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II - 2001 / 1 - gennaio-giugno

Interventi


Stefano Gasparri

Alto medio evo e medievistica, in Italia e fuori

©  Stefano Gasparri per "Reti Medievali"


Parto da una premessa molto elementare. Ritengo che una medievistica che al suo interno non comprenda l'altomedioevo non sia più medievistica, ma una semplice appendice della storia moderna, quella che gli anglosassoni chiamano early modern history. Se questo è vero, come credo, allora l'esigenza di discutere della attuale non florida situazione degli studi altomedievistici in Italia dovrebbe essere sentita anche al di fuori della stretta schiera degli specialisti.

La posizione dell'alto medio evo all'interno della medievistica italiana di oggi è piuttosto scomoda. Ha alle spalle un importante patrimonio di studi: buona parte dei medievalisti più significativi della passata generazione, come pure tanti dei più anziani ancora oggi in attività, erano (sono) altomedievalisti o quantomeno conoscevano e scrivevano (conoscono e scrivono) di alto medio evo. Alcuni nomi in ordine sparso, arrivando fino ad oggi: Bognetti, Bertolini, Sestan, Fasoli, Tabacco, Manselli, Violante, Arnaldi, Capitani.

Quando, negli anni immediatamente seguenti alla fine della seconda guerra mondiale, si è trattato di progettare un grande centro di studi della medievistica italiana, aperto alla storiografia internazionale, si è costruito un centro di studi sull'alto medio evo, in una prospettiva chiaramente europeista. Che Spoleto in questo periodo sia, secondo me, in crisi di contenuti (una crisi oscurata dal rigoglio editoriale), è un altro discorso: ciò dipende proprio dai ritardi culturali della medievistica italiana di oggi, di cui parleremo, non da una debolezza intrinseca degli studi altomedievistici.

A partire dagli anni settanta, l'irruzione nella storiografia di nuove tematiche ha sconvolto il quadro. In sintonia con la temperie generale di quegli anni, sono fioriti una miriade di studi di storia sociale e soprattutto economica e quantitativa, che per la loro stessa impostazione metodologica si allontavano grandemente dall'alto medio evo, dove simili ricerche, stante la fisionomia delle fonti, sono di fatto impossibili. Tentativi interessanti di trasportare numeri e quantità nella storia economica altomedievale sono stati bensì compiuti, basti pensare al libro di Massimo Montanari sull'alimentazione contadina, debitore, a sua volta, di certi studi di Vito Fumagalli e, in Francia, di Georges Duby; ma non hanno avuto, nonostante il rilievo di alcuni risultati, un seguito: lo stesso Montanari, in pieno accordo con l'evoluzione generale, successivamente ha preso altre strade.

Nella stragrande maggioranza dei casi, la grande messe di dati disponibile per gli studiosi del basso medio evo ha fatto sì che, in conseguenza di tali indirizzi di studi, si imponesse la necessità di delimitare in modo piuttosto ristretto l'ambito, cronologico e geografico, delle indagini. In sintonia con lo specialismo - difeso anche come prova della raggiunta "scientificità" della disciplina - dilagante non solo nella storiografia, medievistica e non, si è realizzata dunque una prima frattura: la mia generazione conosce "altomedievisti" e "bassomedievisti", non più medievisti tout court. Contemporaneamente, gli studi medievistici hanno cominciato a prendere un andamento regionale o addirittura cittadino, andando a incrociarsi con un filone tradizionale della nostra medievistica, quello degli studi locali, ai quali è stato dato così nuovo respiro e nuova dignità. Al contrario, sugli studi propriamente altomedievistici hanno cominciato a pesare gravi ipoteche negative.

Prima di tutto, idea corrente era quella secondo cui la tipologia delle fonti altomedievistiche sarebbe stata tale da non consentire nient'altro che una riedizione appena un po' aggiornata della histore événementielle, con i suoi protagonisti tradizionali (re, regine, papi, nobili): e contro questo tipo di storia si appuntavano allora gli strali di tuttta la storiografia d'avanguardia, e non solo di quella economico-quantitativa, basti pensare alla radicale negazione che degli avvenimenti faceva, in quel medesimo periodo, la storia delle mentalità, in vigorosa crescita. Tutto, o quasi tutto, in sostanza, si conosceva già, nell'alto medio evo: le poche fonti, cronache, leggi e diplomi, erano sfruttatissime e non consentivano quindi discorsi nuovi. Il mondo popolare, i ceti subalterni - allora tanto di moda - non c'erano, erano assenti, silenziosi, nella storia dell'alto medio evo.

Inoltre, questo periodo storico era stato il campo d'azione per eccellenza, in Italia, della storiografia istituzionale di stampo storico-giuridico, le cui costruzioni fortemente astratte venivano sentite come gabbie paralizzanti e culturalmente estranee. Non è certo un caso che la sorgente che aveva alimentato questo filone culturale, pesantemente presente nei nostri studi a partire dalla fine del secolo scorso, fosse costituita dalla storiografia tedesca, nei cui confronti negli anni settanta e seguenti i rapporti si indeboliscono (la stessa lingua tedesca, oggi, le nuove leve di studiosi non la studiano quasi più). Altri erano in quel momento i modelli, soprattutto francesi; la Verfassungsgeschichte tedesca e la sua filiazione italiana erano invece trattate come residui ottocenteschi. E il temporaneo, parziale successo della Personenforschung, la ricerca prosopografica proposta a modello da Tellenbach e dalla scuola di Friburgo negli anni cinquanta-sessanta, non era stato sufficiente a spostare in modo significativo gli equilibri storiografici.

Anche una volta passata la moda economico-quantitativa, gli atouts negativi dell'alto medio evo non per questo potevano dirsi esauriti. Occuparsene voleva dire prendere in considerazione un tema di fondo, al quale non sembrava possibile sfuggire: il rapporto fra romanità e germanesimo. E il fastidio per questo tema, che del resto ha radici illustri se lo inquadriamo nel discorso di Marc Bloch relativo al pericolo delle "origini che spiegano", è diventato sempre più forte, prima di tutto per il peso negativo che gravava su tutto ciò che appariva come "germanico" - o peggio "pangermanico" - dopo l'ultima guerra. Ad esso si sommava il distacco verso una possibile esaltazione della romanità, giacché anche nei confronti di questo atteggiamento culturale c'era stata una certa vaccinazione, in sintonia con il declino per qualsiasi tematica di storia intesa come storia nazionale. Romani e Germani apparivano come gli attori di un vecchio film, sbiadito e ormai del tutto privo di interesse. Pesava in negativo anche l'opera, vasta e caotica, di Gian Piero Bognetti, che invano aveva cercato di traghettare simili temi nella medievistica della seconda metà del XX secolo. Con la sua impostazione, nel fondo, ancora rigidamente storico-giuridica, egli aveva finito anzi per aggravare la situazione: il suo altomedioevo longobardo, popolato di istituzioni immaginarie come l'arimannia, di dedicazioni antiariane e di stanziamenti strategici, è largamente inventato ed è scarsamente rapportabile, per di più, a modelli che abbiano un senso se applicati su scala europea. L'unico filone vitale degli studi altomedievali italiani era quello inaugurato da Giovanni Tabacco, i cui lavori sulle istituzioni, tuttavia, tendevano sempre più ad indirizzarsi verso un medio evo centrale più che "alto" in senso stretto. Che anche la ricerca, pur di eccezionale livello, di Tabacco, in sintonia con una certa impostazione italiana, si muovesse su un piano di relativa astrattezza, comunque, è provato dal fatto che nei suoi lavori - come del resto in quelli di tanti altri autori, pur diversissimi, da Bertolini a Bognetti - le carte private, presenti nell'alto medio evo italiano in una misura che, se pur ridotta, è del tutto eccezionale se confrontata con la situazione degli altri paesi, siano del tutto o quasi inutilizzate.

Facciamo un passo indietro per rimediare ad un'omissione solo apparente e torniamo a Bognetti. Un grande merito per la verità egli l'aveva avuto, chiamando in causa - sia pure senza nessuna preparazione tecnica - l'archeologia. E qui si è consumata, e in parte sprecata, una grande occasione. Negli stessi anni settanta, e poi ottanta, accanto alle mode storiografiche di cui si parlava prima, anche in Italia, per influenza di paesi dalle tradizioni più antiche in questo campo, si erano avviati gli studi e le ricerche di archeologia medievale. In mezzo all'indifferenza, o peggio all'aperta ostilità di archeologi classici e cristianisti (e di storici dell'arte medievale), la nuova disciplina si è all'inizio spontaneamente appoggiata agli storici. L'incontro fra storici e archeologi medievisti ha avviato un rinnovamento degli studi sull'alto medio evo. Mentre vecchi temi andavano in soffitta, se ne avviavano di nuovi, oppure se ne rinnovavano radicalmente di vecchi. Così è stato per l'incastellamento (che deborda oltre l'alto medio evo), per la storia delle città, per quella degli insediamenti o dei flussi commerciali (si pensi alle discussioni, anche italiane, sulla "tesi Pirenne"). Mentre sul campo l'archeologia urbana, in stretto anche se non esclusivo rapporto con l'alto medio evo, faceva le sue prime prove, si avviava anche in Italia un filone scientifico di studi sull'archeologia funeraria che usciva dall'antiquaria di stampo dilettantesco ed era finalmente rapportabile a quell'archeologia delle migrazione da tanto tempo esistente Oltralpe.

Grandi speranze, dunque, che però non hanno retto molto bene alle prime dure prove. Sono ormai passati gli entusiasmi di tanti storici, i quali speravano che gli archeologi potessero dare risposte definitive alle questioni che loro ponevano sulla base di fonti scritte troppo lacunose; dal canto loro, di rado gli archeologi sono riusciti ad elaborare un questionario di ricerca originale, che non fosse dipendente da quello degli storici (che fornivano inquadramenti generali, cronologie, ecc.); per farlo, si sono rifugiati in un arido tecnicismo che rende sempre meno fruibili i loro risultati per gli storici delle fonti scritte. Non sempre è così, per fortuna: fanno eccezione in senso positivo, ad esempio, le ricerche di Riccardo Francovich e di quanti in qualche modo si riconoscono nei suoi indirizzi metodologici; ed anche sul versante degli storici non mancano studiosi in grado di dialogare con gli archeologi. Ma ugualmente la tendenza appare facilmente avvertibile, e il rischio che storici e archeologi prendano davvero strade del tutto diverse c'è, e sarebbe un colpo gravissimo per gli studi sull'alto medio evo italiano. Cantieri di scavo come quello di S. Vincenzo al Volturno (anche dopo il ridimensionamento degli entusiasmi "modellistici" un po' troppo esuberanti dei primi tempi) o quello della Crypta Balbi a Roma dimostrano abbondantemente, da soli, la ricchezza potenziale delle fonti archeologiche e l'importanza di un lavoro congiunto archeologi-storici.

D'altro canto, in sintonia con le linee di ricerca presenti in campo internazionale, anche lo studio dei sepolcreti e dei corredi funerari ha acquisito nuova ricchezza di contenuti per l'indagine storica in senso lato. L'abbandono dell'interpretazione etnica dei corredi (e dei cimiteri) è andato insieme ad un'attenta considerazione dei rituali - sociali e religiosi - connessi alla morte. In breve, si è realizzato qui un collegamento fra archeologia, storia e scienze sociali: un rapporto triangolare tipico degli studi altomedievistici più avanzati in Europa e nel mondo (è centrale, ad esempio, nel programma "The Transformation of the Roman World" citato nella Presentazione di questo Forum). Per tale via, è stato possibile recuperare anche il vecchio tema "Romani e Germani", procedendo sulla scia dell'impostazione della scuola di Vienna (da Herwig Wolfram a Walter Pohl) e utilizzando le categorie proprie dell'antropologia storica e quelle dell'etnologia, accanto ad una più raffinata analisi delle fonti scritte (Goffart e il linguistic turn, sia pure rifiutandone le posizioni più estremistiche) e ad una nuova (del tipo più sopra indicato) valutazione dell'evidenza archeologica. Così il tema "Romani e Germani" è diventato, oggi, la questione del significato - completamente nuovo - da dare all'etnicità nei lunghi secoli della transizione fra antichità e medio evo, in un affresco complessivo che vede Romani e barbari (non solo "Germani", qualunque significato si possa dare a questo termine) partecipi della medesima civiltà (il sistema imperiale romano).

Dunque molto si potrebbe fare, in rapporto con un settore di studi che in Europa e nel mondo sta attraversando una fiorente stagione. Eppure, come si diceva, gli studiosi italiani in larga parte non sfruttano queste positive opportunità; gli altomedievisti sono pochi, il lavoro da fare è molto (per introdurre un'altra questione: quante fonti "tradizionali", come le carte d'archivio, sono ancora inedite o mal edite?). I motivi risiedono, a mio avviso, proprio nell'evoluzione degli ultimi decenni che sopra si è sommariamente presentata. Il più stretto contatto con la medievistica europea anche in questo campo di studi, e un maggior interesse che pure in Italia comincia ad affiorare per temi che nell'alto medio evo trovano uno dei loro campi privilegiati - dalle radici dell'Europa, a quello delle identità nazionali, a quello dell'analisi delle società caratterizzate dalla presenza di gruppi etnici e culturali diversi -, forniscono attualmente alcune interessanti possibilità, che però non sarà facile sfruttare, visto il relativo isolamento nel quale si trovano oggi ad operare gli studiosi italiani dell'alto medioevo.

©   2000
Reti Medievali

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