INFORMATIO STATUS MARCHIE ANCONITANE
Una inchiesta politica del 1341 nelle terre dello Stato della Chiesa

Edizione ipertestuale

Bibliografia

Indice





Per una lettura interpretativa dell’Informatio(*)


I. LA COSTRUZIONE DEL TESTO: La genesi dell'inchiesta -
Una procedura inquisitoria - La campionatura dei testimoni
II. I SOGGETTI E LE DINAMICHE POLITICHE: Regimi comunali e dominazioni signorili -
Le cause dell’instabilità politica - La monarchia pontificia e i ‘tiranni’
III. GOVERNARE IN PROVINCIA: Opinioni a confronto - Il consenso politico



I. LA COSTRUZIONE DEL TESTO

La genesi dell’inchiesta

Nel giugno 1341 la Marca anconetana fu teatro di una vasta inchiesta condotta da un legato pontificio, Jean Dalpérier, incaricato da papa Benedetto XII di produrre una circostanziata relazione sulle condizioni politiche della provincia. Durante la prima metà del Trecento la lontananza geografica dei papi di Avignone aveva sollecitato l’esigenza di un costante e assiduo contatto fra il sovrano-pontefice e i soggetti politico-istituzionali delle terre della Chiesa. La crisi dell’ordinamento provinciale e la frequente inaffidabilità del personale ai vertici dell’amministrazione provinciale, pur composto in quegli anni da prelati d’Oltralpe di nomina pontificia, postulò l’invio di numerosi legati con funzioni rappresentative ed anche con ampi poteri di intervento e di riforma. Se si considera l’aspetto meramente documentario di questo fenomeno, si osserva, procedendo verso la metà del XIV secolo, il moltiplicarsi delle relazioni inviate da legati ed ambasciatori al papa e alla Curia, un genere di scrittura che nella monarchia pontificia come nelle altre formazioni statali trecentesche può essere ricondotto alla più ampia categoria della corrispondenza diplomatica[1].
Nel processo di costruzione dello Stato pontificio durante la prima metà del Trecento il pontificato di Benedetto XII (1334-42), pur non registrando significativi successi, rappresentò un momento di svolta rispetto alla strategia politica adottata dal suo predecessore. Se infatti Jean Duèse (Giovanni XXII) perseguì con tenacia un’azione di tipo marcatamente repressivo, coinvolgendo anche l’elemento inquisitoriale nella celebrazione di processi per eresia contro gli avversari politici del potere pontificio [2], Jacques Fournier fu animato da una diversa sensibilità politica e amministrativa. Non soltanto profuse il suo impegno nel fornire un più coerente apparato normativo allo Stato, inviando per questo nelle terre della Chiesa il nunzio riformatore Bertrand de Déaulx tra il maggio 1335 e l’aprile 1337 [3], ma fu anche il primo fra i pontefici avignonesi che dimostrò un autentico interesse a conoscere le reali condizioni politiche delle provinci dello Stato, richiedendo spesso a funzionari incaricati ad hoc di fornire informazioni dettagliate e di produrre alla Curia atti conoscitivi su questioni di ordine generale o particolare. Così, nell’ottobre 1336 il papa incaricava il rettore della Campagna e Marittima di riferire su varie questioni e in particolare di fornire un’accurata descrizione delle condizioni relative alle difese militari, poiché lo stesso argomento era stato già trattato in altri atti prodotti al pontefice in modo non trppo chiaro (nimis confusum) [4]. Un anno più tardi Benedetto XII chiedeva al rettore della Marca Canhard de Sabalhano importanti chiarimenti su diversi punti riguardanti l’amministrazione della provincia: alcuni di ordine generale, relativi alla produzione normativa, altri di carattere specifico e assai contingente[5].
Se alla metà del Trecento la concezione della monarchia pontificia non era quasi per nulla cambiata nei suoi presupposti teorici rispetto alle formulazioni innocenziane, tuttavia l’avvio di un contatto più capillare con i soggetti politici dello Stato e soprattutto l’adozione nella pratica amministrativa di strumenti idonei a conoscere e quindi controllare il territorio introdussero un apprezzabile elemento di novità nel processo di costruzione statale. E’ seguendo questo orientamento che si produsse poco dopo la metà del secolo quella documentazione d’ufficio che gli storici considerano oggi tra i più importanti documenti per la storia della monarchia pontificia del tardo medioevo, ossia le descriptiones [6]: veri e propri strumenti operativi che per la loro qualità dei dati raccolti si rendevano assai utili se non indispensabili nella quotidiana attività di governo. L’Informatio di Jean Delpérier deve essere pertanto collocata lungo questa direttrice, che si delinea con maggior precisione proprio negli anni di pontificato di Benedetto XII ma che diede i suoi frutti più maturi nei decenni successivi. In questo senso, il tradizionale giudizio espresso dalla storiografia secondo cui di cui l’“interminabile serie di legati con potere di indagine e di riforme” di questi anni costitisce esclusivamente un segnale della estrema debolezza dello Stato[7], deve essere in parte riformulato. È infatti è opportuno spostare l’accento dai risultati politici, senza dubbio poco incisivi, al consolidarsi di una cultura amministrativa all’interno del personale operante negli apparati provinciali dello Stato, che proprio attorno alla metà del Trecento si fa più visibile e apprezzabile. Anche grazie al diffondersi di tale cultura la monarchia pontificia veniva sempre più avvertita dalle forze di egemonia territoriale, i comuni e i signori, come qualcosa di quotidiano ed operante.
Consideriamo ora più da vicino le circostanze che indussero papa Duèse a richiedere al canonico provenzale Jean Delpérier di svolgere un’inchiesta sulle condizioni della Marca. Il 25 gennaio 1341 Benedetto XII inviava una lettera rivolta unitamente al rettore e al tesoriere della Marca, che costituivano due cariche direttamente subordinate al papa allo stesso livello della gerarchia amministrativa dello Stato, nella quale comunicava loro il proposito di chiudere definitivamente i numerosi processi giudiziari avviati e perseguiti dal suo predecessore. Papa Duèse dichiarava infatti di voler accogliere le istanze di alcuni uomini della Marca, tam nobilium quam aliorum, che intendevano ritornare all’obbedienza della Chiesa e ordinava pertanto alle due massime cariche dello Stato in provincia di acquisire informazioni dettagliate su tali persone, sui delitti commessi e sugli effetti prodotti dai processi celebrati in passato, riservando una particolare attenzioni agli aspetti patrimoniali; il rettore e il tesoriere avrebbero dovuto inoltre indicare in una dettagliata relazione scritta quali forme avrebbero ritenuto più idonee per la riconciliazione con i signori [8]. Non sono noti gli atti di questa indagine, mentre risultano assai chiare la necessità e le intenzioni del papa di essere costantemente informato in modo sicuro della situazione politica delle terre dello Stato. Il 30 marzo 1341 Benedetto XII nella littera executoria “Exultat cor nostrum” [9] esprimeva con soddisfazione il ritorno all’obbedienza pontificia di molte città e terre della Marca, che nei mesi precedenti avevano riconosciuto l’autorità del rettore provinciale Giovanni de Riparia. Così, per appurare appieno la verità dei fatti il papa ordinava a Jean Dalpérier, che aveva già ricoperto importanti incarichi fiduciari per conto della Camera apostolica, di recarsi personalmente nella Marca in modo da acquisire informazioni dettagliate (particulariter et distincte) sugli ultimi accadimenti e sulla condizione della provincia (de statu ipsius Marchie); ovviamente il legato avrebbe poi dovuto riferire fedelmente al pontefice.

Una procedura inquisitoria

Due mesi più tardi, nel giugno 1341, Jean Dalpérier, che si trovava già in Italia al momento del conferimento dell’incarico, iniziò una vasta inchiesta che si svolse nell’arco di un paio di settimane in diversi centri della Marca [10]. L’aspetto più originale di tale operazione (e al tempo stesso la sua forte rilevanza euristica per lo studioso di oggi) consiste nel fatto che il legato papale non produsse una personale relazione alla Curia avignonese, bensì decise di intraprendere un viaggio nella Marca per raccogliere le testimonianze di vari personaggi sugli avvenimenti storici appena trascorsi ed anche le opinioni di questi ultimi sulle presenti condizioni politiche della provincia ecclesiastica. Il legato decise così di adottare una procedura di tipo inquisitorio nei confronti dei propri interlocutori, invitando questi ultimi a rilasciare le loro testimonianze sulla base di sei articoli inquisitori da lui formulati e ad essi sottoposti; le deposizioni avvenivano tutte, secondo la prassi ordinaria, dopo il giuramento dei testimoni sull’Evangelo di affermare esclusivamente la verità dei fatti. La peculiarità dell’inchiesta consiste dunque nell’adozione da parte del legato di un modus operandi che ricalca da vicino lo schema della visita pastorale sia per i continui spostamenti del funzionario e dei suoi notai nel territorio, sia per l’adozione della procedura inquisitoria come consolidato ed efficace strumento conoscitivo. Nel caso dell’inquisitio condotta da Dalpérier, tuttavia, le questioni poste agli interrogati vertono però tutte su argomenti di interesse squisitamente politico. Si può dunque osservare nella compenetrazione di elementi della tradizione spirituale e di quella temporale uno dei tratti dell’identità dello Stato della Chiesa negli ultimi secoli del medioevo.
Esaminiamo dunque in modo analitico la scansione dei tempi e la scelta dei luoghi nei quali fu condotta l’inchiesta. Jean Dalpérier e i notai al suo seguito percorsero il loro viaggio ad partes Marchiae in poco meno di venti giorni. L’itinerario, che toccò sette centri della provincia, prese le mosse da Camerino per proseguire poi a San Severino, Cingoli, Ancona, Osimo, Recanati e finire a Macerata, sede della curia rettorale. Dalla data topica delle deposizioni testimoniali raccolte conosciamo anche i luoghi specifici ove il legato svolse il suo ufficio: abitazioni di privati, a Camerino, San Severino, Cingoli e Ancona; una chiesa plebana, Santa Maria di Cingoli; monasteri benedettini, San Giovanni presso Ancona e San Fiorenzo di Osimo; l’abitazione del vescovo, a Camerino; infine, in due casi, a Recanati e Macerata, il palazzo comunale.
La distribuzione nello spazio cronologico delle deposizioni testimoniali non fu affatto omogenea: nei primi quattro giorni, infatti, vennero raccolte venti deposizioni, più della metà del totale, mentre nel periodo successivo lo svolgimento delle operazioni seguì un ritmo più lento. Una volta giunto a Macerata, sede della curia provinciale, il nunzio apostolico decise di modificare la propria linea di azione, interrompendo l’itineranza che aveva sino ad allora caratterizzato l’attività inquisitoria e ordinando di convocare là i rappresentanti di diverse città. Per l’occasione inviò quindi alcune lettere al consiglio degli anziani di Ascoli, ai priori di Fermo, di Jesi, di Fabriano, di Montolmo, di Tolentino e di Sant’Elpidio, prescrivendo con esattezza il numero di rappresentanti laici e religiosi che intendeva ricevere: nei giorni successivi troviamo così a Macerata, chiamati per deporre, i rappresentanti dei comuni di Montolmo, Tolentino, Jesi e Sant’Elpidio, mentre non si ha più notizia di quelli delle altre tre città convocati dal legato. L’estrema laconicità di queste ultime deposizioni, invero, e l’assenza di alcuni dei rappresentati convocati denotano una certa stanchezza nelle battute conclusive dell’inchiesta, determinata forse semplicemente dal fatto che il legato doveva sentirsi già sufficientemente appagato delle informazioni acquisite durante la sua itineranza. Un elemento va comunque sottolineato a livello procedurale: mentre gli uomini convocati a Macerata erano stati incaricati a comparire dinanzi al legato pontificio dai membri degli organi deliberativi comunali e il loro ruolo era quello di diplomatici, molti dei personaggi ascoltati durante la fase itinerante dell’inchiesta, secondo a quanto il testo lascia intendere, agiscono invece a titolo del tutto personale, raccontando fatti ed esprimendo opinioni non in rappresentanza di altri ma unicamente sulla base della propria sensibilità politica, la formazione culturale e le personali esperienze.
Le deposizioni rilasciate dai sessantasei personaggi coinvolti nella consultazione legatizia sono racchiuse nel testo dell’Informatio in trentotto deposizioni testimoniali: il numero dei testimoni non coincide infatti con quello delle deposizioni poiché le testimonianze rese dai rappresentanti designati dai comuni sono sempre collegiali e in un caso anche due esponenti si spicco del monto signorile, Gentile e Giovanni da Varano, rilasciano unitamente la loro dichiarazione. Dal punto di vista procedurale, si può osservare nel testo un’alternanza di deposizioni orale, in netta prevalenza, con altre scritte, che rappresentano certo una minoranza ma che identificano le più dettagliate e ricche di informazioni. Invece di rispondere oralmente ai quesiti di Jean Dalpérier, il rettore, il tesoriere provinciale insieme agli avvocati della Curia, i Da Varano, i rappresentanti dei comuni di Ancona, Macerata e San Severino consegnarono al legato un testo scritto (quadam papiri cedula) che successivamente venne inserito dal notaio estensore fra le altre testimonianze raccolte nel testo. Si tratta in questi casi di vere e proprie relazioni sulle condizioni politiche della Marca, che nella maggior parte dei casi, riportano in apertura la designazione di informatio. E’ da questo tipo di testimonianze che si possono cogliere, a livello di lettura interpretativa, elementi di valutazione più cospicui e approfonditi, mentre le dichiarazioni orali appaiono molto sovente assai laconiche e frettolose. All’interno di queste ultime si osserva spesso la presenza di numerose reiterazioni, elemento assai caratteristico dei processi inquisitori: in particolare molti testimoni danno per buona la ricostruzione del quadro storico-politico della Marca effettuata dal primo personaggio consultato, frate Monaldo da Tolentino e si astengono dal fornire altre informazioni.
Una volta giunti davanti al legato apostolico i testimoni erano chiamati, in conformità alla prassi inquisitoria, a deporre sulle diverse questioni poste nei sei articoli inquisitori. Tali articoli risultano strutturati logicamente in forma binaria: i primi due sono incentrati sulla situazione geopolitica della regione, il terzo e il quarto sul governo ecclesiastico nelle città, gli ultimi due sui rimedi da porre in atto per rafforzare l’obbedienza della provincia alla Chiesa. Nel primo articolo, in particolare, si chiedeva chi fossero coloro che, esercitando un potere di tipo signorile nelle città e nelle terre della Chiesa, avevano privato quest’ultima della titolarità (honor) e dell’esercizio dei diritti (ius); con il secondo si intendeva assumere informazioni su coloro che, dopo aver esercitato la propria autorità su questi centri, erano tornati all’obbedienza della Chiesa ed avevano riconsegnato le città all’amministrazione del rettore provinciale; si volevano inoltre comprendere le cause del ritorno all’obbedienza ecclesiastica, i modi attraverso cui questo processo si compiva e gli effetti tangibili (signa obedientie) della riconosciuta sovranità alla Chiesa. I due articoli seguenti erano tesi a tastare il polso sul governo ecclesiastico e sull’organizzazione politica delle città (III), chiedendo espressamente l’opinione delle comunità e dei singoli sul governo (de regimine) della Chiesa e dei suoi ufficiali (IV). Gli ultimi due, infine, erano tesi ad acquisire informazioni sulle concrete modalità per riuscire a mantenere le città fedeli alla Chiesa (V) e per ricondurre nei ranghi dell’amministrazione provinciale quelle ancora rimaste al di fuori dell’obbedienza ecclesiastica (VI).

La campionatura dei testimoni

I personaggi consultati da parte del nunzio apostolico costituiscono, per estrazione culturale e funzioni esercitate, un’ottima campionatura dei vertici della società coeva. E’ possibile individuare all’interno della lista dei testimoni categorie omogenee di persone, di seguito indicate e quantificate nella tabella:

CATEGORIA

N. deposizioni

N. testimoni

funzionari dello Stato della Chiesa

2

8

ecclesiastici:
- vescovi
- alto clero

3
4

3
4
religiosi:
- abati
- frati

3
7

3
7
esponenti del mondo signorile

3

4

rappresentati (magistrati o delegati) dei comuni

8

29

altri esponenti della società civile

8

8

Se consideriamo i funzionari dello Stato della Chiesa che depongono all’inchiesta troviamo al vertice il rettore Giovanni de Riparia, che al momento dell’indagine soggiornava nella città di Osimo, da poco ritornata all’obbedienza pontificia; l'altra figura istituzionale ai vertici della gerarchia provinciale, il tesoriere Bertrando Senherii, rilascia invece la propria testimonianza a Macerata unitamente a cinque avvocati della Curia rettorale. Fra questi ultimi, Accursio da Tolentino poteva vantare il titolo di doctor legum: nella sua carriera, dopo aver portato a termine gli studi nelle Università di Siena e Bologna, era stato chiamato a ricoprire la carica di giudice d’appello nella città di Firenze. Se si considerano invece gli ecclesiastici, i tre vescovi consultati furono quelli di Camerino, Ancona ed Osimo; fra gli esponenti del clero si segnala Grimaldesco di Rainalduccio, canonico settempedano, che sappiamo aveva ricevuto da giovane nozioni di diritto a Tolentino presso un dottore in legge. Dieci sono i religiosi chiamati a deporre, tra cui si seganala la presenza di frate minore Giovanni da Borgo San Sepolcro, inquisitore generale nella Marca, e di frate Simone di Ancona dello stesso Ordine, il quale ricoprì la stessa funzione in un periodo anteriore al 1339, allorché papa Benedetto XII reintregrò il primo nel suo incarico.
La maggior parte dei testimoni appartenenti alla società civile era fornita di una solida preparazione giuridica e molto spesso ricopriva incarichi di governo nelle istituzioni cittadine. Fra gli esponenti del mondo signorile spicca la presenza di Gentile e Giovanni da Varano, definiti nel testo con il titolo di nobiles milites, i quali rilasciano la loro deposizione testimoniale unitamente. Gentile da Varano, signore di Camerino, era noto per aver svolto la professione di podestà all’interno del circuito guelfo in importanti città quali Firenze; la sua costante fedeltà al partito papale gli aveva procurato successivamente la carica di luogotenente dell’esercito pontificio su nomina di Giovanni XXII. Allo stesso ambito funzionariale appartengono altri due rappresentanti dell’aristocrazia marchigiana, i figli di Piagnone Cima di Cingoli, Bartolo e Giovanni, che rilasciano la loro deposizione separatamente: Giovanni, podestà di Ascoli nel 1339, è attestato lo stesso anno con la stessa carica, unitamente a quella di capitano della guerra, all’interno delle istituzioni comunali cingolane.
Molti altri personaggi coinvolti nella consultazione del legato pontificio facevano della professione di giudice la propria precipua attività. Uno dei due iurisperiti che depongono il primo giugno a Camerino, Nuccio di Ragiano, aveva esercitato qualche anno prima, nel 1338, la carica di giudice per le cause civili nel distretto di Camerino, mentre altri membri della famiglia si erano segnalati nel primo Trecento per un’intensa attività funzionariale nelle maggiori città comunali dell’Italia centrale, fra cui Firenze e Siena [11]. Fra i priori osimani, Tommaso di Giovanni, giudice, è attestato come uno degli statutari che redassero nell’aprile 1342 una nuova edizione degli statuti cittadini [12]. Fra i notai presenti al processo, infine, magister Rinalduccio di Silvestro, uno dei priori del Popolo e delle Arti di Macerata, era stato nel 1325 fra i notai estensori delle deposizioni testimoniali sulla santità di San Nicola da Tolentino [13]. Pur rappresentando la categoria dei personaggi appartenenti al mondo comunale la netta maggioranza dal punto di vista numerico fra i testimoni all'inchiesta, è spesso arduo ricostruire i profili e le carriere del personale, data l’estrema dispersione e la scarsa quantità delle fonti cui attingere per gli anni precedenti la metà del Trecento.
Un altro elemento da sottolineare è costituito dal fatto che alcuni dei testimoni all’inchiesta avevano deposto una quindicina d’anni prima ad un importante processo celebrato nelle Marche, quello per la canonizzazione di San Nicola da Tolentino. Fra i personaggi che presero parte ad entrambi i processi, compaiono: i signori di Camerino, Gentile e Giovanni Da Varano, frate Matteo, abate del monastero di San Lorenzo in Dolìolo presso San Severino, il camerinese Vanni di magister Attone, il canonico Grimaldesco di Rainalduccio e, infine, uno dei sei priori della terra di San Severino, Bongiacomo di Giacomo, del quale sappiamo – attraverso la deposizione di sua moglie Angeluccia - che esercitava la professione di medico [14]. Il processo di canonizzazione di San Nicola da Tolentino, costituì per il papato avignonese un importante momento di affermazione della propria autorità non soltanto sotto il profilo spirituale ma anche dal punto di vista politico[15]: non stupisce pertanto incontrare diversi personaggi a deporre sia nel 1325 che nel 1341 all’inchiesta promossa da Jean Dalpérier. Quest’ultimo, nel convocare i testimoni, si rivolse dunque essenzialmente a coloro che, per la loro preparazione giuridica e per la consolidata appartenenza al partito papale, avevano svolto incarichi di fiducia e/o di governo nello Stato della Chiesa. I personaggi consultati dal legato pontificio costituivano insomma i referenti e gli interlocutori privilegiati dello Stato in provincia.


II. I SOGGETTI E LE DINAMICHE POLITICHE

Regimi comunali e dominazioni signorili

Le deposizioni testimoniali raccolte dal nunzio apostolico hanno il pregio di focalizzare l’attenzione su due grandi temi della storia politico-istituzionale del Trecento marchigiano: l’affermarsi e il consolidarsi di fatto delle signorie nelle città ed i caratteri della sovranità dello Stato della Chiesa. Soffermiamoci sul primo aspetto, rivolgendo in particolare l’attenzione al linguaggio politico impiegato dai testimoni. La narrazione dei fatti, secondo la maggior parte dei personaggi chiamati a deporre, ruota essenzialmente attorno ad una parola-chiave, quella di ‘tiranno’. Com’è noto, nel linguaggio politico coevo, formulato sulla tradizione aristotelico-tomista, il termine ‘tiranno’ veniva impiegato in modo neutro per designare un governante che aveva instaurato la propria supremazia in una città, senza che ciò comportasse un giudizio morale negativo [16]. Bartolo da Sassoferrato, nel suo trattato “De tyranno” introduce un celebre distinguo fra tirannide ‘manifesta’ ed ‘occulta’: in quest’ultimo caso il dominio signorile poteva essere esercitato propter titulum, cioè sulla base apparente delle regole costituzionali, ma alterando in realtà queste ultime violandone i limiti o la durata di una carica, oppure propter defectum tituli, quando cioè “taluno, sulla base di una carica alla quale nessun potere è congiunto, viene in tanta potenza da costringere il governo a fare quello che egli vuole” [17]. Nel testo dell’Informatio il termine ‘tiranno’, usato come sinonimo di dominus e di nobilis, designa colui che -a prescindere dalla sua virtù o dal vantaggio per la comunità- detiene una posizione di preminenza in una città senza una giustificazione costituzionale o legale, senza cioè l’investitura o il riconoscimento da parte della Chiesa. Ad esempio, nell’elenco delle signorie marchigiane prodotto nel testo dal capitano del Popolo e degli Anziani del comune di Ancona vengono indicati semplicemente e indistintamente come ‘tiranni’ tutti i signori, indipendentemente dal loro orientamento filo- o antipapale e dai modi di raggiungimento del potere. Anche nella quattrocentesca cronaca di Antonio di Nicolò, il signore di Fermo ucciso l'anno precendente l'inchiesta, Mercennario di Monteverde, è definito dominus et tirannus, endiadi che indica al tempo stesso l’ascendenza aristocratica ed il tipo di governo personale stabilito da Mercennario sulla città picena [18].
Se, dunque, il termine ‘tiranno’ non comporta in sé valutazioni di tipo morale, la forma di governo signorile, la tirannide, è unanimemente avvertita dai testimoni all’inchiesta come una forma di governo nociva per la collettività, intollerabile e quindi da respingere fin nei suoi presupposti teorici. Nella deposizione del Padre guardiano dei Minori di Camerino, il primo chiamato a deporre, l’aggettivo tirannice, che ricorre assai spesso nel testo, è associato in endiadi sinonimica ad altri aggettivi quali violenter o proditorie; nelle deposizioni che seguono si parla più volte della tirannica pravitas, di tirannica nequitia e addirittura di tirannica rabies. Fondamento del regime signorile appare dunque il costante ricorso alla forza come mezzo per imporre la propria egemonia sulla città: ai rappresentanti del comune di Ancona chiamati a deporre al processo, ad esempio, non sfuggiva a tale proposito che il successo dei signori locali poggiava in larga parte sulla loro disponibilità militare e sulla concreta possibilità di assoldare cavalieri e fanti mercenari. I signori, come sostengono altri testimoni al processo, perpetrando la violenza, agivano causa dominium acquirendi, mossi soltanto dalla cupidigia del potere e delle ricchezze: non miravano cioè -parafrasando le parole di Bartolo da Sassoferrato- ad bonum commune, al bene della collettività civica, ma esclusivamente al vantaggio personale. La signoria è dunque una forma di governo percepita come un gravamen, una oppressio, sostengono i priori del Popolo e delle Arti del comune di Macerata nella loro testimonianza: le città sub tirannia, concludono infatti, non hanno più vitalità politica alcuna, sono “consumpte et quasi mortue”. Non si può non rilevare, a proposito di quest'ultima espressione, la consonanza con l'opinione espressa nell'Informatio de statu Lombardie (1317) dai legati inviati in Italia da Giovanni XXII, secondo i quali i popoli “sub tirannide secretius ingemiscunt” [19].
Alla tirannide si oppone un diverso sistema di valori, quello caratteristico dei regimi comunali, spesso compendiato nel testo con il termine di populus. In realtà quest’ultimo termine ha un valore polisemico e acquista diverse sfumature da una deposizione all’altra: in qualche caso è semplicemente sinonimo della totalità dei cittadini, come accade ad esempio nella deposizione di frate Monaldo da Tolentino, il quale impiega espressioni quali populus Firmanus o populus Fabriani per indicare l’intera cittadinanza, o in quella di Riccardo di Gualtiero, che ricorda l’uccisione del signore di Matelica ad rumorem populi, cioè nel corso di una sommossa cittadina. Più spesso, invece, il termine populus viene usato come termine tecnico per designare l’ordinamento comunale: il rettore della Marca, ad esempio, nella sua relazione scritta, passando in rassegna i personali successi militari, rammenta che, durante il periodo di tempo in cui risiedette con la curia a Recananti, gli furono consegnate le chiavi delle porte della città insieme al vexillum populi, cioè le insegne del comune; egli impiega inoltre espressioni quali facere populum e reducere ad populum per indicare la restaurazione dell’ordinamento comunale nelle città in cui vigeva un governo signorile, come ad esempio a Jesi all’indomani della cacciata di Lomo Simonetti o a Matelica dopo la morte di Burgaruccio.
Attraverso la polarizzazione semantica fra tirannus e populus la maggior parte dei testimoni esprimeva la propria consapevolezza dei processi istituzionali realizzatisi nel passaggio dal comune alla signoria. Il tesoriere provinciale e gli avvocati curiali operano un netto distinguo fra le città e le terre governate ad populum e quelle rette per tirannos: le prime sono, a loro giudizio, ben amministrate (bene reguntur), mentre le ultime risultano sottoposte al mal governo (prava opera) dei signori. Gli stessi concetti vengono ribaditi con forza e chiarezza espositiva in un’altra deposizione di particolare rilievo euristico, quella del giurisperito camerinese Nuccio di Ragiano, interamente strutturata attorno all’opposizione fra regime signorile e comunale. Una città, per il giudice consultato dal nunzio, può essere governata tirannice, cioè da un signore, oppure per populum, ossia attraverso le istituzioni comunali; viene qui introdotta una dicotomia, cui è connessa necessariamente un’altra, quella di iustitia e iniustitia: le città nelle quali vige la tirannide, sostiene infatti Nuccio, sono mal governate (male reguntur), poiché non può essere garantita la retta amministrazione della giustizia, inficiata dalla corruzione (omnia iustitia venalis est). L’espressione di cui il giurisperito si avvale per designare la forma di governo opposta alla tirannia è quella di status popularis, in cui il termine status non indica una condizione, una qualità, come avviene generalmente nel linguaggio politico coevo (si consideri, ad esempio, la frequentissima formula “bonum et pacificum statum”), bensì un preciso ordinamento della società civile, e precisamente quello comunale: si tratta dunque di una chiara testimonianza di come la parola status inizi a diffondersi nella dottrina e nella cultura giuridica nel significato moderno di ‘Stato’.
I testimoni all’inchiesta legatizia avvertono dunque una marcata opposizione fra l’ordinamento comunale e quello signorile. Emerge, da parte di molti osservatori, la lucida consapevolezza di assistere a quel fondamentale ed irreversibile processo di “sgretolamento dei valori comunali” attuatosi nella prima metà del XIV secolo [20] e all’affermazione di un modello ideologico nobiliare fondato sulla solidarietà familiare, la lotta per il predominio, il gusto per le armi e il ricorso costante alla violenza. Un modo d’agire, quello che fa leva sull’uso della violenza e sullo scontro militare, destinato a ricevere ben presto anche una legittimazione teorica, come dimostra, ad esempio, un vivace motto attribuito a Rodolfo II da Varano in una novella di Franco Sacchetti. Il novellista toscano racconta che una volta il signore di Camerino chiese al nipote cosa mai avesse appreso nel corso dei suoi studi universitari, compiuti a Bologna; sentendosi rispondere con fierezza d’aver “apparato ragione”, Rodolfo rimproverò il giovane di aver perduto soltanto il suo tempo, in quanto avrebbe dovuto “apparare la forza, che valea l’un due”, cioè il doppio [21]. Questo motto di Rodolfo marca chiaramente una opposizione di valori, uno scontro fra ethos e crathos, capace di rivelare potentemente l’orizzonte culturale delle piccole dinastie signorili dell’Italia centrale. In questa mentalità la violenza come mezzo di affermazione politica si associava al gusto aristocratico per le armi e per i combattimenti: sono ancora una volta i da Varano a rendere una precisa testimonianza sull’argomento. Gentile ricorda infatti, nel corso della sua deposizione al processo per la canonizzazione di San Nicola da Tolentino, che aveva spesso armeggiato a cavallo con la lancia (“pluries et pluries astiluxit”) per le vie e le piazze di Tolentino insieme ad altri nobili del luogo, disertando così le prediche del frate eremitano: ai tornei era attirata una gran folla, gremita anche da donne, alle quali venivano dedicati i combattimenti [22].
Alla profonda diversità di valori che caratterizza il mondo comunale da quello signorile si accompagna, nelle testimonianze rese all’inchiesta, la lucida consapevolezza della possibilità di una rapida e reiterata alternanza fra i due regimi nelle città. Si veniva a creare, all’interno delle istituzioni pubbliche, una vera e propria intermittenza, ben evidente attraverso gli avvenimenti narrati dai testimoni. I da Varano pongono in risalto l’endemica instabilità politica nelle città e la mancanza di solide base costituzionali per molti dei governi signorili: a Macerata, ad esempio, i signori della città Fredo e Vanni Molucci erano stati espulsi dai loro nemici senza che però venisse instaurato un vero e proprio regime comunale, in quanto gli avversari agirono sub colore populi, cioè dietro la sola parvenza di un ripristino delle istituzioni comunali. Le lotte fra fazioni cittadine, in particolare, venivano assumendo in questo periodo sempre più i contorni dell’insurrezione armata contro il signore al potere, evidente ad esempio nella serie di rivolgimenti di regime prodottisi a Jesi in questi anni per effetto delle lotte fra Lomo Simonetti e Tano Balegani. E' dunque facile osservare come le dinamiche politiche all'interno delle città fossero ormai profondamente mutate rispetto ai meccanismi di scontro attivi nella vita comunale duecentesca.

Le cause dell’instabilità politica

L’alternanza fra regimi comunali e dominazioni signorili produceva naturalmente una continua instabilità politica che si ripercuoteva direttamente nello svolgimento della vita civile. A Fermo, ad esempio, dopo l’uccisione di Mercennario di Monteverde nel 1340, oltre alla revoca degli ordinamenti statutari, fatto molto comune nei mutamenti di regime politico, vennero sospese anche le condanne giudiziarie [23]; ad Osimo, due anni più tardi, all’indomani dell’ennesima cacciata dei Guzzolini, fu ripristinato in larga parte un corpus normativo di ispirazione popolare promulgato all’inizio del secolo [24]. Anche a Matelica nel 1340, subito dopo l’uccisione del signore Burgaruccio, vennero promulgati gli statuti delle tredici societates populi, un organismo di nuova istituzione nato molto probabilmente come risposta istituzionale tesa ad arginare nuovi tentativi di instaurazione nella terra di una nuova dominazione signorile [25]. In alcuni documenti fabrianesi, inoltre, è possibile cogliere, con straordinaria immediatezza, la preoccupazione degli uomini dell’epoca di fronte ai continui rivolgimenti dell’ordinamento cittadino: attorno al 1340, infatti, alcuni mercanti e piccoli imprenditori locali inserirono nei loro testamenti alcune originali clausole secondo cui le disposizioni del testatore avrebbero avuto vigore solo se la terra di Fabriano “gubernantur ad populum et per populum”, senza cioè che si acconsentisse ad alcuno in città di imporsi come tiranno; in caso contrario, come si legge ad esempio nel testamento di Nuccio di Ventoruccio risalente al 1338, l’eredità in questione sarebbe dovuta pervenire alle casse del comune, in attesa, forse, di una restaurazione del regime popolare [26]. Emerge dunque chiaramente, come ha notato Giovanni Tabacco, il ruolo dominante occupato dalla polemica contro i ‘tiranni’ in questa età “singolarissima per il mondo italiano”, nella quale emerge “un’ideologia occasionalmente capace di oltrepassare anche i vecchi confini fra le tradizione di parte” caratterizzata dalla strenua difesa delle libertà comunali [27]. .
Il continuo avvicendarsi di regimi comunali e signorili nelle città non costituiva tuttavia, a detta di molti personaggi consultati nell’inchiesta, l’unico motivo di instabilità politica nella Marca. Accanto ad esso, infatti, i testimoni non mancano di rilevare la presenza di due ‘partiti’, ben coordinati al loro interno a livello provinciale, che si identificavano negli schieramenti guelfo e ghibellino. Tali divisioni, spiegano i da Varano in modo didascalico, corrispondevano alla pars Ecclesiae e alla pars Imperii, citando dunque l’interpretatio per ethymologiam assai diffusa nella trattatistica coeva. Lo scontro fra le due partes sullo scenario della Marca, osservano inoltre i rappresentanti del comune di Macerata, non traduceva altro che il concreto dispiegarsi nel mondo dell’azione di Satana, il quale “seminavit zizaniam inter Christianos”. Ma non tutti i testimoni sono d’accordo nel fornire un’interpretazione di tipo morale alle divisioni fra partiti: la maggior parte dei testimoni, infatti, fa proprio un atteggiamento pragmatico e giudica l’aggregazione delle partes come mere alleanze di carattere spesso mobile e temporaneo. Anzi, i funzionari più scaltriti del mondo comunale non avvertono neanche il bisogno di ricorrere ai termini di guelfi e ghibellini per descrivere la situazione politica contemporanea: così accade nella deposizione del giurisperito camerinese Nuccio di Ragiano, il quale incentra l'intero contenuto della sua testimonianza sull’evoluzione istituzionale dal regime comunale a quello signorile; la stessa ottica è adottata dal rappresentante del comune di Ancona. All’estremo opposto, i signori di Camerino strutturano la loro deposizione scritta interamente sulla distinzione fra partiti: vengono prima enumerate tutte le signorie ghibelline, mosse, a loro avviso, soltanto dalla cupidigia di dominio, poi tutte le signorie guelfe, definite fideles Ecclesiae e protese alla conservazione dei diritti della monarchia pontificia. Una testimonianza, quest’ultima, che denota la peculiare ottica politica dei da Varano, impegnati a costruire un rapporto privilegiato di fedeltà alla Chiesa ed anche il carattere celebrativo delle solidarietà familiari filoecclesiastiche operanti nella regione.
Non è necessario dimostrare il fatto che verso la metà del Trecento i tradizionali schieramenti di guelfi e ghibellini erano ormai pienamente svuotati di ogni contenuto ideologico e non costituivano altro che un sistema di aggregazione di cui i signori locali si servivano per inseguire i loro progetti di egemonia [28]. Bartolo da Sassoferrato sostiene che, dopo la discesa in Italia di Ludovico in Bavaro, le partes contrapposte non si riferivano più alla Chiesa o all’Impero, ma si definivano semplicemente come affectiones hominum, il cui significato politico era avvertito unicamente all’interno delle fazioni di ogni singola città o provincia [29]. La consapevolezza di un così labile quadro politico-ideologico si avverte chiaramente anche in alcune deposizioni rese all’inchiesta: frate Monaldo da Tolentino, ad esempio, afferma che i signori marchigiani, al di là dell’appartenenza politica, erano tutti vicendevolmente complices et fautores, mentre i rappresentanti della Curia rettorale sostengono, senza neanche parlare di guelfi e ghibellini, che tutti i tiranni, nonostante mostrassero “facies diversas, caudas habebant ad invicem colligatas”, mutuando l'espressione dal linguaggio antiereticale. L’opposizione fra guelfi e ghibellini non sembra pertanto, ai più attenti osservatori della realtà storica che testimoniano al processo, uno schema di lettura sufficiente a spiegare la situazione politica coeva della Marca: le ragioni politiche, sociali e istituzionali della storia regionale nel primo Trecento risiedevano infatti altrove e dovevano essere ricondotte, secondo il parere di molti personaggi consultati dal nunzio apostolico, alla presenza di una densa maglia di signorie che stentava a ricomporsi in coordinazioni territoriali più ampie e che tendeva a rendere vani i numerosi tentativi di costruzione statuale da parte della Chiesa. L’opposizione fra guelfi e ghibellini non sembra pertanto ai più attenti osservatori della realtà storica che testimoniarono al processo uno schema di lettura sufficiente a spiegare la situazione politica coeva della Marca e si avverte diffusamente nell’Informatio l’esigenza di un superamento di tali categorie. La formalizzazione di quest’ultima istanza è attestata proprio nella normativa dello Stato della Chiesa: una rubrica delle Costituzioni Egidiane (IV, 45), poi adottata in molti statuti comunali di epoca successiva, tratta infatti “De pena nominantium iniuriose aliquam parte guelfam vel ghibilinam”. Dopo la metà del Trecento, dunque, alla volontà di superamento politico della tradizionale contrapposizione fra guelfi e ghibellini si associa anche la negazione giuridica delle due partes.
La Marca, in effetti, nella prima metà del XIV secolo, doveva apparire più di ogni altra area regionale d’Italia un ricco intarsio di piccole dominazioni signorili: quello che era stato in età comunale un territorio contrassegnato da un fitto reticolo di comuni con contadi anche piccolissimi aveva visto moltiplicarsi, nel giro di qualche decennio, la presenza signorile. Un attento osservatore come Bartolo da Sassoferrato non mancava di rilevare a metà secolo la presenza di “multi tyranni in Marchia Anconitana” [30], mentre all’inchiesta del 1341 Grimaldesco, priore della chiesa maggiore di San Severino, era pronto ad osservare che l'elemento signorile nella regione poteva considerarsi ormai ben consolidato. Nella deposizione del tesoriere provinciale e degli avvocati della curia rettorale vengono menzionati, per la sola Marca centrale, oltre una ventina di ‘tiranni’, senza contare i molti satelliti di Mercennario di Monteverde che si erano imposti in vari castra del fermano; Gentile e Giovanni da Varano, nella loro narrazione dei fatti, si limitano invece a ricordare una dozzina di signorie comprese fra l’area feretrana e Fermo; in due sole importanti città, Ancona e di Ascoli, il potere di un uomo o di una famiglia non si era imposto sul regime comunale. La seguente tabella, che rileva sistematicamente i ‘tiranni’ attestati nelle deposizioni dell’Informatio e il loro orientamento politico può essere sufficiente a fornire il quadro della proliferazione dei regimi signorili, evidente soprattutto nella fascia centrale della regione e nell’area fermana:

Tiranni

Centri di dominazione

Orientamento
politico

Mercennario di Monteverde Fermo e castra del contado

ghibellino

Gorgerio di Malpelo Monte Milone

ghibellino

Lippaccio e Andrea Gozzolini Osimo e castra del contado

ghibellino

Lomo Simonetti Jesi e castra del contado

ghibellino

Alberghetto Chiavelli Fabriano e Roccacontrada

ghibellino

Gentile II da Varano Camerino e San Ginesio

guelfo

Smeduccio San Severino

guelfo

figli di Pagnone Cima Cingoli

guelfo

Galasso e Nolfo da Montefeltro Urbino e castra del Montefeltro

ghibellino

Branchino Brancaleoni Castel Durante e S. Angelo in Vado

guelfo

Galeotto Malatesta Fano, Pesaro e Fossombrone

guelfo

Burgaruccio Ottoni Matelica

ghibellino

Lomo di Montecchio Montecchio

ghibellino

Matteuccio e Gerardino S. Elpidio

ghibellino

Accorrimbona Accorrimboni Tolentino

guelfo

Fredo e Vanni Molucci Macerata

guelfo

Napoleone e Federico Brunforte Amandola

ghibellino

Maindardo di Tommasuccio Montalboddo

guelfo

Neri della Faggiola Mercatello sul Metauro (Massa Trabaria)

ghibellino

Andrea di Accola Apiro

ghibellino

Puccio di Pietro Montesanto

guelfo

Cicco di Pietro Civitanova

guelfo

Lamberto di Tebaldo Montelupone

guelfo

figli di Ribaldo e Muziolo Corinaldo

guelfo

Rinaldo  Staffolo

 guelfo


La monarchia pontificia e i ‘tiranni’

Nella prima metà del XIV secolo andava emergendo in modo sempre più evidente una contraddizione di fondo nella costruzione della monarchia pontificia: da un lato l’inconciliabilità teorica fra la presenza del potere signorile e l’autorità dello Stato, dall’altro il sistematico utilizzo politico e strumentale dei ‘tiranni’ da parte della Chiesa. Dal punto di vista giuridico, infatti, le dinastie signorili che si erano imposte nelle città e nei centri della Marca si inserivano tra le autonomie comunali e sovranità della Chiesa, erodendo funzioni e diritti a questi pertinenti. Nelle Costituzioni del rettore della Marca Amelio di Lautrec, promulgate nel 1318, si afferma chiaramente che il potere personale dei tiranni agiva “in obproprium Sancte Romane Ecclesie et derogationem iuris ipsius, et consuetudinem terrarum et habitatorum ipsarum”: la signoria si collocava, dunque su di un piano intermedio che usurpava sia i diritti della Chiesa che gli iura propria delle città. Nei confronti dello Stato, come affermano inoltre le Costituzioni, l’autorità assunta di fatto dei signori ricadeva pienamente nell’ambito del crimen lesae maiestatis [31]. Nella realtà, però, le cose andavano assai diversamente: a partire dal pontificato di Benedetto XII e in modo assai evidente qualche anno più tardi con la legazione di Egidio d’Albornoz, lo Stato della Chiesa andava sempre più strutturandosi attorno al riconoscimento dell’autorità dei signori nel tentativo, spesso destinato a fallire, di far coincidere l’azione politica di questi ultimi con un rafforzamento della monarchia. Significativo a questo proposito il giudizio politico espresso di Benvenuto da Imola sull'operato dei legati papali in Italia durante il primo Trecento: “nunc unus favet uni tyranni, alius alteri, secuntur quod sepe mutantur officiales” [32]. L’intensa attività politico-diplomatica fra la curia pontificia ed i signori marchigiani costituisce una evidente prova di tale atteggiamento politico.
Nelle deposizioni rese all’inchiesta emerge tutta la carica di ambiguità dei rapporti fra Stato della Chiesa e signori. Giovanni e Gentile da Varano ricordano infatti che a Tolentino il loro parente Accorrimbona, un personaggio di primo piano nel partito guelfo, fu assunto nella città pro maiori e mantenne il suo incarico “ad mandata Ecclesie et ad voluntatem rectorum” fino alla sua uccisione, avvenuta in seguito ad una rivolta popolare nel 1340. Il console ed i priori del comune di San Severino, parimenti, richiamano alla memoria il fatto che il rettore provinciale Amelio di Lautrec aveva insediato nella città qualche tempo prima Smeduccio pro maiori. Inoltre, secondo quanto affermano i rappresentanti del comune di Montolmo, i da Varano ed i figli di Pagnone di Cingoli si segnalavano rispetto agli altri signori marchigiani per il fatto di essere stati costantemente fedeli alla Chiesa e di governare le rispettive città ut maiores. Il significato da attribuire a quest'ultima espressione è evidentemente quello di un primato, non chiaramente traducibile sul piano istituzionale, riconosciuto da parte della Chiesa. L'avallo di una posizione preminente occupata dal signore nella città quale interlocutore privilegiato dello Stato pontificio anticipa e contiene già in nuce quanto verrà realizzato negli anni successivi attraverso il conferimento del vicariato apostolico in temporalibus. In quest’ultimo stadio la monarchia pontificia, in cambio del riconoscimento della sovranità eminente, formalizzava la rinuncia ad ogni intervento nel governo della città e la delega delle funzioni al signore [33]. L’istituzionalizzazione di tale riconoscimento giuridico ad un signore si scontrava tuttavia con i presupposti teorici dello Stato: Bartolo da Sassoferrato considera, infatti, il vicariato apostolico un’inammissibile legittimazione del dominio signorile sulle città e insieme un evidente segnale di debolezza dei poteri universali [34]. Quello che si compie prima della metà del Trecento è dunque un processo che conduce verso una scelta obbligata e che ritrae lo Stato della Chiesa bloccato in un sistema di rapporti di natura pattizia, temporanea e rescindibile con le varie forze signorili della regione.
L’ambiguità di rapporti instaurati fra famiglie signorili e governo provinciale dello Stato della Chiesa è un tema su cui alcuni dei personaggi coinvolti nell’inchiesta assumono posizioni fortemente critiche. Frate Monaldo da Tolentino osserva che il rettore, nella sua attività di ristabilimento del potere pontificio nella regione, agiva nei confronti dei signori per viam tractatus o compositionis: perfino Andrea e Lippaccio Guzzolini, tradizionalmente nemici della Chiesa, scesero in quel momento a patti (concordaverunt) con Giovanni de Riparia. Tuttavia, rammentano al processo i rappresentanti del comune di Macerata, i signori erano in realtà disposti solo a parole (sub velamine fidelitatis) a legare le proprie sorti con quelle della Chiesa, inseguendo nella realtà progetti del tutto autonomi. Un fatto, quest’ultimo, che non sfuggiva certo al papa: in un lettera dell’ottobre 1336 inviata allo stesso rettore della Marca, infatti, Benedetto XII lamentava la “simulata fraude ac malitia tirannorum”[35]. Di lì a poco, Giovanni de Riparia ne avrebbe fatto personalmente esperienza: secondo quanto ricorda il capitano del Popolo e degli Anziani di Ancona all’inchiesta, Lippaccio Guzzolini e Lomo Simonetti giurarono obbedienza alla Chiesa solo verbalmente in modo da evitare l’esecuzione delle condanne pendenti sulle loro teste. Nuccio di Ragiano, infine, interrogato sui rimedi da adottare nei confronti della tracotanza dei tiranni, risponde che i rettori provinciali non dovrebbero scendere a patti (tractatum compositionis) con questi ultimi, né dispensare loro favori; al contrario, da buon giurista auspica che si abbandoni il gioco delle effimere alleanze e che si scenda sul piano della efficacia politica: “opus est facto, non verbis”.
L’esperienza di Mercennario di Monteverde, personaggio di primo piano all’interno della coalizione ghibellina, esemplifica adeguatamente il contraddittorio atteggiamento che la Chiesa tenne nei confronti dei ‘tiranni’ marchigiani. Divenuto signore di Fermo nel 1331 con l’ambiguo titolo di conservator pacis et populi, nel giugno dell’anno successivo papa Giovanni XXII concesse a lui e a sua moglie l’assoluzione planaria in articulo mortis; nell’agosto 1333 Mercenario si trovò a sottoscrive un impegno singolare, quello di intervenire militarmente con fanti e cavalieri a fianco della Chiesa, su richiesta del rettore o di altri ufficiali della curia provinciale. Successivamente, con l’avvento al soglio pontificio di Benedetto XII, venne a crearsi un insanabile contrasto fra il papa e Mercenario: nel maggio 1335 il primo in una lettera, condannando l’operato del tiranno fermano, lo invitava a sottomettersi all’autorità della Chiesa, senza però ottenere alcun risultato apprezzabile; in un’altra lettera coeva, Benedetto XII, definiva impotentemente Mercenario tyrannus pessimus. In un’altra lettera ancora risalente all’ottobre 1336, indirizzata a Bertando de Déaulx, il pontefice lamentava il vario e incostante atteggiamento politico dei tiranni marchigiani: Mercenario di Monteverde viene accostato in questo testo sorprendentemente a Gentile da Varano, cui tanto le sorti dello monarchia ecclesiastica nella Marca erano legate. Nella deposizione resa dal rettore all’inchiesta, infine, il signore fermano, ucciso nel 1340 nel corso di una sommossa popolare, è definito “malignus et pessimus hostis Ecclesie”.


III. GOVERNARE IN PROVINCIA

Opinioni a confronto

Uno specifico interesse euristico rivestono le risposte fornite dai testimoni sugli ultimi due punti degli articoli inquisitori, che raccolgono le opinioni sui limiti del governo provinciale della monarchia pontificia. La maggior parte dei personaggi chiamati a deporre dal legato è concorde nell’indicare la fitta trama di dominazioni signorili come una delle principali cause di debolezza dello Stato della Chiesa. Il vescovo di Ancona, ad esempio, sostiene espressamente che alla base di ogni male vi fosse la tirannica pravitas; il tesoriere provinciale attesta inoltre che alla tracotanza dei signori si associava la “libido dominandi e contenuts Ecclesie”. Di qui l’invito generalizzato rivolto dai testimoni ai rappresentati dello Stato della Chiesa ad abbattere le dominazioni signorili: frate Bartolomeo da Rimini, ad esempio, auspica che le città “regantur ad populum et quod in eis non detinenur tiranni”, poiché - sostiene ancora Bertrando Senherii, tesoriere della Marca - le terre nella quali è stato reintrodotto il regime comunale sono bene governate e i diritti della Chiesa adeguatamente salvaguardati; viceversa le città in cui vige un regime signorile sono sottoposte alla “prava opera tirannorum” e sfuggono pertanto all’autorità pontificia. Su questa stessa linea interpretativa si muove la deposizione del giurisperito camerinese Nuccio di Ragiano, il quale è convinto che i funzionari del governo ecclesiastico avrebbero dovuto cercare fermamente di conservare lo statum popularis poiché soltanto in questo modo le città avrebbero accettato la soggezione alla monarchia pontificia. Il regime comunale, conclude dunque il giurisperito, in consonanza con quanto in molte altre testimonianze affiora implicitamente, è dunque quello che più di ogni altro si addice all’ordinamento dello Stato della Chiesa. Tale consapevolezza affiora anche, con una diversa finalità politica, attraverso le fonti normative: qualche anno più tardi, infatti, nelle Costituzioni egidiane si affermava che i ‘tiranni’ insubordinati alla monarchia pontificia opprimevano i sudditi “tamquam thauri in vaccis” (I, 91).
Ma in che modo, concretamente, la monarchia pontificia poteva affermare la propria sovranità, riacquistando le porzioni di demaneum che le forze signorili avevano profondamente eroso? Una esigenza palesata da molti personaggi è quella di un rettore provinciale fondante la propria autorità sulla fortitudo, una qualità morale che, secondo la tradizione politica aristotelica, ogni buon governante dovrebbe possedere. Alla fortitudo del massimo rappresentante dello Stato in provincia si associava inoltre, nell’auspicio di alcuni testimoni, la potentia, un requisito politico che avrebbe consentito a questi di opporsi con successo ad ogni forma di ribellione alla Chiesa. Frate Bartrolomeo da Rimini, ad esempio, augura la presenza di un rettore che rinsaldi le basi dello Stato con deciso vigore (brachio forti). Il suo confratello Giovanni da San Sepolcro sostiene la necessità di un rettore forte a tal punto che nessuno osasse ribellarsi e, qualora ciò fosse accaduto, gli avversari sarebbero stati prontamente puniti per potentiam ipsius rectoris; dello stesso identico avviso è anche il vescovo di Osimo. La proposta di un rettore autoritario nasceva molto probabilmente dall’osservazione diretta dell’impotenza della più alta carica provinciale della monarchia pontificia a stabilire un’effettiva autorità sulle forze signorili della regione: una condizione questa che era divenuta ormai cronica, se si considera che, vent’anni prima dell’inchiesta, il rettore di Romagna si lamentava di dover “se humiliare tyramnis et abstinere a qualibet eorum displicentia” [36]. Per questo motivo, un frate predicatore di San Severino arriva a formulare un’ipotesi estrema, quella dell’insediamento da parte della Chiesa nella regione di un dominus perpetuus che sapesse tenere a freno le forze centrifughe dello Stato.
L’auspicata fortitudo del rettore, capace di debellare le forze signorili ostili alla monarchia pontificia, era strettamente connessa con la disponibilità di forze militari. Nella sua deposizione all’inchiesta, Bartoluccio pievano di Morrovalle, vicario del vescovo di Ancona, palesa l’esigenza che il rettore disponga a sufficienza di truppe mercenarie (de stipendiariis); a quest’ultimo proposito precisa che occorrerebbe un contingente di quattro o cinquecento cavalieri per tenere sotto controllo la provincia. Se il rettore avesse potuto contare su buone compagnie d’armi, aggiunge sullo stesso punto il vescovo della città dorica, allora questi sarebbe anche stato in grado di assicurare duratura pace in tutta la Marca. Ma per raggiungere tale obiettivo il responsabile dell'amministrazione provinciale avrebbe avuto ovviamente bisogno di un’adeguata disponibilità finanziaria, aspetto quest’ultimo che Giovanni de Riparia non manca di sottolineare provocatoriamente nella sua relazione scritta: il rettore invita infatti a considerare se la provincia possa essere amministrata “sine armorum gentibus et magna potentia” e se gli uomini d’armi possano essere mantenuti sine pecunia. L’ovvia risposta a tale provocazione viene fornita dal tesoriere provinciale, il quale dichiara le terre della Marca erano a tal punto impoverite a causa delle carestie e dei frequenti scontri militari, oltreché dallo sfruttamento signorile, tanto da non poter sostenere finanziariamente l’attività del rettore nel fronteggiare i tiranni della regione.
Emerge da queste ultime considerazioni espresse dai testimoni la chiara consapevolezza di trovarsi di fronte ad un circolo vizioso: l’endemica ribellione nella Marca, infatti, induceva i rappresentanti della monarchia pontificia ad intervenire militarmente per ristabilire la propria autorità; di qui l’aumento della pressione fiscale sulle città, reso necessario per armare l’esercito pontificio, per assoldare mercenari e per custodire i centri riconquistati. Molti dei personaggi consultati, infatti, non mancano di esprimere il loro malcontento sul tema della fiscalità pontificia e chiedono espressamente che le città non venissero tassate troppo dall’amministrazione provinciale dello Stato. Il prelievo fiscale destinato alle spese militari era nella realtà dei fatti direttamente proporzionale alla necessità di intervento per sedare le frequenti rivolte della provincia: per tutto il Trecento tale impegno finanziario costituì la più importante voce nei registri della tesoreria provinciale. Il rettore Giovanni de Riparia dimostra di averne una precisa coscienza: nel corso della sua relazione afferma infatti che per riconquistare la roccaforte di Monte S. Pietro, presso Osimo, dall’occupazione dei ribelli osimani capeggiati dai Guzzolini era stato necessario l’impiego di un contingente di 480 cavalieri; una volta conquistato, il presidio fu però distrutto e abbandonato dall’esercito pontificio, poiché non poteva essere custodito sine magnis expensis. Da un registro di entrata ed uscita coevo all’inchiesta, infatti, risulta che nel quadrimestre compreso fra marzo e giugno 1340 era stata spesa per la custodia di Monte S. Pietro una somma di oltre mille fiorini [37].
Alla richiesta avanzata dai testimoni di un rettore dotato di maggiore autorità si associava quella di una maggiore equità amministrativa. I priori della città di Osimo esprimono l’auspicio di un rettore che, nell’esercizio delle sue funzioni, incarnasse l’ideale politico dello iustus dominus. Molti dei personaggi interrogati da Jean Dalpérier, traducendo tale ideale in una concreta attività di governo, palesano l’esigenza di una migliore amministrazione della giustizia. Il termine di iustitia impiegato dai testimoni, oltre ad indicare una qualità morale capace di garantire l’ordine fra le classi sociali, secondo la tradizione aristotelico-tomistica, viene anche impiegato nella sua valenza tecnica. Così, il camerinese Vanni di magister Attone auspica che nelle città “oportune servetur iustitia”, così come fa il suo concittadino Nuccio di Ragiano, il quale, come si è visto, adduce come causa del cattivo funzionamento della macchina giudiziaria l’avvento dei regimi signorili. Le vicende storiche presenti attestano però casi del tutto discordanti dagli ideali espressi dai testimoni: il rettore della Marca Canhard de Sabalhano, in carica dal 1335 al 1339, non era stato affatto un goverantore esemplare. Nel dicembre del 1336 Benedetto XII dovette intimargli di non ostacolare l’applicazione delle disposizioni normative appena promulgate dal legato Bertando de Déaux, delle quali il massimo rappresentante dello Stato in provincia contestava l’efficacia [38]. Qualche anno più tardi, il papa incaricò un nunzio apostolico, Giovanni di Amelio, di compiere indagini sugli abusi di potere da commessi da Canhard de Sabalhano: questi era infatti imputato di corruzione, di estorcere beni ai sudditi, di aver incamerato diritti della Chiesa e percepito ingiustamente numerosi emolumenti, ad esempio attraverso la venalità di alcune cariche, fra cui le podesterie [39]. Anche nel campo dell'amministrazione della giustizia si segnalava la presenza di ufficiali non molto trasparenti: in una lettera del luglio 1336 Benedetto XII deprecava la corruzione dei giudici provinciali della Marca, spesso adusi a rendere venali le competenze giudiziarie di cui la Chiesa era titolare [40].

Il consenso politico

Dopo aver esaminato da un punto di vista analitico i contenuti delle deposizioni rese all’inchiesta, è possibile avanzare alcune considerazioni di carattere complessivo. Abbiamo rilevato in apertura che l’attività inquisitoria del legato pontificio si svolse essenzialmente all’interno di un contesto politico filopapale, coinvolgendo anche alcuni funzionari della monarchia pontificia. Si può aggiungere a questo punto che nelle intenzioni di Jean Dalpérier l’inchiesta non si poneva soltanto la dichiarata finalità di acquisire informazioni sulle condizioni politiche della Marca ma anche tacitamente quella di esprimere e raccogliere un largo consenso nel confronti dello Stato. Infatti nelle dichiarazioni testimoniali non vengono mai posti in discussione i fondamenti della monarchia pontificia e l’esercizio della sua iurisdictio; anche quando, sul piano della pratica di governo, emergono critiche, si tratta pur sempre di osservazioni mosse da chi, nella maggioranza dei casi, apparteneva alla gerarchia ecclesiastica o ricopriva incarichi nell’amministrazione provinciale. Il consenso verso lo Stato, invece, appare corale e viene espresso in non pochi casi con una certa enfasi retorica: Vanni di magister Attone di Camerino, ad esempio, sostiene che la Marca in quegli anni era ben governata e ammette di non ricordare nessun altro tempo in cui lo fu in modo migliore. Frate Monaldo da Tolentino dice di non scorgere alcun difetto nello Stato: le città marchigiane, infatti, “reguntur bene et in eis servetur iustitia” e i diritti (honores et iura) della Chiesa erano salvaguardati; Conte, arcidiacono osimano, è inoltre pronto a giurare che tutti erano soddisfatti del governo dello Stato e che nessun devotus Ecclesie poteva onestamente dirsi gravato da esso.
In molte deposizioni viene inoltre espressa una larga stima nei confronti del rettore della Marca Giovanni de Riparia, capace di portare a compimento un’opera (pur di carattere assai contingente) di pacificazione nella provincia. Il tesoriere provinciale Bertrando Senherii, in particolare, dimostra nella sua deposizione di apprezzarne alcune qualità politiche e morali, quali l’industria, la sagacia e la sollicitudine maxima. È proprio attraverso la relazione scritta redatta dal più alto rappresentante della monarchia pontificia nella provincia che si può cogliere con maggior evidenza il tono celebrativo che pervade un po’ tutta l’inchiesta: il testo, infatti, non è altro che una ben costruita cronaca dei personali successi politici, diplomatici e militari conseguiti negli ultimi due anni. Nella redazione della memoria scritta una particolare attenzione viene rivolta ai segni del potere papale accreditati a Giovanni de Riparia nella sua attività di pacificazione: a Camerino, il massimo rappresentante dello Stato papale venne accolto a suo dire honorifice, a San Severino reverenter, a Macerata gli furono consegnate le chiavi delle porte della città ancor prima del suo ingresso, i Recanatesi lo ospitarono insieme alla curia per diversi mesi, a Fermo, infine, dopo l’uccisione di Mercennario, venne eretto il vessillo della Chiesa e pronunciato in sua presenza un solenne giuramento di fedeltà da un rappresentante della città. Certamente l'intonazione di fondo della relazione denota un sottile intento apologetico, dal momento che negli anni precedenti, come abbiamo visto, non erano mancati i dissidi fra il papa e il rettore provinciale: occorreva dunque, da parte di Giovanni de Riparia, recuperare credibilità istituzionale non soltanto nei confronti degli uomini della provincia amministrata, ma anche verso il sovrano-pontefice.
Sulla stessa linea di autoesaltazione politica si muove anche la deposizione dei da Varano, i quali dichiarano, con abile artificio retorico, di voler tacere nel testo la fedeltà ecclesiastica della città di Camerino e della terra di San Ginesio, ove avevano costruito la loro signoria, dal momento che “laus propria in proprio honore sordescit”. Il console ed i priori del comune di San Severino emulano la stessa tecnica, allorché palesano di non voler dilungarsi sulla costante fedeltà della loro terra al governo pontificio e sulle spese sostenute per il mantenimento e la difesa dei diritti della Chiesa. Filippo Mangiapane, anch’egli settempedano, infine, fa professione di fede nel valore dell’exemplum, sostenendo che i riconoscimenti ottenuti dalla Chiesa da parte di quelle città che come la sua si sono mantenute fedeli all’obbedienza pontificia possa costituire un modello per le altre e distogliere i ribelli dai loro propositi. La più alta manifestazione di consenso nei confronti del governo ecclesiastico si può comunque leggere nella dichiarazione del vescovo di Camerino, il quale è pronto a giurare di non ricordare un altro tempo in cui la Marca avesse goduto di una condizione politica migliore di quella attuale: una testimonianza, quest’ultima, che palesa una certa ostentazione ed esprime chiaramente il punto di vista politico di un ecclesiastico, Francesco Brancaleoni, appartenente ad una famiglia che seppe avvantaggiarsi dalle alleanze filopapali nella Marca e nel Montefeltro.
La costruzione di uno Stato si attua necessariamente anche attraverso il consenso politico. E’ innegabile che molte testimonianze rese all’inchiesta racchiudano in questo senso una certa dose di autoreferenzialità: la scelta stessa dei testimoni e il tono della maggior parte delle deposizioni tradiscono, dunque, l’intento dei funzionari della monarchia pontificia oltreché di raccogliere informazione anche di costruire un movimento di opinione verso uno Stato che tendeva con fatica a porsi come forza egemone in un ricco mosaico di poteri locali. Di lì a poco, questa sfida sarebbe stata raccolta dal cardinale Egidio d’Albornoz con altri mezzi, e cioè attraverso una più energica azione militare e un’attenta sistemazione normativa. Durante gli ultimi anni del pontificato di Benedetto XII la costruzione dello Stato in provincia era destinata a compiersi soltanto attraverso gli strumenti dell’analisi politica ed anche con la ricerca del consenso: l’inchiesta di Jean Dalpérier ne costituisce a tale proposito la cifra.



NOTE

(*) Questo saggio costituisce una rielaborazione aggiornata ed integrata di PIRANI, L’inchiesta legatizia.
[1] Per un quadro sintetico aggiornato dei caratteri e dei problemi della monarchia pontifica durante l’epoca del papato avignonese, cfr. VASINA, Il papato avignonese e QUAGLIONI, Papato avignonese, pp. 328-48; cfr. anche WALEY, Lo Stato della Chiesa. Fra la corrispondenza diplomatica dei legati alla Curia avignonese, riguardante la situazione politica dell’Italia, un posto di assoluto rilievo spetta all’Informatio de statu Lombardie prodotta nel 1317 dai legati Bernard Gui e Bertrard de la Tour, testimone del conflitto fra il papato e i Visconti, ampiamente discussa in TABACCO, La Casa di Francia.
[2] Sulla politica repressiva di Giovanni XXII nelle terre della Chiesa e sui processi celebrati, cfr. GATTUCCI, Giovanni XXII e il ghibellinismo; D’ALATRI, Gli idolatri recanatesi; fra gli studi meno recenti, ma ancora ineludibili BOCK, Studien zum politichen Inquisitioneprozess; ID., I processi di Giovanni XXII; cfr. anche COLINI-BALDESCHI, Ghibellinismo ed eresie; NATALUCCI, Lotte di parte.
[3] Sull’attività e la figura del nunzio Bertrand de Déaulx, cfr. PARTNER, Bertrando di Deux, e, in riferimento alla Marca, ALOISI, Benedetto XII e Bertrando; sull’attività legislativa, in particolare, ZDEKAUER, Le costituzioni del cardinale Bertando; cfr. anche COLLIVA, Il Cardinal Albornoz, pp. 306-317.
[4] THEINER, Codex diplomaticus, II, doc. XXIX: “quod autem de castrorum et fortiliciorum Ecclesie reparatione seu rehedificatione in scripturis adiecisti predictis, est nimis confusum: specificare siquidem debuisti, que castra sunt illa, quibusve reparationibus indigent, ac qualiter et unde illa valerent fieri, necnon de sumptibus necessariis et que inde utilitas sequeretur”; sulla corrispondenza diplomatica relativa al governo del Patrimonio di S. Pietro in Tuscia, cfr. ANTONELLI, Una relazione del Vicario del Patrimonio.
[5] Ibid., II, doc. XLVII: il papa intendeva in particolare appurare se gli ordinamenti introdotti dal nunzio riformatore Bertrando de Déaulx fossero veramente inefficaci (pro magna parte non utilia), come il rettore sosteneva.
[6] Sulle peculiarità di questi testi documentari, cfr. le relative introduzioni rispettivamente a SARACCO PREVIDI, “Descriptio Marchiae Anconitanae”, per la Marca, e MASCANZONI, La “Descritpio Romandiole” per la Romandiola e, a livello più in generale, VASINA, Il papato avignonese, pp. 145-50.
[7] La citazione è tratta da WALEY, Lo Stato della Chiesa, p. 290, ma un simile giudizio viene chiaramente espresso nella storiografia anglosassone anche da PARTNER, The Lands of St. Peter, p. 331, il quale definisce in particolare l’Informatio del 1341 “a classic description of the superficiality of papal power in the provinces”.
[8] THEINER, Codex diplomaticus, II, doc. CCXX.
[9] Il testo della littera è intercluso nell’Informatio; v. la nota introduttiva all'edizione; cfr. inoltre Les Registres de Benôit XII, n. 3036.
[10] JONES, The Malastesta pp. 45-46 e 71 propone di spostare la data di svolgimento dell’inchiesta all’anno 1343, momento in cui è documentato il conferimento del titolo di vicari imperiali concesso ai Malatesta da Ludovico il Bavaro su Rimini, Pesaro e Fano. Dalle deposizioni VI e XXXIII del testo dell'Informatio risulta invece che la signoria dei Malatesta si estendeva de facto nella Marca sui centri di Fano, Pesaro e Fossombrone, senza però nessuna relazione con il riconoscimento imperiale. Pertanto la proposta di emendamento della data non può essere accolta, anche in virtù del fatto che tutti i dati storico-cronologici riscontrabili nel testo dell’inchiesta sono riferibili al 1341: basti, a proposito, ricordare la presenza fra i testimoni di Tommaso, vescovo di Ancona e di Sinibaldo, vescovo di Osimo, morti entrambi nel 1342. Jones, inoltre, si esime dall’avanzare ulteriori necessarie osservazioni sulle ragioni per le quali il documento, risalente nell’ipotesi al 1343, sarebbe stato poi retrodatato di due anni nell’originale.
[11] Della famiglia Ragiani di Camerino sono note le seguenti carriere: Andrea di Salimbene, giurisperito, fu vicarius regius a Firenze e Prato nel 1318, capitano del popolo a Siena nel 1328 e a Firenze nel 1333; il padre Andrea fu capitano del popolo a Siena nel 1308 e il fratello, Guglielmo, esecutore di Giustizia a Firenze nel 1325 (MAIRE VIGUEUR, Nello Stato della Chiesa, p. 803, che però non cita la fonte né indica i rapporti parentali tra Nuccio e gli altri membri della famiglia). Oltre all’incarico ricoperto nel 1338 risultante in Regesti di Rocca Contrada, n. 316 (18 novembre 1338), non risulta altresì attestata la presenza di Nuccio nelle fonti documentarie marchigiane consultate.
[12] Il codice osimano degli statuti, p. 862.
[13] Il processo per la canonizzazione, p. 70, 466, 469, 643.
[14] VAUCHEZ, Il processo di canonizzazione, pp. 45-52; i personaggi che deposero in entrambi i processi provengono tutti da un’area compresa all’incirca fra Macerata e Camerino, fatto da ricondurre allo svolgimento del processo del 1325 nelle città di Tolentino, San Ginesio, San Severino, Camerino e Macerata.
[15] Il processo per la canonizzazione, rispettivamente CXVII testis, pp. 313-314; XXVIII testis, pp. 149-150; CLI testis, p. 366; CLXXXI testis, p. 423; CCXCIV testis, pp. 585-586.
[16] Cfr. ad esempio l’uso ‘neutro’ del termine, atto ad indicare semplicemente i signori cittadini, nel Purgatorio dantesco: “le città d’Italia tutte piene/ son di tiranni” (Pg VI, 123-124); per l'esegesi di un altro passo celebre della Commedia dantesca, relativo ai 'tiranni' romagnoli (If XXVII, 52-54), cfr. DOLCINI, Ideologia e letteratura.
[17] QUAGLIONI, Politica e diritto, p. 43 ss.
[18] ANTONIO DI NICOLÒ, Cronaca fermana, p. 3.
[19] Cit. da TABACCO, La Casa di Francia, p. 167.
[20] MAIRE VIGUEUR, Comuni e signorie, pp. 175-225, ove l’a. sottolinea la forte opposizione di valori propri del mondo comunale e quelli delle aristocrazie e, in particolare, pone l’accento sul “fallimento delle classi popolari nel tentativo di imporre non solo un regime politico conforme ai loro interessi, ma ancor più uno stile di vita e un insieme di valori diversi da quello della nobiltà” (p. 182).
[21] SACCHETTI, Trecentonovelle, XL.
[22] Il processo per la canonizzazione, testis XXVIII, p. 149.
[23] ANTONIO DI NICOLÒ, Cronaca, p. 3
[24] Il codice osimano, p. 862: nel Prologo dello statuto, datato 14 aprile 1342, si afferma che la redazione viene promulgata oltre che “ad bonum et pacificum statum comunis et populi civitatis Auximi”, come negli statuti di matrice popolare del 1308, anche “ad honorem et magnificentiam reverendissimi domini Iohannis de Riparia prior Urbis et Pisarum, Marchie Anconitane per Sanctam Romanam Ecclesiam generalis rechtoris”.
[25] LUZZATTO, Gli statuti delle società del popolo, p. 398 insiste sul fatto che le società armate, che contavano complessivamente circa 1000 uomini ed erano composte de popolaribus tantum, fossero una “creazione ex novo voluta per fini determinati dal comune democratico” (p. 402).
[26] Archivio Storico Comunale di Fabriano, Fondo Brefotrofio, IV, 759, testamento di Nuccio di Ventruccio (28 novembre 1338): “quod terra Fabriani gubernetur ad populum et quod numquam consentiet quod aliquis sit in terra Fabriani dominus vel titulum domini aliquis fabrianesis habeat ad poenam maleditionis et puditionis hereditatis, que hereditas perveniat in comune”; IV, 783, testamento di Bonta di Atto del fu Puzzolo (19 giugno 1340): “quod terra Fabriani regatur ad populum et per populum et quod numquam consentiet quod aliquis sit in ipsa terra tyrannus”; IV, 795 (14 dicembre 1340); IV, 783 (21 luglio 1340); IV, 801-802 (4 febbraio 1340).
[27] TABACCO, Programmi di politica italiana, p. 75; sulla definizione di “nuovo guelfismo” per indicare l'atteggiamento politico avverso ai regimi tirannici durante il periodo di pontificato di Benedetto XII, ID., La tradizione guelfa, p. 69.
[28 MAIRE VIGUEUR, Comuni e signorie, pp. 186-187 nota che il bipartitismo guelfi/ghibellini, con la fine dell’età comunale, appare ormai “come svuotato di ogni contenuto ideologico e limitato alla competizione per il potere tra due clans”; l’estrema mobilità delle alleanze in questo periodo è evidente nella ricostruzione degli avvenimenti politici-militari in VILLANI, Signori e comuni, pp. 121-139.
[29] QUAGLIONI, Politica e diritto, p. 134 (dal trattato “De Guelphis et Gebellinis”).
[30] Ibid., p. 206 (dal trattato “De tyramno”).
[31] THEINER, Codex diplomaticus, II, doc. DCXL: si tratta di due testi normativi, emanati rispettivamente il 10 novembre 1318 a Montolmo e il 3 giugno dello stesso anno a Macerata.
[32] Cit. da QUAGLIONI, Papato avignonese, p. 344.
[33]
Per un’analisi evolutiva dei riconoscimenti giuridici accordati ai signori marchigiani nei secoli XIV-XV, cfr. FALASCHI, Intorno al vicariato apostolico.
[34]
QUAGLIONI, Politica e diritto, pp. 60-67.
[35] Les Registres de Benôit XII, n. 2534.
[36] TONINI, Storia civile, IV, p. 41.
[37] A.S.V., Cam. Ap., Collect. 380, c. 330r.: dal registro contenente gli stipendi delle truppe mercenarie, compilato da Guinizello di Monte Orgiale, maresciallo della Marca, nel luglio 1340, risulta che per il fortilizio di M. S. Pietro erano stati investiti in totale 1157 fiorini, di cui 840 per la conquista militare e i restanti per la difesa, a cui erano preposti cento famuli.
[38] Les Registres de Benôit XII, n. 1162 (8 dicembre 1336).
[39] Ibid., n. 2218 (27 febbraio 1339).
[40] ALOISI, Benedetto XII, doc. XVII, pp. 431-432: “propter maliciam officialium dicte Marchie ibidem pro prefata Ecclesia deputatorum magis ad questum aspirantium quam ad iusticiam ministrandam ac vendencium iura et iusticiam ecclesie et relinquentium excessus multorum, qui corrigi et puniri debuerant, incorrectos pecunia mediante”.