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III - 2002 / 2 - luglio-dicembre

Interventi


Le Scuole di specializzazione per l'insegnamento secondario (SSIS) e la didattica della storia

Giuliana Albini

L'organizzazione della didattica della storia nelle SSIS

Indice dossier

©  Giuliana Albini per "Reti Medievali"


Le considerazioni che presento nascono, come quelli di altri colleghi, dalla esperienza nuova nella quale mi sono trovata coinvolta, ossia l’insegnamento della storia agli specilizzandi della SSIS, in particolare per l’indirizzo linguistico-letterario della Silsis-Milano. Sebbene sullo sfondo del mio intervento ci siano interrogativi più complessivi (e complessi) sulla didattica della storia, il compito particolare che mi è stato assegnato riguarda i problemi più strettamente organizzativi dell’insegnamento della storia all’interno della struttura della scuola di specializzazione per l’insegnamento.

Il decreto  ministeriale che ha istitutito le Scuole di Specializzazione ha imposto una serie di regole per la costruzione dei regolamenti didattici da parte delle singole università. In particolare ha individuato quattro aree nelle quali le attività didattiche della Scuola dovevano essere articolate. La trasmissione di contenuti disciplinari - seppure da intendere sempre strettamente correlati alla formazione didattica - si colloca sostanzialmente in due aree, l’Area 2 e l’Area 3. Ma al loro interno, ogni regolamento didattico può, in modo abbastanza libero, individuare le materie di insegnamento e il peso di ciascuno di esse.

Una prima scelta, certo scontata, è stata comune a tutte le sedi, ossia quella di inserire le discipline che il futuro insegnante si troverà a trasmettere nella relativa classe di abilitazione. La storia, come disciplina, è risultata quindi presente in quelle classi di abilitazione che ne prevedono l’insegnamento, ossia per la 43 A, 50 A, 51 A, 52 A, 37 A.

Al di là di questo elemento comune, gli ordinamenti didattici delle diverse SSIS si differenziano gli uni dagli altri, pur mostrando in alcuni casi notevoli analogie, ma anche scelte abbastanza diversificate.  Ho cercato di valutare le scelte didattiche analizzando questi diversi aspetti della organizzazione didattica:

- distinzione/diversificazione tra Area 2 (didattica disciplinare) e Area 3 (laboratori didattici)

- denominazione degli insegnamenti

- crediti/ore di lezione da attribuire a ciascuna area

- docenti impegnati: docenti unversitari, titolari di contratti, insegnanti supervisori

Questi problemi, che paiono strettamente tecnico-organizzativi, in realtà, per la mia esperienza, condizionano fortemente la didattica che viene offerta e la richiesta di risposta che ci si attende dagli specializzandi.

Per cercare di analizzare questi temi ho fatto un rapido sondaggio sui siti Web delle diverse SSIS: non sistematico e  non esauriente; tra le sedi dalla quale ho tratto materiale ricordo, oltre a Milano, Genova, Sicilia, Venezia, Macerata, Torino, Parma. Va tenuto presente il fatto che non tutti i siti (la maggior parte) offrono materiali utili (ordinamento didattico, titoli dei corsi, programmi, ecc.); spesso, inoltre, i siti non sono aggiornati: ad esempio vi sono documenti che riguardano il I e non il II ciclo. Vi sono sicuramente esperienze delle quali non sono a conoscenza e che renderebbero il quadro più completo. Questo intervento non vuole essere un censimento sistematico, ma solo uno spunto per porre una serie di questioni che, negli anni prossimi, con maggiore esperienza (dopo la conclusione del primo ciclo) e con una maggiore quantità di dati a disposizione potranno essere analizzati in modo più approfondito.

 

1. Distinzione/diversificazione tra Area 2 (didattica disciplinare) e Area 3 (laboratori didattici)

Come detto, le due aree che più da vicino riguardano le discipline, quindi la storia, di cui ci occupiamo in questo incontro, sono le aree 2 e 3, ossia l’area delle cosiddette didattiche disciplinari e l’area dei laboratori didattici. Come inciso dirò che in realtà la legge prevede uno stretto collegamento tra area 1 e area 2, entro l’area 3: ma tale pratica mi sembra solo raramente ricercata e attuata. Inoltre, mi sembra sia prevalente la tendenza a concepire il tirocinio (area 4) come esclusiva competenza degli insegnanti supervisori e degli insegnanti accoglienti. In realtà dovrebbe trattarsi del momento di “messa in atto” di quanto appreso nelle altre aree, compresa l’area 2, e meriterebbe quindi un momento di confronto più diffuso dei docenti delle aree disciplinari con i supervisori.

Non sarà forse inutile richiamare la specificità delle aree 2 e 3, tenendo presente che ogni scuola ha interpretato in modo diverso le funzioni di ciascuna di esse, pur nel rispetto delle generiche indicazioni provenienti dal Ministero.

Ecco alcune definizione, tratte da regolamenti didattici:

“L’Area 2 è relativa alle conoscenze e alle competenze nelle problematiche didattiche delle discipline” (Genova).

“Le lezioni (Area 2) concernono l’epistemologia delle singole discipline e la loro trasposizione didattica” (Sicilia).

“Le attività di laboratorio (Area 3) svolte dagli allievi con la guida di docenti anche dell’Area 1, riguardano programmazione didattica, progettazione di lezioni, esame di testi scolastici, aggiornamenti bibliografici, parametri di valutazione, integrazioni tra libri di testo e approfondimenti scientifici…” (Genova).

 “I laboratori didattici (Area 3)… devono fornire all’allievo strumenti e metodi necessari alla realizzazione di situazioni didattiche di apprendimento concernenti argomenti tipici della specifica classe concorsuale. Lo specializzando deve essere posto in grado di utilizzare i libri di testo e tutti gli altri sussidi (audiovisivi, informatici, ecc.), giudicati opportuni al fine di realizzare una situazione didattica; deve dimostrare di sapere esplicitare gli obiettivi dell’apprendimento (sul duplice versante della conoscenza e della messa in opera ) e valutarne il raggiungimento. I lavori dei laboratori didattici costituiscono la premessa per progettare il tirocinio nelle scuole secondarie…” (Sicilia).

Credo che, al di là delle dichiarazioni d’intenti, esista e sia da tutti percepita una oggettiva difficoltà –mi pare uno dei nodi centrali della organizzazione della didattica- a definire i contenuti di ciascuna area e le relazioni tra i due momenti.

La diversificazione tra le due aree è stata recepita da alcune sedi in maniera rigida, tanto che sono stati assegnati affidamenti/contratti distinti, ossia sono persone diverse (e con formazioni diverse) che insegnano nelle due aree.( Ad es. Venezia ha nettamente distinta l’Area 2 dall’area 3, indicando per l’indirizzo in Scienze umane un insegnamento di “Fondamenti storico-epistemologici della ricerca storica”, al quale non corrisponde un laboratorio. Esiste invece un insegnamento di “Didattica della storia” al quale corrisponde un laboratorio di didattica della storia).

Altre sedi, al contrario, hanno limitato le lezioni frontali  per lasciare il massimo spazio possibile ai laboratori, che sono parsi, in questa fase sperimentale, il momento nuovo e qualificante della didattica. Va sottolineato che nel caso di Milano statale, nel secondo anno di attività, per quello che concerne la storia sono stati gli stessi docenti universitari a gestire le due aree, con la collaborazione, per le attività di laboratorio, ove fosse possibile, degli insegnanti supervisori: nell’ottica di una piena utilizzazione delle loro competenze e di un tentativo di stabilire un collegamento con le attività di tirocinio.

Dal censimento che ho fatto, mi sembra (ma aspetto eventuali correzioni) che sia prevalsa la tendenza a riservare ai docenti universitari le attività dell’Area 2 e ad utilizzare persone esterne all’università (ma che collaborano con essa, come dottori di ricerca/insegnanti, ecc.) nelle attività dell’Area 3.

Spesso – ma le eccezioni certo non mancano- si è concepita l’Area 2 come una riproposizione di lezioni universitarie, lasciando a persone con competenze diverse – e con esperienza di insegnamento nelle scuole medie superiori – il compito di ricercare all’interno dei laboratori nuovi contenuti e nuove modalità di insegnamento che garantissero un più specifico impianto didattico.

 

2. Denominazione degli insegnamenti

Il problema che vorrei porre parte da questa considerazione: l’insegnamento della storia a livello universitario è, comunque, frazionato in ambiti cronologici (greca, romana, medievale, moderna, contemporanea), che corrispondono agli ambiti disciplinari di concorso. A livello di SSIS, al contrario, viene chiesto di rapportarsi ad un’area disciplinare (la storia), che deve essere affrontata e insegnata nei suoi fondamenti epistemologici, illustrata nei metodi e nelle teorie della ricerca, nella sua evoluzione storiografica, il tutto in funzione di una formazione a fini didattici e di una spendibilità didattica.

Per molti di noi, credo, questo ha significato essere dibattuti tra l’attaccamento al proprio ambito disciplinare cronologico (non ne parlo in senso negativo, al contrario) e la richiesta (implicita nel monte ore disponibile -assai limitato e paragonabile, nel migliore dei casi, includendo i laboratori, a due corsi universitari- ed esplicita nelle attese degli specializzandi, ma anche di molti colleghi di altre discipline) di essere esperti di una “storia senza fratture cronologiche”.

Ora, non è mio compito discutere di ciò a livello teorico, ma al contrario verificare questa oscillazione/incertezza di impostazione della organizzazione della didattica: verificare nel concreto quello che è un problema di fondo a mio parere non risolto.

Ho proceduto dunque ad esaminare gli ordinamenti didattici delle diverse sedi (per gli indirizzi linguistico-letterario e di scienze umane) e  i programmi proposti agli studenti.

Alcune sedi hanno adottato denominazioni delle discipline (per l’Area 2) molto ampie e prive di delimitazioni cronologiche, ad esempio “Didattica della storia”, “Fondamenti storico-epistemologici della ricerca storica”, “ Didattica delle discipline storiche”,  ecc.

Per quanto concerne l’Area 3, accanto al mantenimento delle titolazioni sopra ricordate, ne appaiono di simili o di più articolate, sempre all’interno di titolazioni ampie: “Laboratorio di critica delle fonti storiche”, “Laboratorio di discipline storico-geografiche”, “Laboratorio di modelli e strumenti di trattazione didattica di temi storici”, ecc.

Ma il panorama non è poi così uniforme. Si ritrovano insegnamenti quali “Didattica della storia nella scuola media”, con laboratorio, ossia un’attenzione particolare ad una classe di concorso, “Didattica della storia del Novecento”, con laboratorio, con evidente riferimento ai nuovi programmi scolastici.

Non sorprende però ritrovare le partizioni tradizionali o a livello di ordinamento didattico o nella pratica didattica, attraverso l’articolazione in moduli dei diversi corsi.

Ecco dunque che le discipline possono essere indicate semplicemente come  “Storia greca”, “Storia romana”, “Storia medievale”, “Storia moderna”, “Storia contemporanea”, “Didattica della storia”, “Educazione civica”, o ad indicare corsi distinti, o a definire parti di un unico corso. Vi sono gli insegnamenti di “Didattica della storia antica”, “Didattica della storia medievale”, “Didattica della storia moderna” e “Didattica della storia contemporanea”.

Altre volte, ad una didattica generale, dalla lettura di programmi d’esame, risulta chiaramente che il corso si riferisce di fatto ad una sola area cronologica, ad esempio o medievale o contemporanea, a seconda delle competenze del docente.

La questione che pongo a livello di “organizzazione della didattica” è questa:
è preferibile abbandonare totalmente, a livello di didattica SILSIS, la periodizzazione?
o è necessario trovare un modo per dare fiato alla trasmissione specialistica, fondamentale, ad esempio, nella individuazione dei nodi tematici?

 

3.Ore di lezione/crediti da attribuire complessivamente alla storia e al suo interno a ciascuna area

Come premessa, è necessario dire che, nonostante la normativa preveda di costruire i percorsi didattici sulla base dei crediti formativi, questa novità non è ancora stata recepita e, in generale, le sedi hanno articolato i propri percorsi sulla base delle ore di insegnamento. Per questo motivo farò riferimento alle ore e non ai crediti.

Nei piani didattici relativi alla classe di insegnamento di Filosofia e storia (classe 37) sono attribuite alle discipline storiche e alle discipline filosofiche un numero equivalente di ore (150).

Nel caso delle abilitazioni dell’indirizzo linguistico-letterario (classi 43, 50, 51, 52), invece, si possono cogliere differenze, anche notevoli: laddove infatti si tratti di ripartire le ore complessive (Area 2 e Area 3) su diverse discipline (italiano, storia, geografia, educazione civica, oltre a latino e greco per le classi che lo prevedono) il peso dell’insegnamento di storia può variare anche notevolmente. Se per le classi 43 e 50 può arrivare, nel corso di due anni, a 130 ore,  nel caso delle classi 51/52 può anche ridursi a meno di 100 ore, proporzionalmente poche rispetto al peso specifico lasciato alle materie come italiano e latino. 

La ripartizione del carico di ore di insegnamento (e il relativo numero di crediti) tra lezioni frontali e laboratori mi sembra sia stato in generale interpretato in una tendenza a pareggiare le due situazioni, anche se la normativa consente di lasciare uno spazio percentualmente diverso all’una o all’altra area. In alcuni casi, però, si è privilegiata l’area dei laboratori didattici.

 

4. Docenti impegnati: docenti unvesritari, contrattisti, insegnanti supervisori.

All’interno della SSIS, infatti, insegnano diverse tipologie di docenti, che si possono dividere in 3 categorie:

- docenti universitari (di grado accademico diverso), ossia risorse interne alle università;

- collaboratori esterni che a titolo diverso ( o con contratti autonomi o correlati ai titolari dell’insegnamento);

- insegnanti supervisori.

Dalla ricognizione fatta nei siti delle SSIS (che peraltro sono in pochi casi danno conto di questo aspetto), risulta chiaro che sono state fatte precise scelte nella individuazione dei docenti.

Anzitutto vi è, come peraltro scontato, una forte prevalenza di “affidamenti interni” per quanto riguarda gli insegnamenti dell’Area 2, ossia le didattiche disciplinari, che, da quello che mi risulta, sono quasi esclusivamente ricoperte da docenti universitari. Altrettanto scontato è il fatto che, in modo preponderante si tratta di docenti disciplinari: la presenza di docenti di “Didattica della storia” nelle facoltà di lettere e filosfia è assai ridotto e ciò si riflette in alcuni casi in modo evidente sui contenuti disciplinari insegnati: in molti casi prevalgono la metodologia della ricerca, l’epistemologia, i contenuti disciplinari, gli strumenti, ecc. Pressoché assenti, o molto scarsi, in questa fase (non è un giudizio di valore, ma una costatazione) gli aspetti che potremmo definire più strettamente “didattici”.

Per quanto riguarda l’area 3, di laboratorio, la situazione è veramente estremamente varia, con una forte presenza ancora di docenti unversitari, ma anche con una gamma ampia di soluzioni diverse.

Tra queste è da sottolineare la presenza di:

- docenti esperti di didattica della storia (inquadrati o no nell’università), portatori di competenze specifiche di didattica della storia, così come essa è nata ed è cresciuta per la gran parte al di fuori (spesso in contrasto) con la ricerca storica specialistica, persone che hanno negli anni scorsi collaborato ai centri di formazione e di aggiornamento degli insegnanti (ad esempio IRSSAE);

- insegnanti di scuola media superiore, per lo più reclutati per una duplice competenza, ossia di conoscenze scientifico-disciplinari – spesso titolari di dottorato di  ricerca nelle diverse aree storiche –, e di esperienza didattica, in quanto inseriti nel mondo della scuola;

- insegnanti supervisori, scarsamente presenti nella didattica di laboratorio, ma il dibattito in merito ad una loro presenza più consitente nei laboratori è in atto in molte SSIS.

 

Considerazioni conclusive

Da questo rapido quadro è assente un discorso sul tirocinio, che, come ho già accennato, non deve essere considerato come momento separato, ma al contrario deve essere fortemente relazionato alle altre aree, sia per contenuti e impostazione, sia come contributo di tutte le forze docenti. Nonostante le oggettive difficoltà organizzative che incontra il tirocinio, credo che debba essere ripensato soprattutto in relazione alle diverse situazioni scolastiche in cui il tirocinio stesso viene effettuato. Ossia il docente disciplinare o di laboratorio dovrebbe avere presente che il tirocinio – da cui gli specalizzandi attendono molto – costituisce il momento di verifica di quanto la SSIS ha saputo fornire in precedenza.

Complessivamente si può rilevare che in questa prima fase le singole situazioni locali hanno in qualche modo condizionato le scelte didattiche, ponendo maggiormente l’accento sulle competenze disciplinari (la disponibilità di dottori di ricerca) o sulla formazione didattico-pedagogica (connessione con la facoltà di scienze della formazione). Dopo due anni di esperienza è forse il momento di abbandonare una sorta di “stato di emergenza” e affrontare in un confronto più serrato, sia dal punto di vista metodologico, sia dal punto di vista organizzativo, i problemi dell’insegnamento della storia  nell’ambito delle SSIS.

 

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