scritto [292], era stata effettuata dal vescovo ferrarese Graziano, che aveva concesso in feudo la pieve di S. Giorgio in Lavino – proprio una delle nostre pievi – al conte Ugo, dopo averne ricevuto la refutazione da colui che in precedenza l’aveva detenuta in feudo [293].

Con la refutazione dei beni, già donati da Cono da Calaone alla chiesa ferrarese, la contessa, mentre affermava il suo diritto eminente sui beni stessi, rendeva effettiva la validità della donazione; nel contempo, con l’investitura in feudo [294] dei beni effettuata dal vescovo a Nordillo – assai significativa la clausola, accennata, che prescrive a Nordillo il servizio per Matilde [295] – sono resi evidenti i legami fra Landolfo e Matilde, ma anche la volontà della seconda di non lasciare ad altri la disponibilità di beni situati nella zona fra Tartaro e Po, essenziale per il controllo della bassa pianura veneta e della grande arteria fluviale padana, un territorio ritenuto a rischio per la sua posizione e per la lontananza dai centri principali del dominio canossiano.

Se Cono, come sembra, si era schierato con il partito filoimperiale, potrebbe avere perduto la disponibilità dei suoi possessi nella Traspadania, poiché la stessa Matilde potrebbe essersi reimpadronita di beni concessi in feudo [296] o anche impadronita di altri beni dei da Ganaceto posti nella zona. La donazione per testamento alla chiesa ferrarese diveniva quasi inevitabile.

 

11. L’abbandono dei possessi dei da Ganaceto a fronte nei processi di formazione della signoria vescovile nella Traspadania (secolo XII) e di affermazione del comune ferrarese

I da Ganaceto modenesi rimasero al fianco di Matilde. Lo conferma la presenza al seguito della contessa di alcuni di loro: Iginolfo, con Sigefredo e Lanfranco, dopo avere assistito a placiti svoltisi in vari luoghi del territorio modenese [297], è presente al secondo degli atti del 1109 di cui abbiamo ora trattato.

I da Ganaceto continuarono a mantenere ed anche accrescere i loro possessi nella Traspadania. Essi ricevettero beni in enfiteusi dalla chiesa ravennate: nel 1140 [298] furono investiti dall’arcivescovo di metà del fundus Stienta e di altre terre nella Traspadania [299]; tracce di loro possessi – non sappiamo a quale titolo – si rinvengono a Gaibana [300] e Focomortuo [301] presso Ferrara. È probabile che per un certo periodo, anche dopo la scomparsa di Matilde, essi abbiano continuato a prendere parte attiva alle vicende politiche ferraresi, inserendosi nelle contese fra Ferrara e Ravenna e forse parteggiando per quest’ultima, come l’investitura del 1140 lascerebbe supporre.

In seguito, l’attività politica ferrarese, tesa dalla prima metà del secolo XII alla tutela dei territori ai confini od anche esterni al comitato [302], intrapresa dal vescovo Landolfo e dai suoi successori – ad esempio, i tentativi di impadronirsi di Ostiglia, con il sostegno del comune cittadino [303], e l’acquisto di Melara dal monastero pavese di S. Salvatore [304] –, nonché svolta dalle maggiori famiglie cittadine e, con più decisiva efficacia, dal comune stesso, dovette convincere i da Ganaceto che era più opportuno abbandonare gli impegni ferraresi e dedicarsi alle vicende politiche della loro città [305]. Certamente parte dei beni, che i da Ganaceto ancora possedevano in Trecenta [306], e tutti quelli passati eventualmente alla chiesa di S. Giorgio [307] furono venduti all’episcopio ferrarese.

Nella Traspadania la chiesa vescovile acquisì beni o fece riconoscere i propri diritti eminenti anche nei confronti di altri che per eredità familiare o lasciti avevano ancora a disposizione beni e diritti nella regione, particolarmente a Trecenta: anzitutto nei confronti di coloro che erano stati legati alle vicende dei da Ganaceto. Nel 1177 un discendente del modenese Nordillo refutò alcuni beni in feudo in Trecenta, in particolare la metà del porto, presumibilmente sul Tartaro, ricevendo subito dopo la reinvestitura “di tutto il feudo che era stato del suo avo Nordillo” [308].

Nel decennio 1180-1190 l’episcopio tentò di acquisire i diritti del conte e marchese veronese Alberto, confluiti nel patrimonio del monastero di S. Benedetto di Polirone, come veniamo a conoscere dagli atti di una controversia di quel decennio con il monastero, avente per oggetto la metà del porto di Trecenta, la quarta parte della braida situata presso il castello e, oltre a possessi singoli, la quarta parte dei diritti giurisdizionali, honor e districtus, sul distretto di Trecenta [309]; sedici anni dopo, il monastero concedette tutti i beni e i diritti in enfiteusi allo stesso episcopio, con un atto che copriva una cessione effettiva: nel documento si afferma esplicitamente che i beni erano quelli donati dal marchese Alberto [310].

In Trecenta, infine, l’episcopio continuò ad operare per riunire sotto di sé beni e diritti, pur se la Chiesa romana aveva nel 1182 rivendicato la sua sovranità, proponendosi di tornare ad esercitare direttamente in alcune zone la sua giurisdizione [311]. Ma cinque anni dopo [312], il pontefice Gregorio VIII riconobbe alla chiesa ferrarese i diritti giurisdizionali su numerosi distretti signorili, posti quasi tutti nella Traspadania, comprese Trecenta e Melara.

Sui diritti elargiti, su posizioni di fatto e su acquisizioni recenti si sviluppò la signoria della chiesa vescovile in ampia parte della regione [313]. Costruito così il suo dominio, l’episcopio lo difese contro le pretese di ingerenza da parte del podestà del comune ferrarese, che voleva controllare direttamente il ponte e il porto di Trecenta, riscuotendone i redditi [314], una difesa di diritti specifici che non poneva in dubbio il diritto superiore di giurisdizione politica da parte del comune.

La fine del dominio della Chiesa romana sulla Traspadania, che sanciva l’affermazione definitiva della signoria vescovile, faceva venire meno anche l’interesse del comune cittadino nel rivendicare l’esercizio diretto della giurisdizione mediante l’abolizione dei diritti signorili della chiesa vescovile. Il comune, che nel primo periodo della sua costituzione aveva trovato un freno alla sua affermazione proprio nella sovranità della Chiesa romana su tutto il comitato, città compresa, aveva ravvisato l’opportunità, mentre si ‘liberava’ della tutela pontificia, ottenendo progressivamente il riconoscimento della propria autonomia politica [315], di assoggettare anche il contado, sottoponendo alla sua giurisdizione soprattutto le zone ove più forte e radicata era la presenza della Chiesa romana.

Di fronte alla formazione di un’ampia e organica signoria della chiesa vescovile, una signoria che nella Traspadania si affermò tardivamente e, per così dire, in controtendenza rispetto a quello che si verificava in molte zone della Langobardia, ove la signoria era in via di dissoluzione [316], il comune cittadino si limitò ad imporre la propria giurisdizione superiore, ivi compresi gli obblighi di corrispondere i tributi pubblici [317]. Di fatto, dunque, l’estensione del controllo politico del comune ferrarese nella Traspadania si svolse in modi differenti rispetto al processo generale di ‘comitatinanza’ [318], poiché l’azione di allontanamento e di eliminazione delle famiglie e degli enti ecclesiastici ‘stranieri’ e delle loro basi di potere, patrimoniali e giurisdizionali, obiettivi ed azioni che le forze politiche di tutte le città comunali andavano svolgendo in tempi diversi, nel secolo XII e agli inizi del successivo [319], fu svolta in prevalenza dalla chiesa vescovile.

*  *  *

I protagonisti che abbiamo seguito e le cui vicende si sono intrecciate, in rapporti diretti o indiretti nella Traspadania ferrarese, scomparvero o si ritirarono: scomparvero anzitutto i Canossa, poi i da Calaone; si allontanarono i conti veronesi e, dopo, i da Ganaceto. La zona, che era stata centro di attrazione per potentati ecclesiastici e laici a causa, principalmente, della sua stessa posizione strategica fra Langobardia e Romania, essenziale per il controllo delle importanti vie fluviali, venne assoggettata al comune cittadino, che estese il suo controllo politico sulla pur recente signoria vescovile. Nel frattempo la mobilità delle famiglie signorili ed anche di quella comitale veniva progressivamente a precludersi, agendo esse, se attive politicamente, di prevalenza all’interno dei propri comuni, pur mantenendo e tessendo alleanze esterne.

Diversamente poterono agire i marchesi estensi: verso la fine del secolo XII, ricostituita l’unità della famiglia sotto la guida di Obizzo I, ripresero l’attività espansionistica, questa volta diretta verso i comuni cittadini, i nuovi grandi potentati, ravvivando o attivando clientele vassallatiche e stringendo rapporti di parentela con famiglie dominanti di Verona, Padova e Vicenza, di rango capitaneale ed anche comitale, assumendo la magistratura podestarile a Padova, Ferrara, Verona e Mantova [320].

L’azione che doveva dimostrarsi più duratura e segnare le sorti politiche della famiglia per i secoli seguenti, fu l’ingresso in Ferrara: i marchesi, che si erano avvicinati progressivamente a questa zona di confine e che disponevano a ridosso di essa del monastero di S. Maria di Vangadizza, con il quale erano da tempo in rapporti vassallatici le famiglie capitaneali ferraresi dei Torelli e dei Marchesella-Adelardi, e avevano instaurato rapporti con il monastero di S. Maria di Pomposa, dal penultimo decennio, entrati a pieno titolo nella società ferrarese mediante l’assunzione dell’eredità feudale e politica dei Marchesella, divennero con i Torelli i protagonisti principali delle vicende politiche fino all’affermazione del 1240, che pose le premesse della signoria sulla città, costituitasi giuridicamente nel 1264 con l’elezione di Obizzo II a “signore perpetuo” [321].


Note

[1] A. Castagnetti, L’organizzazione del territorio rurale nel medioevo. Circoscrizioni ecclesiastiche e civili nella ‘Longobardia’ e nella ‘Romania’, I ed. Torino, 1979, II ed. Bologna, 1982, pp. 185-197.

[2] Doc. dell’anno 1000, citato sotto, nota 16.

[3] G. Soranzo, L’antico navigabile Po di Primaro nella vita economica e politica del Delta padano, Milano, 1964, pp. 3-4, con discussione della bibliografia anteriore.

[4] A. Castagnetti, Tra ‘Romania’ e ‘Langobardia’. Il Veneto meridionale nell’alto medioevo e i domìni del marchese Almerico II, Verona, 1991, pp. 7-25.

[5] Ibidem, pp. 44-64.

[6] Ibidem, pp. 64-68.

[7] Avvertiamo fin d’ora che l’apposizione signorile ‘d’Este’ o ‘estensi’, attribuita per comodità ai discendenti dell’obertengo Adalberto Azzo II, che per primo spostò il centro della sua attività nel Veneto meridionale a partire dall’ottavo decennio del secolo XI, compare solo dal 1170 in poi: A. Castagnetti, I conti di Vicenza e di Padova dall’età ottoniana al comune, Verona, 1981, p. 84, nota 347.

[8] Castagnetti, Tra ‘Romania’ cit., pp. 68-69.

[9] A. Castagnetti, Il Veneto nell’alto medioevo, Verona, 1990, pp. 191-194.

[10] C. Manaresi (ed.), I placiti del ‘Regnum Italiae’, voll. 3, Roma, 1955-1960, II/2, n. 278, 1013 maggio 10, Monselice. Cfr. A. Castagnetti, Arimanni in ‘Langobardia’ e in ‘Romania’ dall’età carolingia all’età comunale, Verona, 1996, pp. 102-105; A. Castagnetti, Regno, signoria vescovile, arimanni e vassalli nella Saccisica dalla tarda età longobarda all’età comunale, Verona, 1997, p. 82, nota 91.

[11] R. Schumann, Die Verkehrslage der Emilia-Romagna in vorstaufischer Zeit und ihr Wandel durch den Dammbruch von Ficarolo (1150-1152), «Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken», 57 (1977), pp. 46-68.

[12] Castagnetti, L’organizzazione cit., pp. 180 e 259; A. Castagnetti, Arimanni in ‘Romania’ tra conti e signori, Verona, 1988, p. 52.

[13] Cfr. sotto, testo corrispondente (= t. c.) alla nota 41.

[14] Cfr. sotto, t. c. note 62-67.

[15] Manaresi, I placiti cit., II/1, n. 256, 1000 settembre 24: viene posto il banno imperiale sui beni già concessi in livello al fu Erialdo di Egenulfo. Sui da Ganaceto si vedano G. Tiraboschi, Dizionario topografico-storico degli Stati estensi, 1821-1825, ristampa anastatica, voll. 2, Bologna, 1963, I, pp. 330-332; Castagnetti, L’organizzazione cit., pp. 185-197; R. Rölke, Nobiltà e comune a Modena. Potere e amministrazione nei secoli XII e XIII, I ed. 1994, tr. it. Modena, 1997, pp. 86-90.

[16] A. Franceschini, Giurisdizione episcopale e comunità rurali altopolesane. Bergantino Melara Bariano Trecenta (sec. X-XIV). Documenti, Bologna, 1991, n. 4, 970 (?) febbraio 27, Ganaceto, copia dell’anno 1216 (la redazione della copia può essere stata motivata dai forti interessi che in quel periodo l’episcopio ed altri avevano nella zona: cfr. sotto, par. 11); ma la datazione proposta va corretta in 1000 febbraio 28: oltre al fatto che Elrico od Egelrico, che fu conte di Verona, è ancora vivo nell’autunno 970 (doc. citato sotto, nota 81), rimandano all’anno 1000 l’indicazione di quarto quale anno di impero di Ottone – si tratta di Ottone III, incoronato il 21 maggio 996, non di Ottone II, incoronato il 25 dicembre 967, per cui il febbraio 970 corrisponderebbe al terzo anno di impero – e l’indizione tredicesima. Una conferma ulteriore proviene dal notaio rogatore dell’atto, Ildeprando, poiché egli risulta attivo in Modena nel decennio 993-1003: E. P. Vicini (ed.), Regesto della chiesa cattedrale di Modena, voll. 2, Roma, 1931-1936, I, n. 64, 993 maggio, Modena: donazione alla chiesa vescovile modenese da parte di due coniugi, l’uno già abitante in Formigine, l’altra in Fara, donde proveniva anche uno dei sottoscrittori del documento del Mille; non è forse del tutto casuale che fra l’ampia documentazione edita nel Regesto solo in questo documento appaia la località di Fara, come nel nostro documento del Mille. Altri documenti redatti da Ildeprando, che negli ultimi si sottoscrive quale “notaio e giudice del sacro palazzo”, concernono la chiesa vescovile: ibidem, n. 69, 997 gennaio, Modena: la tecnica di datazione corrisponde a quella del nostro documento; nn. 75 e 76, 1003 aprile 18, Modena.

[17] Nel documento viene impiegato nella sua completezza il formulario della tradizione etnico-giuridica alamanna, che prevede la consegna di oggetti simbolici – coltello, guanto, zolla di terra, ramo d’albero, bastoncino –, cui seguono l’atto di abbandonare il bene, espellendo se stessi dalla terra, e la levatio da terra e la consegna al notaio della pergamena, della penna e del calamaio; a questo punto, il notaio, per ovviare a una dimenticanza, aggiunge, fuori posto, l’andelate ovvero l’andelanc, un oggetto di cui non conosciamo con sicurezza la natura: secondo J. F. Niermeyer, Mediae Latinitatis lexicon minus, Leiden 1954, p. 43, esso indicherebbe un guanto, ma nei formulari guanto ed andelanc appaiono insieme, come risulta da alcuni documenti dei primi decenni del secolo XI, i cui attori professano la legge alamanna, documenti segnalati da A. Castagnetti, Minoranze etniche dominanti e rapporti vassallatico-beneficiari. Alamanni e Franchi a Verona e nel Veneto in età carolingia e postcarolingia, Verona, 1990, pp. 158-160 e passim.

[18] Ancora in un documento del 1025, con cui il vescovo modenese donò beni numerosi al monastero di S. Pietro in Modena, viene precisato che una massaricia, infra curte Gandaceto, era stata venduta da Imilda, moglie di Ugo da Ganaceto: L. A. Muratori, Antiquitates Italicae Medii Aevi, voll. 6, Milano, 1739-1742, I, coll. 1021-1024, doc. 1025 aprile 24, (Modena).

[19] Cfr. sotto, nota 23: documenti degli anni 1011 e 1015.

[20] G. Drei (ed.), Le carte degli Archivi parmensi dei sec. X-XI, II, Parma, 1928, n. 1, 1001 (?) marzo 25, Lecco, ma datato al 975 marzo 28, da E. Hlawitschka, Franken, Alemannen, Bayern und Burgunder in Oberitalien (774-962), Freiburg im Breisgau 1960, cit., p. 141. Sul conte Atto si vedano ibidem, pp. 139-142; V. Fumagalli, Le origini di una grande dinastia feudale. Adalberto-Atto di Canossa, Tübingen 1971, pp. 17-18; V. Fumagalli, Terra e società nell’Italia padana. I secoli IX e X, Torino 1976, pp. 116-117, note 8 e 9; V. Fumagalli, I cosiddetti ‘conti di Lecco’ e l’aristocrazia del Regno Italico tra IX e X secolo, in Formazione e strutture dei ceti dominanti nel Medioevo: marchesi conti e visconti nel Regno Italico (secc. IX-XII), II, Roma, 1996, p. 122.

[21] Le pergamene degli Archivi di Bergamo. A. 740-1000, a cura di M. Cortesi, Bergamo, 1989, p. 317, n. 191, 975 aprile 7, Lecco. Cfr. Fumagalli, I cosiddetti ‘conti di Lecco’ cit., p. 121.

[22] Le pergamene cit., nn. 133 e 134, 975 aprile 9, Lecco. Cfr. C. Violante, Per lo studio dei prestiti dissimulati in territorio milanese (secoli X-XI), in Studi in onore di A. Fanfani, Milano, 1962, pp. 678-681.

[23] Doc. dell’anno 1010, citato sotto, nota 51. In altri negozi un prete svolge il ruolo di intermediario. Negli anni 1011-1015 un prete effettuò due negozi concernenti beni in Nogara, nel luogo di Aspo: dapprima egli, mediante la cessione in permuta di terreni in vari luoghi del comitato veronese, ricevette dall’abate del monastero veronese di S. Zeno un terreno abitativo con viti della superficie di 27 iugeri e terre arative per 173 iugeri (B. Chiappa, Santo Stefano di Isola della Scala, Verona, 1979, pp. 103-105, doc. 1011 luglio 20, nel castello di Insola Cenense, l’odierna Isola della Scala, in territorio veronese); in seguito, per cento soldi cedette a Richilde gli stessi beni, collocati nel luogo medesimo e della medesima superficie (G. Tiraboschi, Storia dell’augusta badia di S. Silvestro di Nonantola. II. Codice diplomatico, Modena, 1785, n. 109, anno 1015, Nogara). Si correggano alcune imprecisioni in F. Bougard, Dot et douaire en Italie centro-septentrionale, VIIIe-XIe siècle. Un parcours documentaire, in Dots et douaires dans le haut Moyen Âge, Roma, 2002, p. 77, che, riferendosi all’atto del 1015, ora citato, e a un altro del 1017 (A. Falce, Documenti inediti dei duchi e marchesi di Tuscia (secc. VII-XII), in «Archivio storico italiano», ser. 7a, VII [1927], pp. 63-87, 241-292, a pp. 255-258, n. 1, 1017 marzo 26, [Revere]: acquisto da parte della contessa Richilde per cento lire di beni in vari luoghi, situabili negli odierni territori modenese e bolognese), parla di acquisti di “terres de Mantoue”, beni terrieri che invece non sono situati in questo territorio, e dell’impiego di somme di lire mille e duemila, ma si tratta di cento soldi e di cento lire.

[24] Manaresi, I placiti cit., III/1, n. 362, 1044 maggio 24, Cavenago: nel placito sono presentati tre atti del 1025. Illustrazione della vicenda in Violante, Per lo studio cit., pp. 676-677, e in Bougard, Dot et douaire cit., pp. 85-86. A Rolinda, figlia di Lanfranco, conte di Bergamo e conte di palazzo, dedica alcuni cenni F. Menant, Lombardia feudale. Studi sull’aristocrazia padana nei secoli X-XIII, Milano, 1992, pp. 68 e 87; cfr. la tavola genealogica in app., pp. 351-352, fig. 1.

[25] Violante, Per lo studio cit., p. 675 e passim; Bougard, Dot et douaire cit., pp. 86-87.

[26] A. Castagnetti, Società e politica a Ferrara dall’età postcarolingia alla signoria estense (secoli X-XIII), Bologna, 1985, app. II, n. 9, 1027 marzo 12, Trecenta, edito anche da C. Frison, Proprietà del monastero di S. Pietro di Modena nel Veronese (secoli XI-XIII), in AA. VV., Il Millenario di S. Pietro di Modena. II. Studi e documenti, Modena, 1985, app., n. 1.

[27] Il formulario della tradizione etnico-giuridica alamanna è completo e corretto, mancando solo il riferimento all’andelanc, menzionato, invero, ‘fuori posto’, nel documento del Mille (doc. citato sopra, nota 16, e cfr. nota 17). All’atto assistono quattro testimoni alamanni.

[28] Le vicende del monastero di S. Pietro di Modena sono delineate da G. Spinelli, Mille anni di vita monastica, in S. Pietro di Modena. Mille anni di storia e di arte, Milano, 1984, pp. 9 ss.; ibidem, pp. 21-22 per la donazione di Cono.

[29] Sul corso del fiume Muclena si veda Castagnetti, L’organizzazione cit., pp. 74-79; può essere utile il tracciato del fiume delineato nella cartina elaborata in A. Castagnetti, Flexo e Carpi nell’alto medioevo. La storia dei territori come verifica di teorie e ricerca delle radici delle autonomie, in Mirandola e le terre del Basso Secchia, Modena, 1984, p. 23.

[30] Documenti in Vicini, Regesto cit., I, dal n. 95, 1019 febbraio 10, Modena, al n. 218, 1056 aprile, Modena. Fra questa documentazione rogata dal notaio Tanfredo, segnaliamo un’enfiteusi concessa per beni in Massa dal vescovo ad un Ugo da Ganaceto figlio della defunta Teuzana: ibidem, I, n. 137, 1032 marzo 29, Modena.

[31] Il centro amministrativo dei possessi in Minerbe donati da Cono fu dal monastero modenese stabilito in Trecenta, come mostra un livello del 1088 per terre a Minerbe, il cui fitto deve essere condotto a Trecenta (Frison, Proprietà del monastero cit., app., n. 3, 1088 marzo 12, Minerbe). Nel secolo XII le terre furono cedute al monastero veronese, forse non ancora in proprietà definitiva, nonostante che in un documento di fitto delle terre da parte della badessa di S. Michele ad uomini di Minerbe si dichiari che queste erano state acquistate: «... que terra ... abatissa ... comperavit» (Archivio di Stato di Verona, S. Michele in Campagna, perg. n. 32, 1138 marzo 2, copia del secolo XII). Nell’anno 1215 le stesse terre, gravate fino a quel momento da un censo in denaro, furono definitivamente vendute dal monastero modenese a quello veronese: probabilmente in quell’occasione, secondo una prassi consueta, furono ceduti con le terre anche i documenti anteriori ad esse relativi, in particolare l’atto di donazione del 1027, che ne sanciva il diritto originario di proprietà. Si veda per la vendita del 1215 il rinvio alla documentazione in V. Recchia Monese, Aspetti sociali ed economici nella vita di un monastero benedettino femminile. S. Michele in Campagna dal secolo XI al periodo ezzeliniano, «Archivio veneto», ser. V, XCVIII (1973), pp. 43-44.

[32] L’indicazione di Ficarolo quale località compresa nella pieve di S. Giorgio (in Lavino) è errata, poiché Ficarolo, fin dal secolo precedente, era sede di una pieve di S. Maria (Castagnetti, L’organizzazione cit., p. 175; ibidem, pp. 181-182, per lo spostamento della pieve di S. Giorgio in Trecenta). Senza supporre l’esistenza di un’altra località omonima, è possibile spiegare l’errata ubicazione con la vicinanza di Ficarolo al territorio della pieve di S. Giorgio in Lavino, un errore d’altronde comprensibile per un notaio modenese, poco esperto probabilmente dei luoghi.

[33] Il riferimento alla circoscrizione plebana è proprio delle tecniche ubicatorie impiegate nella documentazione della Romania: Castagnetti, L’organizzazione cit., pp. 229 ss.

[34] I beni sono confermati al monastero di S. Pietro nel privilegio pontificio del 1186: J. v. Pflugk-Harttung (ed.), Acta pontificum Romanorum inedita, voll. 3, Tübingen-Stuttgart, 1880-1888, III, n. 370, 1186 aprile 10; reg. P. F. Kehr, Italia Pontificia. V. Aemilia sive provincia Ravennas, Berlino, 1911, p. 317, n. 12.

[35] Franceschini, Giurisdizione episcopale cit., nn. 47 e 48, 1206 ottobre 26, Trecenta. Su Duca da Ganaceto cenni in Rölke, Nobiltà e comune cit., p. 88.

[36] Vicini, Regesto cit., I, n. 183, 1038 settembre 17, Cornigliano.

[37] Donazione di beni ad un ente ecclesiastico e concessione da parte di questo ai donatori degli stessi beni, iure precario et enfiteoticario, accresciuti a volte con altri più estesi, rinviano ad una prassi contrattuale diffusa, soprattutto ad opera di proprietari laici di elevata condizione sociale: si tratta di contratti conosciuti come ‘precarie remunerative’, praticati, ad esempio, dal marchese Bonifacio di Canossa (Castagnetti, Società e politica cit., p. 220).

[38] Da un atto precedente risulta che Bonifacio possedeva tre mansi in Fredo: Vicini, Regesto cit., I, n. 147, 1033 maggio 21, Isola Cenise (per il toponimo, cfr. sopra, nota 23).

[39] Doc. dell’anno 1000, citato sopra, nota 16.

[40] Cfr. sopra, t. c. note 19-25. Nel documento del 1015, citato sopra, nota 23, agisce la contessa Richilde, moglie del marchese Bonifacio. Si sofferma su questo documento R. Rinaldi, Da Adalberto Atto a Bonifacio. Note e riflessioni per l’edizione di un Codice Diplomatico Canossano prematildico, «Bullettino dell’Istituto storico italiano per il Medio Evo e Archivio muratoriano», 101 (1997-1998), p. 80; l’autrice sottolinea l’intensità dei rapporti di Richilde con esponenti del clero comitatino, come risulta da quattro documenti stipulati dalla sola Richilde nel periodo 1010-1017 (ibidem, pp. 72-73, nota 150: ma i documenti sono tre, poiché uno stesso documento è indicato in due edizioni: Tiraboschi, Codice diplomatico cit., n. 112, 1017 marzo 26, Revere, doc. b, estratto, e in Falce, Documenti inediti cit., n. 9/1, pp. 255-257), nonché il ruolo di presenza strumentale e di intermediari svolto dagli ecclesiastici (Rinaldi, Da Adalberto Atto cit., pp. 80-81).

[41] A. Overmann, Gräfin Mathilde von Tuscien. Geschichte ihres Gutes von 1115-1230 und ihre Regesten, Innsbruck, 1895, pp. 21-23; O. Vehse, Ferrareser Fälschungen, «Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken», XXVII (1936), poi in tr. it. con il titolo O. Vehse, Le origini della storia di Ferrara, Ferrara, 1957, p. 128; F. Bocchi, Istituzioni e società a Ferrara in età precomunale. Prime ricerche, Ferrara, 1979, pp. 92-100; Castagnetti, Società e politica cit., pp. 39-40. Recentemente P. Bonacini, Sulle strade dei Canossa dal Parmense tutto intorno, in Studi matildici, IV, Modena, 1997, pp. 17-22, ha prospettato l’ipotesi che l’assegnazione del comitato di Ferrara al marchese Tedaldo sia avvenuta per iniziativa di Enrico II.

[42] A. Fumagalli, Le origini di una grande dinastia feudale. Adalberto-Atto di Canossa, Tübingen, 1971, pp. 28-29.

[43] M. G. Bertolini, Bonifacio di Toscana, in Dizionario biografico degli Italiani, XII, Roma, 1970, pp. 96-113.

[44] V. Fumagalli, I Canossa tra realtà regionale e ambizioni europee, in Studi matildici, III, Modena, 1978, pp. 28-31.

[45] Castagnetti, L’organizzazione cit., pp. 113-115.

[46] DD Heinrici IV, n. 357, 1055 novembre 11, ove è fatto riferimento esplicito all’usurpazione del marchese Bonifacio. Per il controllo del castello da parte dei Canossa, fino a Matilde, si veda Castagnetti, L’organizzazione cit., pp. 136-138, 201-202.

[47] Ibidem, p. 142.

[48] Cfr. sotto, t. c. nota 67.

[49] Castagnetti, Società e politica cit., pp. 39 ss.

[50] C. G. Mor, Dalla caduta dell’impero al comune, in Verona e il suo territorio, II, Verona, 1964, pp. 148-149, tratta della penetrazione dei Canossa nella bassa pianura veronese; cfr. Bertolini, Bonifacio cit., pp. 98-107. Per la distribuzione dei possessi dei Canossa nella pianura padana medio-orientale si veda la carta storico-geografica annessa ad Overmann, Gräfin Mathilde cit.; cfr. Bertolini, Bonifacio cit., p. 105.

[51] Falce, Documenti inediti cit., pp. 77-84, doc. 1010 ottobre 10, rogato nel castello di Nogara: acquisti per duemila lire di Richilde, di lì a poco sposa di Bonifacio di Canossa.

[52] G. Rossetti, Formazione e caratteri delle signorie di castello e dei poteri territoriali dei vescovi sulle città nella ‘Langobardia’ del secolo X, «Aevum», XLIX (1975), pp. 280-281.

[53] A. Castagnetti, Fra i vassalli: marchesi, conti, 'capitanei', cittadini e rurali, Verona, 1999, app., n. 45, 1042 settembre 28, Porto Mantovano.

[54] Ibidem, pp. 97-102.

[55] Ibidem, pp. 103-104.

[56] A. Castagnetti, Le due famiglie comitali veronesi: i San Bonifacio e i Gandolfingi-di Palazzo (secoli X-inizio XIII), in Studi sul medioevo veneto, a cura di G. Cracco, Torino, 1981, p. 64.

[57] Cfr. sopra, nota 55, e sotto, nota 94.

[58] Sulla navigazione fluviale nell’alto e basso medioevo per la via dell’Adige attraverso Porto e Legnago e sull’importanza strategica della zona si veda A. Castagnetti, La pieve rurale nell’Italia padana. Territorio, organizzazione patrimoniale e vicende della pieve veronese di S. Pietro di ‘Tillida’ dall’alto medioevo al secolo XIII, Roma, 1976, pp. 46 ss.

[59] Archivio di Stato di Verona, Ospedale civico, perg. n. 1 app. e perg. 223, ante 31 maggio 1151: deposizioni rese al processo per Ostiglia.

[60] V. Fainelli, Codice diplomatico veronese, voll. 2, Venezia, 1940-1963, I, n. 128, 827 marzo 11 (ma 22): «... fossa que dicitur Olobia exiente de Pado percurrente in Tartaro».

[61] Castagnetti, L’organizzazione cit., pp. 201-202.

[62] Falce, Documenti inediti cit., pp. 264-272, doc. 1017 marzo 26, con a fronte il testo interpolato già edito in Muratori, Antiquitates Italicae cit., II, coll. 127-130. Nella redazione interpolata fu introdotta, nella seconda metà del secolo XIII, epoca cui risale la copia (Falce, Documenti cit., pp. 251-252), la descrizione della corte di Trecentola, presso Casumaro, come si trattasse di Trecenta, nel cui territorio, secondo il documento autentico, si trovano i beni donati al monastero di Nonantola dai Canossa. I passi interpolati, che si leggono anche ibidem, pp. 267 ss., testo nelle colonne a destra, hanno generato molti equivoci negli studiosi (del resto anche il Falce, ibidem, pp. 251-252, erra nel trattare di Trecenta e Trecentula, probabilmente per la scarsa conoscenza dei luoghi). La corte di Trecentula, presso Casumaro, fu donata alla contessa Richilde dall’imperatore Enrico II (DD Heinrici II, n. 349, anno 1016): la corte confina, fra l’altro, con il fiume Muclena (per il corso del Muclema si veda sopra, nota 29). Sull’attività patrimoniale di Richilde cfr. sopra, note 24 e 40.

[63] Castagnetti, L’organizzazione cit., pp. 316-317.

[64] Per questa terra arimannorum si veda Castagnetti, Arimanni in ‘Langobardia’ cit., p. 174-176.

[65] I documenti nonantolani seguono l’uso di quelli modenesi, per i quali subto indica il nord.

[66] Sul conte Guarino si veda Castagnetti, Società e politica cit., pp. 102-104.

[67] Overmann, Gräfin Mathilde cit., pp. 21 e 63; Castagnetti, L’organizzazione cit., p. 184 e passim

[68] Kehr, Italia pontificia cit., V, p. 238.

[69]  Ibidem, V, pp. 238-239.

[70] Doc. dell’anno 1000, citato sopra, nota 16.

[71] Doc. dell’anno 1038, citato sopra, nota 36.

[72] Castagnetti, L’organizzazione cit., p. 129.

[73] Ibidem, pp. 127 ss. e 148 ss..

[74] Muratori, Antiquitates Italicae cit., V, coll. 209-212, 1195 aprile 26; reg. Kehr, Italia pontificia cit., V, p. 322, n. 6.

[75] Cfr. sotto, t. c. note 96 e 297.

[76] Doc. dell’anno 1000, citato sopra, nota 16.

[77] R. Bordone, Un’attiva minoranza etnica nell’alto medioevo: gli Alamanni del comitato di Asti, «Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken», 54 (1974), pp. 23-24; Castagnetti, Minoranze etniche cit., p. 160.

[78] Ibidem, pp. 157-172.

[79] Castagnetti, Le due famiglie cit., p. 50.

[80] L. Schiaparelli, I diplomi di Ugo e di Lotario, di Berengario II e Adalberto, Roma, 1924, n. 3, 960-961 agosto.

[81] E. Gabotto, A. Lizier, A. Leone, G. B. Morandi e O. Scarzello (ed.), Le carte dell’Archivio capitolare di Santa Maria di Novara, I, Pinerolo 1913, n. 70, 970 ottobre 8. Sull’attività del conte Egelrico si veda G. Andenna, Grandi patrimoni, funzioni pubbliche e famiglie su di un territorio: il ‘comitatus Plumbiensis’ e i suoi conti dal IX all’XI secolo, in Formazione e strutture dei ceti dominanti nel Medioevo: marchesi conti e visconti nel Regno Italico (secc. IX-XII), I, Roma, 1986, pp. 188-189, 209-210, e G. Sergi, I confini del potere, Torino, 1995, pp. 205-210.

[82] Castagnetti, Le due famiglie comitali cit., p. 52.

[83] Ibidem, tavola genealogica fra pp. 58-59, nella quale non viene segnalata, ovviamente, la presenza di Imilda; due schizzi genealogici anche in A. Castagnetti, La società veronese nel Medioevo. II. Ceti e famiglie dominanti nella prima età comunale, Verona, 1987, pp. 136-137. Ma si veda ora lo schizzo genealogico in app., tav. 1.

[84] A. Castagnetti, La feudalizzazione degli uffici pubblici, in Il feudalesimo nell’alto medioevo, voll. 2, Spoleto, 2000, II, p. 765 e passim.

[85] Esposizione sintetica in A. Castagnetti, Le famiglie comitali della Marca Veronese (secoli X-XIII), in Formazione e strutture cit., II, pp. 85-111.

[86] Castagnetti, Le due famiglie cit., pp. 52-53.

[87] Quando il presente contributo era già elaborato nella sostanza, è apparso il contributo di G. M. Varanini, Soave: note di storia medievale (IX-XIV sec.), in Soave “terra amenissima, villa suavissima”, a cura di G. Volpato, Soave, 2002, pp. 39-74. L’autore (ibidem, pp. 43-44) segnala una prima attestazione di un abitante nel vicus Altussuavus o Alto Soave (Fainelli, Codice diplomatico veronese cit., I, n. 253, 877 gennaio, Verona; ma si tenga presente che in Manaresi, I placiti cit., I, n. 81, si legge Altermanus, lettura probabilmente errata, poiché di un vicus Altermanus non è traccia nel Veronese; d’altronde, nei Placiti altre volte compaiono letture errate dei toponimi, per la comprensibile scarsa conoscenza dei luoghi da parte dell’editore), cui seguono altre del secolo X, in relazione a persone di Soave o di Alto Soave, probabilmente imparentate con la precedente, come ipotizza plausibilmente il Varanini, le quali persone si sottosegnano ad atti del conte veronese Ingelfredo (Fainelli, Codice diplomatico cit., II, n. 126, 914 dicembre, Verona) e del conte veronese e marchese Milone (ibidem, II, n. 255, 955 luglio 10, Ronco).

[88] Due privilegi di Federico I per i conti Bonifacio e Sauro, certamente falsi, ma che riflettono nel loro contenuto dispositivo la situazione coeva, riconoscono la giurisdizione comitale su Soave: DD Friderici I, n. 1060, 1165 febbraio 7, Pavia, e n. 1071, 1178 febbraio 6, Venezia. Cfr. Castagnetti, Le due famiglie cit., p. 89, e A. Castagnetti, La Valpolicella dall’alto medioevo all’età comunale, Verona, 1984, p. 43; Varanini, Soave cit., pp. 46-47.

[89] Castagnetti, Il Veneto cit., pp. 205-257 per il processo di formazione delle signorie rurali in territorio veronese.

[90] Doc. degli anni 960-961, citato sopra, nota 80.

[91] Archivio Capitolare di Verona, perg. II, 5, 1r, 1001 febbraio 12, castro Alto Suave. Cfr. Castagnetti, Minoranze etniche cit., p. 166; Varanini, Soave cit., p. 45.

[92] G. G. Dionisi, Veteris Veronensis agri topographia, in De duobus episcopis Aldone et Notingo Veronensi ecclesiae assertis et vindicatis dissertatio, Verona, 1758, n. 30, 973 marzo, Verona; Archivio di Stato di Verona, S. Maria in Organo, perg. 3 app.*, 987 novembre, Verona, nel quale si nominano anche una chiesa di S. Fermo e il vicus Insula.

[93] Cfr. sopra, t. c. note 46-52.

[94] Cfr. sopra, t. c. note 53-54.

[95] Castagnetti, L’organizzazione cit., pp. 186-187.

[96] Rölke, Nobiltà e comune cit., pp. 86-90; P. Bonacini, ‘Capitanei’ e ceto dominante a Modena nei secoli XI-XII, in La vassallità maggiore del Regno Italico: i ‘capitanei’ nei secoli XI-XII, a cura di A. Castagnetti, Roma, 2001, pp. 270-271.

[97] Doc. dell’anno 1027, citato sopra, nota 26.

[98] Sul conte e marchese Alberto si vedano Castagnetti, Le due famiglie cit., pp. 62-70, e Castagnetti, Fra i vassalli cit., pp. 124-126 e passim.

( [99] ) A. Gloria, Codice diplomatico padovano dal secolo sesto a tutto l’undecimo, Venezia, 1877, e Codice diplomatico padovano dall’anno 1101 alla pace di Costanza (25 giugno 1183), voll. 2, Venezia, 1879-1881 (d’ora in poi CDP, I, II e III), II, n. 275, 1135 febbraio 15, edito anche in P. Torelli (ed.), Regesto mantovano, Roma, 1914, n. 229. Il conte e marchese Alberto non lasciò eredi legittimi.

[100] Valga per tutte l’ultima conferma di Matilde al monastero di Polirone, che riassume tutte le precedenti: E. Goez e W. Goez (ed.), Die Urkunden und Briefe der Markgräfin Mathilde von Tuszien, Hannover, 1998, n. 138, 1115 maggio 6. Sulla fondazione e le vicende di S. Benedetto di Polirone e i rapporti con i Canossa si vedano i contributi raccolti in Storia di San Benedetto di Polirone. Le origini (961-1125), a cura di P. Golinelli, Bologna, 1998.

[101] Torelli, Regesto mantovano cit., n. 204, 1129 gennaio 25, Bondeno; n. 205, 1129 aprile 10, Bondeno; n. 224, 1134 febbraio 4, Ronco. Cfr. Castagnetti, L’organizzazione cit., pp. 136-137, 231.

[102] Ibidem, n. 401, 1180 gennaio 23 = Kehr, Italia pontificia cit., V, p. 217, n. 41; Torelli, Regesto mantovano cit., n. 413, 1182-1183 marzo 24 = Kehr, Italia pontificia cit., V, p. 217, n. 44; Torelli, Regesto mantovano cit., n. 434, 1186-1187 gennaio 23 = Kehr, Italia pontificia cit., V, p. 218, n. 47; Torelli, Regesto mantovano cit., n. 444, 1187 novembre 13 = Kehr, Italia pontificia cit., V, p. 219, n. 51; Torelli, Regesto mantovano cit., n. 465, 1190 aprile 4 = Kehr, Italia pontificia cit., V, p. 219, n. 53.

[103] Franceschini, Giurisdizione episcopale cit., n. 37, 1196 maggio 17, Ferrara.

[104] La permanenza di beni in Trecenta nella famiglia dei da Ganaceto è attestata dal riferimento a una cessione di beni nella zona effettuata da Duca da Ganaceto all’episcopio ferrarese: doc. dell’anno 1206, citato sopra, nota 35.

[105] Si tenga presente che la ‘dote’, come donatio ante nuptias alla promessa sposa da parte dello sposo, è tipica della tradizione franco-salica, secondo la quale vivevano i conti di Verona e alla quale si avvicina quella alamanna dei da Ganaceto, che proprio nel corso del secolo XI si avvia ad essere assimilata alla legge franca (cfr. sopra, t. c. nota 77): G. Vismara, I rapporti patrimoniali tra coniugi nell’alto medioevo, in Il matrimonio nella società altomedievale, voll. 2, Spoleto, 1977, II, pp. 656-658; pp. 668-669 per la documentazione italica del secolo X. Per la consistenza del terzo sui beni del marito, si veda sotto, nota 120.

[106] Tali sono le designazioni proposte, per chiarezza di terminologia e di comprensione, da M. Parisse, Conclusion, in Dots et douaires cit., pp. 536 e 539-530, per l’assegnazione di beni, immobili e mobili, da parte del padre alla figlia, una dotazione che è poco conosciuta in quanto avveniva per via orale, e va distinta da quella più nota, di tradizione germanica, della dote indiretta, costituita dal fidanzato per la sposa, comprendente dotazioni anteriori e immediatamente successive alle nozze, variamente previste e regolate nell’ambito delle leggi delle popolazioni germaniche. Bougard, Dot et douaire cit., pp. 76-77, dopo avere mostrato come tra X e XI secolo inizi ad essere documentata la dotazione parentale di tradizione longobarda, il faderfio (cfr. Vismara, I rapporti patrimoniali cit., p. 646-647), inizi parimenti ad essere attestata la dote diretta per coniugi viventi a legge salica, una dotazione che non assume, tuttavia, un nome specifico (Bougard, Dot et douaire cit., pp. 77-78): fra i documenti elencati dall’autore, due concernono persone viventi a legge salica e alamanna. Con il primo Chepa, figlia del defunto conte Vuezili, di legge alamanna, dona alla figlia Riccarda una curtis nel comitato di Treviso, a lei pervenuta per cartulam donacionis dal primo marito, il conte Oyzo: si intenda, come propone il Bougard, che la donazione è effettuata nella prospettiva, non dichiarata, di un matrimonio della figlia, attuando un “bel exemple de circulation des biens en ligne féminine, aux prix de changement d’étiquette entre assignation maritale e la dot”, ovvero tra la dote indiretta o donazione del marito e la dote diretta o donazione parentale: Lanfranchi (ed.), S. Giorgio Maggiore. II. Documenti 982-1159, Venezia, 1968, n. 5, 1022 agosto 27, Rasia. Con il secondo documento Folcaldo e il figlio Attone, di legge salica, donano ad Otta, rispettivamente figlia e sorella, un manso e tre servi; la finalità della donazione, anche qui non dichiarata, è certa, poiché due anni dopo Otta risulta sposata: Gabotto et alii, Le carte cit., n. 159, 1024 giugno 21, Casalvolone, e n. 163, 1028 ottobre 30, Casalvolone.

[107] Sulle capacità di eredità delle donne franche, si veda F.-L. Ganshof, Le statut de la femme dans la monarchie franque, in La femme, II, Bruxelles, 1962, pp. 33-36, che, dopo essersi soffermato sulle limitazioni stabilite dalle leggi, mostra l’evoluzione delle stesse in suo favore, confermata dagli atti della pratica (ibidem, p. 37); cfr. M. T. Guerra Medici, I diritti delle donne nella società altomedievale, Napoli, 1984, p. 120.

[108] Cfr. sopra, testo seguente la nota 19.

[109] Cfr. sopra, t. c. nota 31.

[110] Il conte e marchese Alberto lascia nel suo testamento i beni in Minerbe ai figli naturali Bonifacio e Garsendonio: doc. dell’anno 1135, citato sopra, nota 99.

[111] G. Fasoli, Castelli e signorie rurali, I ed. 1966, poi in G. Fasoli, Scritti di storia medievale, Bologna 1974, pp. 49-77; G. Tabacco, La storia politica e sociale. Dal tramonto dell’Impero alle prime formazioni di Stati regionali, in Storia d’Italia, a cura di R. Romano, C. Vivanti, II/1, Torino 1974, pp. 142-167; Rossetti, Formazione e caratteri cit., II, pp. 243-309; V. Fumagalli, Il Regno Italico, in Storia d’Italia, diretta da G. Galasso, II, Torino 1978, pp. 215-249; C. Violante, La signoria rurale nel contesto storico dei secoli XI-XII, in Strutture e trasformazioni della signoria rurale nei secoli X-XIII, a cura di G. Dilcher, C. Violante, Bologna, 1996, pp. 17-25.

[112] Valga, a titolo indicativo, un esempio vicino nel tempo, anche se l’attore è di legge longobarda e di altra regione. In una carta de morgincap del 1029, redatta in Arezzo, fra i numerosi beni, costituenti la quarta parte del patrimonio, promessi dallo sposo alla sua futura moglie, fra i quali figuravano quattro curtes con castelli e cappelle, nella cessione di una delle curtes viene eccettuato il castello: esepto castello; il documento, edito da U. Pasqui (ed.), Documenti per la storia della città di Arezzo nel Medio Evo, I, Firenze 1899, n. 133, 1029 novembre 3, Arezzo, è segnalato da M. Bellomo, Ricerche sui rapporti patrimoniali tra coniugi. Contributo alla storia della famiglia medievale, Milano, 1961, pp. 4-5. Un secondo esempio, più tardo, con un attore ancora di legge longobarda e in territorio milanese, mostra un prete Nazario che esclude dalla successione sui beni situati in un suo castello le donne, vietando nel caso specifico l’applicazione dei diritti ereditari derivati dalla quarta; il documento, ora edito in Gli atti privati milanesi e comaschi del secolo XI, voll. 4, Milano, 1933-1969, I, ed. G. Vittani e C. Manaresi; II-IV, ed. C. Manaresi e C. Santoro, IV, n. 760, 1090 novembre, Milano, ove il termine quartam viene integrato, in modo poco opportuno, con partem, è stato segnalato da P. S. Leicht, Il diritto privato preirneriano, Bologna, 1933, p. 100, nota 1, e ripreso da Bellomo, Ricerche cit., p. 6. Sulla quarta, così denominata per il valore corrispondente alla quarta parte dei beni del marito, assunto dalla morgengabe, già sancita dalla legislazione longobarda, si veda Vismara, I rapporti patrimoniali cit., pp. 663-664 e la letteratura, citata sotto, nota 120.

[113] Ricordiamo, ad esempio, la concessione del vescovo Sinibaldo al monastero di S. Benedetto di Polirone di costruire in Conche una chiesa, dotandola di fonte battesimale e dei diritti di decima in Conche e in una nuova villa in edificazione presso Fogolana: CDP, II, n. 33, 1107 marzo 15, Padova. Cfr. A. Castagnetti, Le dipendenze polironiane nella Marca Veronese fra XI e XII secolo, in L’Italia nel quadro della espansione europea del monachesimo cluniacense, Cesena, 1985, pp. 111-112.

[114] Per l’identificazione dei luoghi e l’idrografia della zona rinviamo alla cartina storico-geografica in appendice: a nord del Retrone-Bacchiglione, che scendeva da Bovolenta a Castel di Brenta – ora Brenta dell’Abbà –, e sopra il fiume Brenta si stendeva il territorio della Saccisica. Sui corsi dei fiumi Retrone-Bacchiglione e Brenta nel periodo considerato si vedano discussione e letteratura in Castagnetti, Regno, signoria vescovile cit., p. 65, nota 31; indicazione dei percorsi nella cartina in appendice, p. 425; ancora utile P. Pinton, Idrografia e toponomastica dell’antica Saccisica, «Bollettino della Società geografica italiana», XXXI (1894), passim e cartina a fronte di p. 612.

[115] Castagnetti, I conti cit., pp. 64-65 e passim; A. Castagnetti, La società veneziana nel medioevo. II. Le famiglie ducali dei Candiano, Orseolo e Menio e la famiglia comitale vicentino-padovana di Vitale Ugo Candiano (secoli X-XI), Verona, 1993, pp. 19-21, 55-59, 96-99 e passim.

[116] I conti vicentino-padovani, differenziatisi in due rami dopo la metà del secolo XI, discendevano da un Candiano: ibidem, pp. 34-37 e 85-99. Si veda lo schizzo genealogico in app., tav. 5.

[117] CDP, I, n. 205, 1069 agosto 14, Padova. Sul conte Alberto di Padova si veda Castagnetti, I conti cit., pp. 45-46.

[118] CDP, II, n. 187, 1129 giugno 12, Padova.

[119] Castagnetti, Le due famiglie cit., pp. 61-62.

[120] Poiché i San Bonifacio professavano la legge salica, i beni pervenuti a Giuditta potevano fare parte della dos o donatio ante nuptias e della tertia spettante inizialmente alla vedova sui beni acquisiti dai coniugi durante il matrimonio, poi su tutti i beni del marito – frutto dell’influenza longobarda, secondo Bougard, Dot cit., p. 68. Nei documenti italici dal secolo IX, dos e tertia appaiono quali sinonimi e tendono a confondersi in un unico istituto: Vismara, I rapporti patrimoniali cit., p. 667-669; in particolare, ibidem, pp. 670 e 681, per l’evoluzione della legislazione successoria, longobarda e salica, e della pratica in senso favorevole alla donna con l’affermazione di “una specie di condominio sul patrimonio del marito”, che si concretizzava in un diritto di piena proprietà per la vedova sui beni a lei spettanti, la cui entità si accresceva in assenza o premorte dei figli del primo matrimonio, così che le vedove erano molte apprezzate, particolarmente quelle già maritate con un membro di una famiglia ricca e prestigiosa. Ancora utili sono gli studi di F. Brandileone, Studii preliminari sullo svolgimento dei rapporti patrimoniali fra coniugi in Italia, «Archivio giuridico F. Serafini», LXVII (1901), pp. 267-260, che porta esemplificazione da documenti dei secoli IX-X; F. Schupfer, Il diritto privato dei popoli germanici con speciale riguardo all’Italia, voll. 3, Città di Castello e Roma, II ed., 1913-1915, II, pp. 140-143; P. Vaccari, Il matrimonio germanico, Pavia, 1935, pp. 36-37; Leicht, Il diritto privato cit., pp. 88-105; Guerra Medici, I diritti cit., pp. 104-106, 112, 121; infine, Bellomo, Ricerche cit., pp. 5-7 per la quarta, longobarda, e la tertia, franca, ove si pone in luce il processo evolutivo che in età comunale porterà ad una limitazione sempre più accentuata della possibilità della moglie e ancor più della vedova del diritto di disporne dopo la morte del marito, fino alla soppressione dell’istituto.

[121] CDP, II, n. 188, 1129 giugno 20, Concadalbero.

[122] CDP, II, n. 189, 1129 giugno 27, Porto di Legnago: il viaggio di ritorno da Concadalbero a Porto di Legnago dovette avvenire lungo la via fluviale dell’Adige, raggiunto attraverso canali intersecanti la zona fra Bacchiglione ed Adige: V. Bellemo, Il territorio di Chioggia, Chioggia, 1893, p. 135.

[123] CDP, II, n. 284, 1135 novembre 29, Padova.

[124] Sulla famiglia dei Crescenzi si veda Castagnetti, Ceti e famiglie cit., pp. 22-27. Cfr. schizzo genealogico in app., tav. 6.

[125] F. Schneider, Aus S. Giorgio in Braida zu Verona, in Papsttum und Kaisertum (Festgabe P. F. Kehr), München, 1928, pp. 185-206, n. 5, 1100 novembre 30, castello di Este, riedito in Castagnetti, Mercanti, società e politica nella Marca Veronese-Trevigiana (secoli XI-XIV), Verona, 1990, app., n. 2. Su Guelfi ed Estensi cfr. sotto, parr. 8.1-8.2.

[126] Castagnetti, Ceti e famiglie cit., pp. 60-64.

[127] Castagnetti, Fra i vassalli cit., pp. 95-102 sui capitanei da Lendinara, ripreso in A. Castagnetti, Da Verona a Ravenna per Vicenza, Padova, Trento e Ferrara, in La vassallità maggiore cit, pp. 357-361.

[128] CDP, II, n. 71, 1115 ottobre 2, Este.

[129] Castagnetti, I conti cit., pp. 92-95.

[130] CDP, II, n. 259, anno 1134, Concadalbero.

[131] Doc. dell’anno 1135, citato sopra, nota 99.

[132] I destinatari sono il conte Rambaldo, titolare dell’ufficio comitale trevigiano, e il conte Alberto, che apparteneva ad un ramo della famiglia comitale trevigiana. Rambaldo, comes Tarvisinus, assiste al secondo atto testamentario di Alberto di San Bonifacio: G. Castegini, I. De Marchi, Alberto conte di San Bonifacio, San Bonifacio, 2001, p. 96, n. 19, anno 1135; su di lui si sofferma rapidamente Castagnetti, Le famiglie comitali cit., p. 95. Del conte Alberto rimane il testamento: G. B. Verci, Storia della Marca Trivigiana e Veronese, voll. 20, Venezia, 1768-1791, I, n. 14, 1138 gennaio 30, Collalto, atto cui assiste il conte Malregolato, che sappiamo essere conte di Verona (Castagnetti, Le due famiglie cit., p. 75). Sul conte Alberto si vedano G. B. Picotti, I Caminesi e la loro signoria in Treviso dal 1283 al 1312. Appunti storici, Livorno, 1905, pp. 18-19, e P. A. Passolunghi, Da conti di Treviso a conti di Collalto e S. Salvatore: presenza politica ed impegno religioso della più antica famiglia nobiliare del Trevigiano, «Atti e memorie dell’Ateneo di Treviso», a. acc. 1983-1984, p. 17.

[133] Castagnetti, I conti cit., pp. 94-95.

[134] CDP, III, n. 1387, Padova, con datazione attribuita al 1181, da correggere in 1182, perché sono nominati consoli padovani ricoprenti la magistratura appunto nel 1182 (ibidem, n. 1453, 1182 luglio 15): testimonianze per una controversia tra privati e il monastero di S. Giustina di Padova. Un teste, proveniente dalla località veronese di Ronco – all’Adige –, sede di un castello avito dei conti di San Bonifacio, ricorda gli atti in Concadalbero dei due fratelli Manfredo detto Maltoleto e Bosone detto Malregolato, conte di Verona, scomparso il primo avanti il 1136, il secondo nel 1142. La sua testimonainza è confermata da altri testi: uno ancora di Ronco e uno di Montagnana. Le testimonianze ci attestano, inoltre, che anche i beni di questo ramo dei San Bonifacio giunsero in un tempo imprecisato, successivo al 1136, nel patrimonio del monastero di S. Giustina.

[135] La discendenza dal conte Enrico II dei due rami, cui appartengono rispettivamente i fratelli Alberto e Manfredo e i fratelli Maltoleto e Malregolato, si coglie nelle tabelle genealogiche della famiglia comitale dei San Bonifacio, citate sopra, nota 83.

[136] Lanfranchi, S. Giorgio Maggiore cit., II, n. 3, 1015 gennaio 25, Montegalda = CDP, I, n. 100. Cfr. schizzo genealogico in app., tav. 5.

[137] CDP, I, n. 205, 1069 agosto 14, Padova. La chiesa di S. Maria ed il monastero di S. Michele sono nominati anche nell’investitura in feudo concessa dal conte Alberto di San Bonifacio nel 1134 (doc. citato sopra, nota 130), quando egli prevede la possibilità che l’investito possa ampliare lo spazio coltivato secondo quanto andavano facendo monastero e chiesa, a significare la contiguità delle terre, se non l’originario possesso comune.

[138] Castagnetti, I conti cit,., pp. 88-97.

[139] A. Castagnetti, Le città della Marca Veronese, Verona, 1991, p. 82.

[140] Il trattato del 1107 è citato sotto, nota 149.

[141] Castagnetti, Le città cit., pp. 82-84.

[142] Cfr. sopra, t. c. nota 99.

[143] Castagnetti, Le due famiglie cit., p. 68.

[144] Cfr. sopra, t. c. nota 101

[145] Cfr. sopra, t. c. nota 125.

[146] A. Castagnetti, La pianura veronese nel medioevo. La conquista del suolo e la regolamentazione delle acque, in Una città e il suo fiume, voll. 2, Verona, 1977, a cura di G. Borelli, I, p. 43; Castagnetti, Ceti e famiglie cit., pp. 23.

[147] Cfr. sopra, t. c. note 46 e 61.

[148] Cfr. sopra, t. c. nota 127.

[149] Castagnetti, Le città cit., app. I, n. 1, 1107 maggio, Rialto (Venezia).

[150] G. De Vergottini, Origini e sviluppo storico della comitatinanza, «Studi senesi», XLIII (1929), pp. 407 ss.

[151] G. B. Biancolini, Dei vescovi e governatori di Verona, Verona, 1757, n. 11 e 12, 1136 giugno 28; n. 13, 1136 giugno 30; il terzo documento è stato riedito in Castagnetti, Le città cit., app. II, n. 2. Cfr. ibidem, pp. 103-107.

[152] Ibidem, pp. 103-106.

[153] Cfr. sopra, t. c. nota 59.

[154] La prima attestazione della costituzione del comune in Padova è dell’anno 1138: Castagnetti, Le città cit., pp. 112-113.

[155] J. K. Hyde, Lendinara, Vangadizza e le relazioni fra gli Estensi e il comune di Padova (1250-1320), «Bollettino del Museo civico di Padova», LIII (1963), pp. 193-227.

[156] Indicazioni delle fonti in G. M. Varanini, Il Bastione della Crosetta di Legnago nel Quattrocento, in Il ritrovamento di Torretta. Per uno studio della ceramica padana, Venezia, 1986, p. 41, nota 13.

[157] Doc. dell’anno 1027, citato sopra, nota 26.

[158] CDP, I, n. 326, 1097 novembre 3, monastero di S. Michele in Candiana: la donazione è compiuta pro anima anche del figlio Ugo. Sul monastero cfr. P. Kehr, Italia pontificia cit., VII/1, p. 197.

[159] CDP, II, n. 7 e n. 8.

[160] CDP, II, n. 4, 1104 settembre 1, Candiana.

[161] CDP, II, n. 28, 1106 settembre 1, Candiana.

[162] Cfr. sotto, t. c. nota 214.

[163] CDP, II, n. 57, 1113 febbraio 20, monastero di S. Pietro di Modena. Cfr. Spinelli, Mille anni cit., p. 22.

[164] P. Brancoli Busdraghi, La formazione storica del feudo lombardo come diritto reale, Milano, 1965, p. 66.

[165] CDP, II, n. 302, 1136 agosto 14, Ferrara; CDP, III, n. 1018, 1171 gennaio 22, Ferrara.

[166] Le vicende della lunga controversia fra i monasteri di S. Pietro e di S. Michele sono esposte in Spinelli, Mille anni cit., pp. 22-23.

[167] CDP, I, n. 255, 1079 maggio 19, Valnogaredo: Cono da Calaone appare con gli eredi del conte Uberto (cfr. sotto, t. c. note 253-254) quale confinante di un terreno in Valnogaredo, nel comitato vicentino.

[168] Doc. del settembre 1079, citato sotto, nota 172.

[169] Doc. dell’anno 1027, citato sopra, nota 26.

[170] Doc. dell’anno 1000, citato sopra, nota 16.

[171] Sull’istituto franco-salico – i conti di Verona professavano legge salica – della ‘dote’ quale assegno dotale parentale si veda sopra, nota 120.

[172] G. Drei (ed.), Le carte degli archivi parmensi dei sec. X-XI, II, Parma, 1928, n. 136, 1079 settembre 30, Parma.

[173] Sui rapporti tra i canonici di Parma e i da Ganaceto, si veda Castagnetti, L’organizzazione cit., p. 128.

[174] Cfr. sopra, nota 38.

[175] G. Drei (ed.), Le carte degli archivi parmensi del sec. XII, III, Parma, 1950, n. 24, 1106 marzo 31, Parma.

[176] G. Tellenbach, Il monachesimo riformato ed i laici nei secoli XI e XII, in I laici e la ‘societas christiana’ dei secoli XI e XII, Milano, 1968, pp. 118-142; Tabacco, La storia politica cit., pp. 127-129; G. Sergi, L’aristocrazia della preghiera. Politica e scelte religiose nel medioevo italiano, Roma, 1994, pp. 8-12; per l’area veneta Castagnetti, I conti cit., pp. 53 ss.

[177] CDP, I, n. 118, 1027 luglio, chiesa di S. Stefano, Carrara.

[178] CDP, I, n. 201, 1068 agosto 6, Braido.

[179] Cfr. Castagnetti, I conti cit., p. 53.

[180] Doc. del maggio 1079, citato sopra, nota 167.

[181] Doc. del settembre 1079, citato sopra, nota 172.

[182] Doc. dell’anno 1097, citato sopra, nota 158.

[183] Cfr. sopra, t. c. nota 176.

[184] Ricordiamo, principale fra tutte, la fondazione, intorno all’anno 1107, del monastero di S. Maria di Praglia ad opera del conte vicentino Uberto Maltraverso, che lo donò alla chiesa romana: Castagnetti, I conti cit., pp. 59-71.

[185] I signori da Carrara, ad esempio, appaiono connotati dalla qualificazione signorile già all’inizio del secolo XI, quando Litolfo de castro Cararia riceve a livello dal monastero bresciano di S. Giulia terre e una cappella di S. Pietro in Viminario: F. Odorici, Storie bresciane dai primi tempi sino all’età nostra, voll. 8, Brescia, 1858, con annesso ad ogni volume il Codice diplomatico, con numerazione propria delle pagine e dei documenti, V, n. 12, 1005 maggio 26, Brescia, monastero di S. Giulia (per E. Zorzi, Il territorio padovano nel periodo di trapasso da comitato a comune, Venezia, 1930, p. 143, il primo documento noto concernente i da Carrara è la donazione effettuata nell’anno 1027 da Litolfo del fu Gumberto da Carrara alla chiesa di S. Stefano di Carrara: CDP, I, n. 118, 1027 luglio, Carrara). Per un confronto, possiamo ricordare che nel comitato di Verona le prime connotazioni signorili sono attestate nel secondo decennio del secolo XII e concernono le famiglie capitaneali dei da Lendinara (Castagnetti, Fra i vassalli cit., pp. 95-102) e dei da Nogarole (ibidem, pp. 91-95).

[186] K. Baaken, ‘Elisina curtis nobilissima’. Welfischer Besitz in der Markgrafschaft Verona und die Datierung der ‘Historia Welforum’, «Deutsche Archiv für Erforschung des Mittelalters», 55 (1999), pp. 63-94, ripresa in K. Baaken, Zwischen Augsburg und Venedig. Versuche der welfen zur Sicherung von Herrschaft und Profit, in König Kirche Adel. Herrschaftsstrukturen im mittleren Alpenraum und angrenzenden Gebieten (6.-13 Jahrhundenrt), a cura di R. Loose, S. Lorenz, Lana (Bolzano), 1999, pp. 212-214.

[187] A. Castagnetti, Guelfi ed Estensi nei secoli XI e XII. Contributo allo studio dei rapporti fra nobiltà teutonica ed italica, di prossima pubblicazione in Formazione e strutture dei ceti dominanti nel Medioevo: marchesi conti e visconti nel Regno Italico (secc. IX-XII ), Atti del Terzo Convegno, svoltosi in Pisa, 18-19 marzo 1999: da questo contributo riprendiamo parzialmente i parr. 6.1-6.2.

[188] F. Prinz, Grundlagen und Anfänge. Deutschland bis 1056, München, 1985, pp. 193-94; H. Hlawitscka, Vom Frankenreich zur Formierung der europäischen Staaten- und Völkergemeinschaft. 840-1046. Ein Studienbuch zur Zeit der späten Karolinger, der Ottonen und der früher Salier in der Geschichte Mitteleuropas, Darmstadt, 1986, p. 62; E. Boshof, Die Salier, Stuttgart - Berlin - Köln - Mainz, 1987, p. 119; O. Capitani, Storia dell’Italia medievale, Bari, 1994, p. 259. Oltre a quello di Cunizza, sono stipulati matrimoni fra Adelaide, figlia maggiore di Olderico Manfredi e di Berta, ed Ermanno IV duca di Svevia; fra Ermengarda, sorella di Adelaide, e Ottone di Schweinfurt; fra Beatrice, figlia di Federico duca dell’alta Lotaringia o Lorena, e Bonifacio di Canossa.

[189] W. Störmer, Die Welfen in der Reichspolitik des 11. Jahrhunderts, «Mitteilungen des Instituts für österreichische Geschichtsforschung», 104 (1966), p. 256; Hlawitschka, Vom Frankenreich cit., pp. 157-158; Boshof, Die Salier cit., pp. 59-60; K. Brunner, Herzogtümer und Marken. Vom Ungarnsturm bis ins 12. Jahrhundert, Wien, 1994 (Österreichische Geschichte. 907-1156, a cura di H. Wolfram), pp. 154-155. Schizzi genealogici dei marchesi d'Este e dei duchi Guelfi sono delineati in app., tavole 3 e 4.

[190] Historia Welforum, in MGH, SS, XXI, p. 460, cap. 8.

[191] La villa di Mering, di probabile origine fiscale, era situata sul percorso della strada antica per Roma, verso Augusta e Salisburgo e, quindi, il passo del Brennero: Störmer, Die Welfen cit., pp. 257-258.

[192] Genealogia Welforum, in MGH, SS, XIII, p. 734.

[193] Historia Welforum cit., p. 461, cap. 10.

[194] Annalista Saxo, in MGH, SS, VI, p. 764: «Welfus genuit Cunizam, Cuniza nupsit Azoni marchioni de Langobardia, de castris Calim et Estim, que in Langobardia sita sunt ...».

[195] Baaken, ‘Elisina curtis’ cit., pp. 88-89, con rinvio ad O. G. Oexle, Die ‘sächsische Welfenquelle’ als Zeugnis der welfischen Hausüberlieferung, «Deutsches Archiv für Erforschung des Mittelalters», 24 (1968). pp. 435-497.

[196] L. A. Muratori, Delle antichità estensi ed italiane, voll. 2, Modena, 1717-1749, I, pp. 426-428, doc. 1221 marzo; J. L. A. Huillard-Bréholles, Historia Diplomatica Friderici secundi, Paris, 1852, II/1, pp. 147-149; reg. J. E. Böhmer-J. Ficker, Die Regesten der Kaiserreichs unter Philip, Otto IV., Friedrich II., Innsbruck, 1881-1891, n. 1301.

[197] Cfr. sopra, t. c. note 8-10.

[198] DD Heinrici IV, n. 289, anno 1077, databile presumibilmente tra febbraio e marzo: cfr. M. G. Bertolini, Alberto Azzo, in Dizionario biografico degli Italiani, I, Roma, 1960, p. 765; I. S. Robinson, Henry IV of Germany. 1056-1106, Cambridge, 1999, p. 165, per la datazione dei diplomi nn. 286-291 ai mesi di febbraio-aprile; per l’illustrazione del privilegio, in relazione alle vicende del patrimonio degli Obertenghi, si veda M. Nobili, Le signorie territoriali degli Obertenghi in Lunigiana, in La signoria rurale nel medioevo italiano, a cura di A. Spicciani e C. Violante, I, Pisa, 1997, pp. 26-32; per la richiesta di legittimazione di beni e diritti in aree lontane rispetto all’area veneta, ottenuta approfittando della presenza in Verona del re e della sua condizione apparente di debolezza politica, P. Bonacini, Terre d’Emilia. Distretti pubblici, comunità locali e poteri signorili nell’esperienza di una regione italiana (secoli VIII-XII), Bologna, 2001, pp. 195-196. Il privilegio riflette nel contempo anche una pretesa dei due marchesi estensi sui beni che costituivano la dos della prima moglie del padre, Cuniza, dal momento che vi è inclusa la curtis di Solesino, beni, tuttavia, sui quali rivendicava diritti Guelfo IV, duca di Baviera: si vedano le osservazioni critiche sul privilegio di Baaken, ‘Elisina curtis’ cit., pp. 80-82.

[199] Le curtes nel privilegio, più che indicare grandi aziende fondiarie, tendono ormai ad indicare distretti signorili: Castagnetti, L’organizzazione cit., p. 97. Per l’identificazione dei toponimi rinviamo a Castagnetti, Guelfi ed Estensi cit., par. 6; in particolare, per quello di Villa (Estense), ibidem, nota 273.

[200] Baaken, ‘Elisina curtis’ cit., p. 82.

[201] Sulle vicende del conflitto, che si protrasse con il figlio Guelfo V, duca di Baviera dal 1101 al 1120, si soffermano Muratori, Delle antichità estensi cit., I, pp. 275-276; H. Schwarzmaier, ‘Dominus totius domus comitisse Mathildis’. Die Welfen und Italien im 12. Jahrhundert, in Festschrift für Eduard Hlawitschka zum 65. Geburtstag, a cura di K. R. Schnitz, R. Pauler, München, 1993, pp. 284-285; Th. Zotz, Die frühen Welfen: Familienformation und Herrschaftsaufbau, in König Kirche Adel. Herrschatsstrukturen im mittleren Alpenraum und angrenzenden Gebieten (6.-13 Jahrhundert), a cura di R. Loose, S. Lorenz, Lana (Bolzano), 1999, p. 199; Robinson, Henry IV cit., p. 297. Degli aspetti della divisione ereditaria fra i tre figli dei beni del marchese Adalberto Azzo II e della prima moglie Cunizza tratta Baaken, ‘Elisina curtis’ cit.

[202] K. Reindel, Die politische Entwicklung, in Handbuch der bayerischen Geschichte. I. Das alte Bayern. Das Stammesherzogtum bis zum Ausgang des 12. Jahrhunderts, a cura di M. Spindler, voll. 4, I (III ed.), München, 1975, pp. 248-250; Boshof, Die Salier cit., pp. 197 ss., 243, 251, 253; Robinson, Henry IV cit., pp. 172-173; cfr. W. Störmer, Welf IV., in Lexikon des Mittelalters, VIII, coll. 2144-2145.

[203] Störmer, Welf IV. cit., col. 2145.

[204] Castagnetti, I conti cit., p. 107; Castagnetti, Regno, signoria vescovile cit., pp. 245-246.

[205] Muratori, Delle antichità estensi cit., I, pp. 374-375, doc. 1198 giugno 18: Ugo maior da Baone aveva ricevuto in feudo la curia di Baone dal marchese Adalberto Azzo, che a sua volta l’aveva ricevuta dalla chiesa vescovile. Altra documentazione sulla investitura dalla chiesa vescovile agli Estensi e da questi ai da Baone: CDP, III, n. 1135, anno 1174 circa, S. Maria delle Carceri; n. 1335, 1179 luglio 6 e 7, Padova; n. 1470, 1183 febbraio 11, Este: Alberto da Baone dà in pegno al marchese Obizzo il castello di Baone e i beni in Conselve.

[206] Per la famiglia da Baone resta tuttora fondamentale il profilo tracciato da Zorzi, Il territorio padovano cit., pp. 102-141.

[207] CDP, I, n. 219, 1073 giugno 21, Este. Su S. Maria di Vangadizza, monastero ‘di famiglia’ dei marchesi, si veda sopra, t. c. nota 7.

[208] Cfr. sopra, t. c. note 160-162 e 214, e sotto, t. c. nota 256.

[209] Cfr. sopra, t. c. note 8-10.

[210] Cfr. sotto, t. c. nota 226.

[211] Cfr. sotto, t. c. nota 227.

[212] Continuatio Staingademensis, in MGH, SS, XXI, p. 471. Cfr. Baaken, Elisina curtis’ cit., p. 85.

[213] Nel XII e XIII secolo sono attivi personaggi che si definiscono da Calaone, appartenenti, tuttavia, ad una ‘nuova famiglia’, come sottolinea Bortolami, Monselice cit., p. 163, nota 29, che riconosce nel contempo il collegamento del nostro Cono da Calaone con i da Ganaceto.

[214] CDP, II, n. 27, 1106 agosto 9, Monselice. Giovanni Pelacapo era stato già al servizio di Cono da Calaone, suo dominus, forse come vassallo dotato di un feudo ‘onorevole’ o di un feudo ‘di servizio’ (per la distinzione nella società rurale dei due tipi di feudo, si veda Castagnetti, Regno, signoria vescovile cit., pp. 263-293 e passim); nel secondo caso, se di condizione giuridica non pienamente libera, Giovanni Pelacapo poteva essere stato emancipato da Cono per disposizione testamentaria ed avere adottato la legge salica del suo signore: se ne veda un esempio, più antico, in F. Bougard, Entre Gandolfingi et Obertenghi: les comtes de Plaisance aux Xe et XIe siècles, «Mélanges de l'École française de Rome. Moyen Age», 101 (1989), pp. 51-53, app., n. 4, 918 dicembre 11, Portalbera.

[215] Zorzi, Il territorio padovano cit., app., n. 1, attribuito all’anno 1184 (ibidem, p. 114), testimonianza di Guglielmo di Scintilla: «... vidit Manfredum et Ugicium, qui dicebantur filii Alberti maioris habere et tenere castrum Cosilve et curiam et insulam totam pro alodio. Hoc est totum illud quod fuerat Coni de Calaone ...». Il teste appartiene probabilmente alla famiglia medesima di Zilielo di Scintilla console cittadino nell’anno 1181, secondo il Liber regiminum Padue, in RIS, II ed., VIII/1, a cura di A. Bonardi, p. 294.

[216] Zorzi, Il territorio cit., pp. 114-115 e tavola genealogica a p. 112.

[217] Doc. inedito del 16 marzo 1184, il cui contenuto è esposto da Zorzi, Il territorio cit., p. 127.

[218] CDP, n. 1470, 1183 febbraio 11, Este.

[219] Muratori, Delle antichità estensi cit., I, pp. 368-369, doc. 1196 aprile 14, Ferrara.

[220] Castagnetti, Società e politica cit., p. 148.

[221] Ibidem, p. 106.

[222] Ibidem, pp. 187-190.

[223] Ibidem, p. 148.

[224] Cfr. sopra, t. c. note 209-212. Quanto segue nel testo è ripreso, in parte, da Castagnetti, Guelfi ed Estensi cit., par. 4.2.

[225] Bertolini, Alberto Azzo cit., p. 756.

[226] C. Violante, L’età della riforma della chiesa in Italia, in Storia d’Italia coordinata da N. Valeri, I, Torino, 1965, p. 202; Capitani, Storia cit., p. 327; Bertolini, Alberto Atto cit., p. 756.

[227] Manaresi, I placiti cit., III/1, n. 452, 1079 settembre, Ferrara. Cfr. Castagnetti, Società e politica cit., p. 41. Nel maggio un suo missus, il vicecomes Pietro, aveva ricevuto per il marchese e i figli Ugo e Folco l’investitura della curtis di Lusia da parte dell’arciprete e dell’arcidiacono della chiesa veronese: CDP, I, n. 256, 1179 maggio 31, Verona.

[228] Cfr. sopra, par. 8.2.

[229] Cfr. sopra, t. c. note 202-203.

[230] Bertolini, Alberto Atto cit., p. 757.

[231] R. Latouche, Histoire du comté du Maine pendant le Xe et le XIe siècle, Paris, 1910, pp. 41 ss. Il primo tentativo era avvenuto nel 1069; presto Adalberto Azzo abbandonò il paese, mentre il figlio rientrò in Italia l’anno seguente: ibidem, pp. 36-37.

[232] Violante, L’età cit., p. 230; V. Colorni, Il territorio mantovano nel Sacro Romano Impero. I. Periodo comitale e periodo comunale (800-1274), Milano, 1959, p. 47. Si veda anche il privilegio rilasciato dall’imperatore ai cives mantovani: DD Heinrici IV, n. 421, anno 1091; cfr. Castagnetti, Arimanni in ‘Langobardia’ cit., p. 129.

[233] Violante, L’età cit., pp. 229-230.

[234] Donizone, Vita di Matilde di Canossa, a cura di V. Fumagalli e P. Golinelli, Milano, 1984, p. 149.

[235] Per il castello di Nogara cfr. sopra, t. c. nota 52 e sotto, t. c. nota 243.

[236] Per il castello di Cerea, cfr. sopra, t. c. note 53 e 94, e sotto, nota 296.

[237] G. Schwartz, Die Besezung der Bistümer Reischitaliens unter der sächsischen und salischen Kaisern mit den Listen der Bischöfe. 951-1124, Leipzig - Berlin, 1913, pp. 66-68; Mor, Dalla caduta cit., p. 148.

[238] Latouche, Histoire cit., p. 44. Ugo era ancora nel Maine nell’estate del 1092: ibidem, p. 148, reg. 42, 1092 giugno 29. Cfr. Baaken, Zwischen Augsburg cit., p. 220.

[239] La ribellione del re Corrado si manifesta nell’anno 1093, con il passaggio al partito filoromano e canossiano e con l’alleanza con alcune città lombarde: Violante, L’età cit., p. 231; Capitani, Storia cit., pp. 339-340; T. Struve, Matilde di Toscana - Canossa ed Enrico IV, in I poteri dei Canossa da Reggio Emilia all’Europa, a cura di P. Golinelli, Bologna, 1994, pp. 449-452.

[240] Bertolini, Alberto Azzo cit., p. 757.

[241] Reindel, Die politische Entwicklung cit., p. 251; Boshof, Die Salier cit., p. 259; Robinson, Henry IV cit., p. 295; Baaken, Zwischen Augsburg cit., pp. 220-221.

[242] DD Heinrici IV, n. 452, 1096 febbraio 2, Verona - Padova.

[243] Donizone, Vita cit., pp. 158-159. Cfr. L. Simeoni, Le origini del comune di Verona, I ed. 1913, poi in «Studi storici veronesi», VIII-IX (1957-1958), p. 93; Struve, Matilde cit., p. 451.

[244] Muratori, Delle antichità estensi cit., pp. 272-273, doc. 1095 aprile 6, Este. Cfr. Castagnetti, Guelfi ed Estensi cit., par. 5.

[245] DD Heinrici IV, pp. 672-673, n. 2, 1097 agosto 20, Borgo San Donnino, e Manaresi, I placiti cit., III/2, n. 476. Ritiene che l’immunità dal ‘banno regio’ sia stata concessa per porre Folco al riparo di eventuali sanzioni di parte imperiale Bonacini, Terre d’Emilia cit., p. 194, nota 104.

[246] Doc. dell’anno 1077, citato sopra, nota 198.

[247] Le considerazioni nel testo sono riprese da Castagnetti, La feudalizzazione cit., pp. 781-782.

[248] Castagnetti, Fra i vassalli cit., p. 187.

[249] A. Castagnetti, I da Romano e la loro ascesa politica (1074-1207), in Nuovi studi ezzeliniani, a cura di G. Cracco, voll. 2, Roma, 1992, I, pp. 18-19 per i da Romano e i da Camposampiero.

[250] Castagnetti, I conti cit., pp. 49-50.

[251] Muratori, Delle anticihità estensi cit., I, p. 81, doc. 1097 aprile 13, Rovigo, in domo domnicata; estratto in CDP, I, n. 321.

[252] Doc. del maggio 1079, citato sopra, nota 167.

[253] Castagnetti, I conti cit., pp. 43, sul conte Uberto, attivo negli anni 1066-1072, attestato come defunto nell’anno 1076.

[254] Cfr. sopra, par. 6.1. Per i rapporti fra conti veronesi e vicentino-padovani si veda Castagnetti, I conti cit., pp. 44-46.

[255] CDP, I, n. 279, 1085 gennaio 7, Monselice.

[256] Cfr. sopra, t. c. note 160-162 e 214.

[257] Cfr. sopra, t. c. note 8-10.

[258] CDP, I, n. 262, 1080 gennaio 9, Piove. Cfr. Castagnetti, Regno, signoria vescovile cit., pp. 66-68.

[259] Sul conte Alberto di Padova cfr. sopra, nota 117.

[260] Castagnetti, Regno, signoria vescovile cit., pp. 88-95.

[261] Ibidem, pp. 78-80.

[262] G. B. Borino, Odelrico vescovo di Padova (1064-1080) legato di Gregorio VII in Germania (1079), in Miscellanea in onore di R. Cessi, I, Roma, 1958, pp. 74-79.

[263] DD Heinrici IV, n. 444, 1095 maggio 31, Padova; Manaresi, I placiti cit., III/2, n. 475.

[264] Altri Cono, senza l’apposizione da Calaone, appaiono nella documentazione posteriore. In particolare, riteniamo che non vada identificato con il nostro un Cono Alamanno che appare nei primi decenni del secolo XII, elencato fra i sottoscrittori ad un atto del vescovo Pietro: CDP, II, n. 1, 1101 marzo 25, Padova; Ugo e Ottone figli di Cono Alamanno, sono fra i sottoscrittori ad un atto dell’anno 1114: CDP, II, n. 65, 1114 agosto 2, Padova; cfr. anche n. 66, 1114 agosto 3, Padova; Ugo teste: n. 341, 1138 giugno 15, Padova.

[265] Cfr. sopra, t. c. nota 238.

[266] Doc. dell’anno 1096, citato sopra, nota 242.

[267] Violante, L’età cit., pp. 237-238; per la situazione della Marca Veronese, Castagnetti, Le città cit., pp. 73-74.

[268] Doc. dell’anno 1196, citato sopra, nota 219.

[269] L. Gatto, Pomposa nella lotta per le investiture, in Studi mainardeschi e pomposiani, Roma, 1969, p. 194; O. Capitani, Imperatori e monasteri in Italia centro-settentrionale (1049-1085), in Il monachesimo e la riforma ecclesiastica, Milano, 1971, pp. 460-463.

[270] G. B. Biancolini, Notizie storiche delle chiese di Verona, voll. 8, Verona, 1749-1771, II, pp. 721-723, doc. 1105 ottobre 31; regesto in A. Samaritani, Regesta Pomposiae. I (aa. 874-1199), Rovigo, 1963, n. 292.

[271] Castagnetti, Le due famiglie cit., pp. 63-64.

[272] Samaritani, Regesta Pomposiae cit., n. 394, 1106 agosto 8, Vidor.

[273] D. Rando, Religione e politica nella Marca. Studi su Treviso e il suo territorio nei secoli XI-XV, voll. 2, Verona 1996, II, p. 146.

[274] G. Gualdo, Contributo per un Codice diplomatico vicentino, voll. 2, tesi di laurea dattiloscritta, Università degli studi di Padova, Facoltà di Lettere e filosofia, Istituto di Storia medioevale e moderna, a. acc. 1953-1954. II. Raccolta di documenti vicentini editi ed inediti dall’anno 974 all’anno 1183 , n. 41, 1107 aprile 4, Thiene: alcuni da Vivaro donano una cappella e beni numerosi in Chiuppese, presso Vivaro, al monastero di S. Maria di Pomposa. Cfr. Kehr, Italia pontificia cit., VII/1, p. 147. I da Vivaro assumeranno più tardi l’ufficio di avvocazia per la chiesa vescovile vicentina: A. Castagnetti, Vicenza nell’età del particolarismo: da comitato a comune (888-1183), in Storia di Vicenza. II. L’età medievale, a cura di G. Cracco,Vicenza, 1988, pp. 49.

[275] Schwartz, Die Besetzung cit., p. 73; G. Gualdo, Contributo alla cronologia dei vescovi di Vicenza dal secolo VI a tutto il XII, «Rivista di storia della Chiesa in Italia», X (1956), pp. 19-20.

[276] Kehr, Italia pontificia cit., VII/1, p. 159, n. 7, 1106 ottobre, Guastalla.

[277] Castagnetti, I conti cit., p. 60, ripreso in Castagnetti, Le città cit., p. 81; ed ora A. Tilatti, Istituzioni e culto dei santi a Padova fra VI e XII secolo, Roma, 1997, pp. 241 ss.

[278] Goez, Die Urkunden cit, n. 114, 1109 maggio 1, S. Cesario sul Panaro.

[279] Per la configurazione dei territori plebani si veda Castagnetti, L’organizzazione cit., pp. 173-183.

[280] Goez, Die Urkunden cit., n. 115, 1109 giugno 9, San Cesario sul Panaro. Per le edizioni, i regesti e le proposte sulla datazione dei due documenti, avanzate da studiosi precedenti, rinviamo, oltre che alle introduzioni di Goez, Die Urkunden cit., nn. 114-115, a Castagnetti, L’organizzazione cit., p. 189, nota 133.

[281] Ibidem, p. 219.

[282] Cfr. sopra, t. c. note 160-162, 214 e 256.

[283] Per l’ubicazione e l’identificazione delle singole località si veda a Castagnetti, L’organizzazione cit., Indice dei nomi, con i rinvii relativi.

[284] Landolfo è vescovo di Ferrara dal 1104: Schwartz, Die Besetzung cit., p. 175.

[285] Castagnetti, Società e politica cit., pp. 51-53.

[286] Fumagalli, I Canossa tra realtà regionale cit., pp. 27-37, a p. 33, ha posto in luce come la contessa Matilde dopo il 1100 cercasse di aggregare le parti del suo ‘stato’ in via di dissoluzione intorno a nuclei di poteri autonomi, molti dei quali erano costituiti da monasteri – primo fra tutti S. Benedetto di Polirone –, poi vescovati e pievi.

[287] Cfr. sopra, t. c. nota 269.

[288] Landolfo vescovo è fratello di Sichelmo, padre di Casotto, capitaneus matildico: Castagnetti, Società e politica cit., pp. 146-150.

[289] Sulla famiglia dei Marchesella ibidem, pp. 102-126.

[290] Sulla famiglia dei Torelli ibidem, pp. 138-145.

[291] Documenti dell’anno 1109, citati sopra, note 278 e 280. Cfr. Castagnetti, Società e politica cit., pp. 118 e 141-142.

[292] Nel secolo XI ancora rara era la redazione scritta di atti di investitura in beneficio o in feudo: Brancoli Busdraghi, La formazione cit., II, p. 66.

[293] Castagnetti, Società e politica cit., app. II, n. 5, anno 1077, Ferrara; cfr. ibidem, p. 222.

[294] Goez, Die Urkunden cit., p. 303.

[295] Nordillo aveva altri beni in feudo dall’episcopio ferrarese in Trecenta: cfr. sotto, t. c. nota 308. Su Nordillo, capitaneus matildico, si veda Rölke, Nobiltà e comune cit., p. 62.

[296] Intorno al 1100 la contessa Matilde, ad esempio, aveva ripreso il controllo diretto del castello e della signoria su Cerea, castello già concesso in feudo ai conti veronesi di San Bonifacio e detenuto allora dal conte Aberto, che ne venne privato per essersi schierato con il partito filoimperiale: Castagnetti, Fra i vassalli cit., pp. 103-104.

[297] Goez, Die Urkunden cit., n. 97, 1106 novembre ex.-dicembre in., Carpi: Aginolfo e Sigefredo da Ganaceto; n. 106, 1107 settembre (25-30), Baggiovara: Lanfranco e Iginolfo da Ganaceto; n. 109, 1108 giugno, Montebaranzone: Iginolfo da Ganaceto.

[298] V. Federici, G. Buzzi (ed.), Regesto della chiesa di Ravenna. Le carte dell’archivio estense, voll. 2, Roma, 1911-1931, I, n. 20, 1140 febbraio 23, Reggio.

[299] I beni furono confermati ai da Ganaceto nel 1177: ibidem, I, n. 67, 1177 marzo 16, Ravenna; ancora nel 1262 (ibidem, II, n. 657, 1262 febbraio 18, Ferrara), con un elenco dettagliato di beni consistenti in porzioni (due terzi o la metà) di numerosi fundi, fra cui spiccano quelli di Bolonitico, Publica e Stienta; i beni erano distribuiti nelle circoscrizioni plebane di S. Stefano in Galigo (ma è una ripetizione automatica, essendo la pieve oramai da tempo denominata in Bolonitico, l’odierna Bonello sul Po, ad ovest di Stienta: Castagnetti, L’organizzazione cit., pp. 178-179), di S. Donato in Predurio – l’odierna località di S. Donato, a nord-ovest di Fiesso Umbertiano (ibidem, p. 179)– e di S. Giorgio di Tamara.

[300] Archivio della Curia arcivescovile di Ferrara, Reparto pergamene, Pars antiquior, perg. 1148 maggio 30, Ferrara.

( [301] ) Muratori, Antiquitates Italicae cit., III, coll. 157-158, doc. 1154 marzo 13, S. Romano (Ferrara).

[302] Castagnetti, Società e politica cit., pp. 64 ss.

[303] Ibidem, pp. 69-76.

[304] Ibidem, pp. 77-78.

[305] Per la presenza attiva dei Ganaceto in Modena nel secolo XII si veda Tiraboschi, Dizionario cit., I, p. 331; Rölke, Nobiltà e comune cit., pp. 86-90, che ne mostra l’assunzione della qualifica capitaneale nella prima metà del secolo, una qualificazione che, come per altre famiglie, può essere fatta risalire all’ambiente ‘matildico’.

[306] Cfr. sopra, t. c. nota 35.

[307] La chiesa di S. Giorgio di Ganaceto vendette nel 1214 all’episcopio ferrarese tutto ciò che essa possedeva nella Traspadania: «... hoc totum quod ... pertinet ... de isto latere Padi»: Franceschini, Giurisdizione episcopale cit., n. 55, 1214 settembre 14, Ferrara.

[308] Ibidem, n. 22, 1177 agosto 9, Trecenta.

[309] Cfr. sopra, t. c. nota 102.

[310] Cfr. sopra, t. c. nota 103.

[311] Muratori, Antiquitates Italicae cit., I, coll. 725-728, anno 1182.

[312] Pflugk-Harttung, Acta pontificum cit., III, n. 396, 1187 novembre 11, regesto in Kehr, Italia pontificia cit., V, p. 218, n. 50. Edizione e regesto non sono citati da Franceschini, Giurisdizione episcopale cit., n. 26, che fornisce una nuova edizione del privilegio pontificio. Per l’illustrazione si veda Castagnetti, Società e politica cit., pp. 88-89.

[313] Castagnetti, L’organizzazione cit., p. 331.

[314] Franceschini, Giurisdizione episcopale cit., n. 40, 1200 agosto 31, Ferrara.

[315] Per la costituzione del comune in Ferrara, i suoi rapporti con la Chiesa romana, il conseguimento e riconoscimento della propria autonomia politica, si vedano A. Vasina, Un’autonoma patria cittadina, in Ferrara, I, Bologna, 1969, pp. 11-12 dell’estratto; G. Ortalli, Comune e vescovo a Ferrara nel secolo XII: dai “falsi ferraresi” agli statuti del 1173, «Bullettino dell’Istituto storico italiano per il Medio Evo e Archivio muratoriano», 82 (1970), pp. 279 ss.; Castagnetti, Società e politica cit., pp. 57-89.

[316] A. Castagnetti, Le comunità rurali dalla soggezione signorile alla giurisdizione del comune cittadino, Verona, 1983, pp. 42-49.

[317] Franceschini, Giurisdizione episcopale cit., n. 59, 1217 gennaio 1, Trecenta: nella vicinia due abitanti giurano di ‘reggere’ il comune di Trecenta rispettando i diritti della chiesa vescovile e del comune ferrarese, al quale riconoscono il diritto di imporre tributi.

[318] Cfr. sopra, t. c. nota 150.

[319] In merito alla politica di affermazione e di espansione anche territoriale che episcopio e comune di Ferrara conducono dalla metà del secolo XII, particolarmente nella Traspadania, rinviamo a Castagnetti, Società e politica cit., pp. 64-78.

[320] Castagnetti, Le città cit., pp. 243 ss.

[321] Castagnetti, Società e politica cit., pp. 183-213.

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